Esprimere la prigionia. Mona Hatoum

Mona Hatoum (classe 1952) è una di quelle giovani donne che negli anni ’90 inizia a guardare al Minimalismo, all’Arte concettuale, alla Video art, alla performance, all’installazione e all’Arte site – specific degli anni ’60 e ’70, motivata dallo scontento per un universo artistico sensazionalistico in cui a dominare erano le strategie del marketing.

L’artista, nata a Beirut, nel 1975 rimase bloccata nella capitale della Gran Bretagna a causa dello scoppio della guerra in Libano, evento che influenzò il proprio operato artistico. E’ possibile riscontrare quanto affermato in una performance risalente al 1985, operazione performativa nella quale la Hatoum percorre scalza le vie di Brixton con allacciati alle caviglie degli stivali, come se fossero una simulazione di una palla al piede portata da un carcerato.

La prigione, la tortura e il dolore vengono evocate dall’artista attraverso una rilettura Minimalista: La luce alla fine (1989), ove delle barre elettriche sono state collocate nella parte terminale di una galleria triangolare, ricordando la ripetizione modulare di Judd, induce lo spettatore ad essere attratto dalla semplicità delle barre componenti l’opera, attrazione che porta lo stesso spettatore ad essere respinto a causa del calore. Lo spettatore può essere il carceriere se sceglie di restare sul lato aperto dello spazio, ma può diventare carcerato se attratto dalle barre che apparentemente potrebbero essere oltrepassate per via dello spazio esistente tra l’una e l’altra.

Il carcere, la prigionia, sono al centro dell’arte della Hatoum, così in Condanna leggera (1992) le ombre proiettate da una lampadina in un labirinto di armadietti di maglia in filo metallico danno l’idea di un carcere.

Se Mona Hatoum sfida i tabù del corpo, ove le sue prime performance vengono associate all’operato artistico di Vito Acconci, e i primi video pongono l’attenzione sulle strutture di sorveglianza, è possibile osservare come l’artista continui a coltivare entrambi gli interessi nelle installazioni da essa create. Corps étranger, video del 1994, è l’esempio attraverso il quale è possibile osservare il modo in cui la Hatoum esplora il proprio corpo all’interno, viene utilizzata una microcamera che rende partecipe il mondo esterno di ciò che viene sorvegliato all’interno.

 

 

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