Fausto Melotti. Per una melodia raziocinante

La Milano degli anni ’30 e ’40 fu la fucina creativa dei primi astrattisti italiani. Avanguardisti, da intendersi nel senso di purissima roccaforte di pensiero, bastian contrario della moda artistica dell’epoca. Teorici di un’arte trasparente, onesta e coerente come una formula matematica, propongono un radicale mutamento in un’Italia ferma in una situazione culturale stantia, quando non legata a delle coercizioni politiche. Fausto Melotti studia ingegneria al Politecnico di Milano, ma frequenta anche l’Accademia di Brera; non pago, approfondisce la conoscenza del pianoforte, e va ad imparare la scultura da Pietro Canonica. Poliedrico e curioso, passa da disciplina a disciplina, interagendo con le loro sfumature e facendone proprie le singolari peculiarità.

La sua scultura è una pura forma che disegna lo spazio, leggera ma pregnante. E’ del 1935 la sua Scultura n. 15. Non serve sottolinearne l’assolutà attualità; quello che preme evidenziare è la severa verticalità che si piega con grazia a una curva, di pensiero, o di un suono. La linearità si perde d’improvviso, ma senza disturbare lo sguardo, anzi, guidandolo verso una nuova direzione. Si staglia con eleganza davanti alle geometrie regolari alle sue spalle, quasi a diventare un segnale stradale concettuale. La scelta del bianco non indica però divieti; via libera al pensiero, dunque.

Melotti si cimenta in più tecniche; la ceramica del 1948 intitolata La follia, è un’ ironica liquefazione della razionalità. Paradossalmente è proprio la parte della testa a restare integra, in contrapposizione allo sfaldarsi, simile a cera fusa, del corpo candela della figura ridente. Gli occhi, scuri e vivaci, ridono di qualcosa che passa in alto; la mano, bianca e regolare, sembra salutarla. Qui non c’è linearità, c’è un gorgogliare di emozioni, non volte allo straripamento, ma contenute nella forma stessa dell’essere.

Scultura G Nove cerchi segna il passo con la produzione dell’astrazione europea precedente; una scultura simile richiama la musicalità e le melodie di un Kandiskij, utilizzando però una tecnica diversa rispetto alla pittura. Una geometria che si fa suono, in un gioco di rimandi e di circonferenze piene e vuote, come le note in un pentagramma solido. E’ interessante notare come il connubio delle esperienze formative e di studio di Melotti riesca a uniformarsi in modo egregio e limpido nelle sue opere; ciò dimostra come una purezza di pensiero e un interesse genuino verso arti e discipline molto diverse fra loro porti di fatto ad un superamento delle differenze a prima vista inconcilabili che sussistono tra le stesse, per approdare a un nucleo fondante comune, quello della bellezza e dell’ordine, archetipi originari indiscussi.

Alfabeto del 1971 sembra il tracciato fatto col gesso su una lavagna in una qualsiasi aula universitaria di matematica; sono formule o immagini? E’ un alfabeto letterario, segnico o matematico? Quale tipo di semiotica potrebbe decifrarle? E se fosse necessario l’intuito più che il raziocinio? O se fosse la mente guidata dall’istinto, (coppia inedita, davvero!), a permetterne la decodifica?

Le opere di Melotti sanno di movimento sonoro, di scale alte e basse, di minore e maggiore. Non si perdono mai in cacofoniche dimostrazioni, in senso visivo, si intende; semmai sono il risultato di un’esecuzione perfetta di una sobria orchestra che suona in sintonia con gli stimoli del mondo.

 

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