Go #Obey, go!

All’inizio alcune forme artistiche non le vedi neanche. Le confondi. Non le distingui. Per Shepard Fairey in arte Obey Giant, street artist e designer, lo stickers è un medium espressivo attraverso cui proseguire le sue poetiche e istanze poetiche uscendo dalla nicchia artistica della street art per giungere al grande pubblico. Tutto ebbe origine da una campagna del 1989, “Andrè the Giant Has a Posse”, stickering propaganda evolutasi poi in “Obey Giant” e cresciuta grazie ad una rete internazionale di collaboratori che replicarono i suoi disegni rendendo le sue immagini virali. L’adesivo si diffonde come un virus, divenendo un simbolo della propaganda politica, del marketing, dell’ingiunzione insensata di ogni potere ad obbedire. Obbedisci al gigante, obbedisci ad Obey.

«L’adesivo non significa nulla ma esiste perché le persone reagiscano, e vi cerchino un significato. Poiché Obey non ha un significato specifico, le varie reazioni e le interpretazioni di coloro che lo vedono, riflettono le loro personalità e lo loro sensibilità».

La campagna Obey Giant entusiasma anche i critici d’arte che la collegano inevitabilmente allo strapotere della pubblicità: stickers e immagini che ti invitano a comprare e obbedire senza specificare a chi o a che cosa, evidenziando i meccanismi basilari che regolano la società con un forte invito a riflettere. Focalizzarsi sugli atti irriflessi riprodotti ogni giorno in una coazione a ripetere può, forse, spingerci a mettere in discussione le logiche di questa società.

Nel guardare le sue opere è inevitabile notare una diretta ispirazione all’arte di Andy Warhol da cui apprende soprattutto l’apertura mentale di connettere il proprio lavoro ad una scena culturale più ampia. Se il creatore della Pop Art aveva ideato la copertina del primo album dei Velvet Underground, Shepard Fairey illustra icone del punk come Henry Rollins, Jonny Rotten e Joey Ramone.

Ma ad accendere su di lui le luci della ribalta fu il famosissimo ritratto di Barack Obama nel manifesto “Hope” durante la campagna elettorale del 2008. Quell’immagine stilizzata in quadricromia del futuro presidente degli Stati Uniti sovrapposta alle parole Hope [speranza], Change [cambiamento] e Progress [progresso] divenne l’icona-simbolo della campagna elettorale di Obama in corsa contro John McCain per la poltrona presidenziale. Quel manifesto ha fatto il giro del mondo divenendo in breve tempo un’icona celebre quanto la Gioconda di Leonardo da Vinci o la Marylin di Andy Warhol. Un’attenzione all’aspetto comunicativo dell’arte che l’artista mette a frutto nella guerrilla marketing e, nel corso del conflitto tra gli Stati Uniti e l’Iraq, nel campo della politica, grazie alla realizzazione di una serie di manifesti di stampo pacifista.

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