Gerhard Richter. Asetticità della visione

La conoscenza si basa sull’assenza di giudizio e sull’osservazione neutrale. Osservare significa conoscere, non riconoscere.

Fatti di cronaca, paesaggi naturali, ritratti di personaggi noti o pertinenti alla nostra sfera più intima. La realtà che appare ai nostri occhi è complessa e multiforme, suscettibile di diverse interpretazioni, portatrice di riflessioni su larga scala. E’ facile esserne impressionati a caldo. L’arte di Gerhard Richter si pone in antitesi con questa tendenza: rappresenta oggettivamente qualcosa, qualunque cosa; l’importante è lasciare cortesemente fuori dalla porta qualsiasi implicazione soggettiva. Le categorie restano fuori dal gioco; l’artista stesso spazia con elasticità da uno stile all’altro, dialogando con naturalezza tra figuratività e astrattismo. Per comprendere senza preconcetti o agganci sussidiari, io per primo devo essere un agente libero dalle coercizioni che le definizioni, per loro stessa natura, si portano sempre dietro. L’insofferenza all’ideologia, al voler incasellare per categorie il variegato che ci circonda, maturata forse durante gli anni accademici della Germania comunista, lo porta a diventare un fotoreporter dall’obiettivo asettico.

La violenza, la morte, le impressioni del reale vengono registrate dopo essere state epurate. Dal colore e dal voyeurismo rivolto al mondo delle celebrità, nel caso dell’opera Il presidente Johnson cerca di consolare la signora Kennedy, immagine che si rifà a un universo pop passato in candeggina: la cromia vistosa e il clamore della notizia si tramutano in un fotogramma in bianco e nero immobile e statico, che invece di sedurre i nostri sensi e la nostra curiosità onnivora ci porta a pensare al fatto accaduto, alle sue cause e conseguenze, leggibili lungo i contorni sfocati dei volti degli stessi protagonisti. Richter parte spesso da alcune fotografie, che rielabora poi attraverso il medium tradizionale della pittura. Quella che sembra una foto è un olio su tela; come a dire, attendete prima di affermare o giudicare, in quanto solo un approccio incolore porta poi alla definizione di un tono. Nel famoso trittico del 1988 che ritrae Gudrun Ensslin, componente della banda terroristica Baader Meinhof , il punto di partenza è di nuovo fotografico, ma l’immagine si sfalda nella pittura, quella che di primo impatto sembra essere la testimonianza dell’entrata in carcere di un pericoloso criminale diventa il ritratto di un ragazzo, che nella seconda foto sembra quasi cercare l’obiettivo, quasi a voler chiedere a noi cosa ha fatto e perché. Sdrammatizzato dalle luci del flash da prima pagina, anche il reo svela un’identità imprevista: un giovane schiacciato da una convinzione politica che lo ha fagocitato. Nella narrazione dei fatti di cronaca la figuratività netta si perde definitivamente nel famoso quadro September, eseguito dall’artista dopo l’attentato delle Torri Gemelle a New York nel 2011. I protagonisti del fatto diventano linee: verticali le vittime, rappresentate dalla struttura dei grattacieli, orizzontali i carnefici in volo. Richter sceglie dei freddi e pacifici toni pastello per narrare lo shock di un intero paese. E solo così che la riflessione arriva nel profondo, non commuovendoci facilmente. E’ nella calma che si raggiunge la consapevolezza, e, volendo, anche la l’empatia verso quanto accaduto. L’oggetto abbandona i suoi confini e diventa nucleo; una soffice macchia d’ aria, come nell’opera Nuvola, del 1965.

Qualunque sia il soggetto, ciò che conta è che diventi un oggetto. Spersonalizzazione volta alla comprensione. La pittura come conoscenza del reale, senza la pretesa di sapere.

 

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