Damien Hirst. Tassidermia della paura

Se la vita e la morte sono due facce della stessa medaglia, quella relativa all’esistenza di qualsiasi essere vivente, il maggior sostenitore di questa tesi non può che essere l’artista britannico Damien Hirst. Le sue opere sono nella maggior parte dei casi dei memento mori ironici e provocatori, che esorcizzano la paura della morte tramite la sua stessa celebrazione.

L’opera icona The physical impossibility of death in the mind of someone living trasforma in oggetto d’arte un gigantesco squalo tigre posto sotto formaldeide all’interno di una scatola di vetro. L’attacco potenzialmente mortale del morso della creatura degli abissi rimane congelato in modo imperituro, offrendosi come totem della morte sempre in agguato, privata però di un reale pericolo; il titolo gioca proprio sull’incapacità dell’uomo di far suo il concetto di fine, che resta una visione lontana, da contemplare con distacco, privandola in tal modo di reale esistenza.

Se quest’opera fornisce una reazione passiva alla paura della fine, Hirst propone anche una difesa attiva. Nella famosa serie dei medicine cabinets, ad esempio, l’ossessione del preservarsi in buona salute e il tentativo di trovare un elisir di lunga vita, ad ogni costo, viene ben rappresentata dall’esposizione quasi estetica di file e file di medicinali, flaconi, compresse, simbolo di un progresso scientifico che dona conforto, ma che si interpone spesso al naturale rituale di passaggio dall’esistenza al suo termine.

La dialettica vita/morte ricorre continuamente nei suoi lavori; anche un angelo, creatura immune dalla corruzione alla quale tutti noi siamo destinati, viene rappresentato in sezione, come un busto utilizzato dagli studenti di anatomia di una facoltà di medicina, mostrando oltre alle ali e agli attributi di grazia celeste un interiorità fatta di viscere e ossa: la morte si nasconde ovunque, anche in ciò che apparentemente la sublima. I rosoni che Hirst crea utilizzando centinaia di farfalle, che diventano elementi decorativo/costruttivi, sono una celebrazione della vita e della sua bellezza, esemplificata dall’animale simbolo di caducità per eccellenza: un battito di ali e già siamo altrove, trasformati in ricordo cristallizzato dalla luce, quella di un altro mondo, forse.

Se devo convivere con lo spettro della fine, tanto vale renderlo allettante, abbellirlo, ornarlo con gemme dal valore immenso: è il caso del celebre For the love of God, un teschio umano provvisto dei denti originali ricoperto da 8.601 diamanti. Celebrare la morte ricavandone un tornaconto economico: Hirst riesce ad unire all’operato artistico un talento da vero business man. D’altronde, nell’attesa della fine, provare a vivere al meglio e magari anche e a guadagnarci non è una cattiva idea.

 

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