De Chirico: La solitudine di Ebdomero

Pittura generata dal solitario maceramento di nostalgie, ricordi, visioni e incertezze identitarie, quella di de Chirico nasce sulle rotte culturali di un’Europa che in quel tempo ritrova nelle radici del paganesimo greco la sua stella polare.

Destinato a una solitaria “rocca”, de Chirico, qui ritrova la sua intimità.

In un’ibrida architettura mentale fatta di templi greci e favole di dei, larghe piazze ferraresi e filosofie tedesche, chiese fiorentine e poesia italiana, la pittura di de Chirico è concepita su rotte solcate in un precoce nomadismo che concepisce i tempi lenti del suo viaggio su piroscafi e treni, sulle soste scandite dalle lancette dei grandi orologi delle stazioni, sulle passeggiate concesse dagli intervalli tra una coincidenza e l’altra.

Si tratta, dunque, di un poeta, oltre che artista, immerso nella malinconia universale.

La solitudine aleggia impietosa su tutta la sua vita, su tutte le sue opere, trascorsa a inseguire la sua gloria.

La tragedia della malinconia e dell’isolamento traspira dalle sue opere: ove è contenuta la descrizione della sua vita.

La pittura di Ebdomero andava verso l’intera umanità; verso l’uomo loquace e verso il taciturno, verso il ricco che soffre e verso il povero che odia.

La purezza, la tenera castità, l’infinita tenerezza, l’ineffabile malinconia di quel tormento vissuto, sono alla base delle sue opere. Opere fatte di momenti profondi, dolci e commoventi, che testimoniano un vissuto sui generis.

I continui spostamenti, la nostalgia, l’abbandono della patria nativa, costituiscono la sottile trama disegnata in “La partenza degli argonauti”.

Il percorso di de Chirico è fatto di suggestioni che si fondono con i ricordi perduti, dove i riferimenti si ramificano, deformano la cultura ed egli convive con le immagini del proprio vissuto.

 

Giorgio de Chirico, Red room, 1917

Giorgio de Chirico, Red room, 1917