I non- luoghi di Gea Casolaro tra immagine fotografica, identità e memoria

Vedersi attraverso gli occhi degli altri e guardare il nuovo riscoprendone il passato, due ossimori per introdurre la figura di un’artista che è, prima di tutto, una ricercatrice e che ha affinato la sua ricerca artistica verso prototipi dell’essere che sopravvivono e si ancorano alle radici del passato. Stiamo parlando di Gea Casolaro, che ha dato un nuovo senso all’idea di immagine fotografica e tutto ciò che da un’immagine può scaturire. Il suo approccio, da sempre, tende ad affrontare gli aspetti socio-politici e culturali dello sguardo, ossia del nostro modo di guardare la realtà. Attraverso l’atto fotografico, Gea, introduce più livelli di visione che coinvolgono la memoria, l’identità e la cultura sociale dei luoghi a cui siamo o non siamo appartenuti.

Le opere di ricerca dell’artista, si esprimono sotto forma di immagini, a volte messe sottosopra come in South o a volte sovrapponendole come in Still Here. Punto focale è però la ricerca di un’interazione, di un cortocircuito che disattivi il modo in cui siamo abituati a guardare le cose e attivi, di conseguenza, un’appropriazione mentale e mnemonica dell’immagine. Si tratta di una terza memoria che non è più solo personale o solo collettiva, ma s’incastra perfettamente tra l’una e l’altra ridefinendone i bordi e talvolta valicandoli. Spesso infatti, nei lavori di Gea, la creazione di un’altra memoria è necessaria per contrastare l’assenza di un’esperienza vissuta, altre volte è necessaria per trovare dei punti di interconnessione in luoghi in cui esiste un gap storico o culturale tra presente e passato. La memoria è mezzo che crea connessioni e allo stesso assurge alla funzione di contenitore. Non si tratta di creazione fittizia, perché quei luoghi in cui si vedono spesso sovrapposte immagini in bianco e in nero, o luoghi bucolici rovesciati, sono tutte situazione del reale, di un quotidiano che si è consumato ma che ora rivive in una nuova dimensione temporale.

La produzione di una nuova memoria genera necessariamente una riflessione sull’identità e sull’idea stessa di appartenenza. Il culto dell’immagine crea connessioni e allo stesso tempo ne ridefinisce i confini, scardinando il suo utilizzo primario e obbligando lo spettatore a fare appello a tutti i suoi mezzi per l’utilizzo di nuove prospettive e molteplici punti di vista. L’appropriazione di luoghi, immagini o sguardi, che ne scaturisce attua connessioni, legami e incastri talvolta perfetti, talvolta disturbanti che generano riflessioni sulla propria identità e su quella dell’altro e dei luoghi vissuti o soltanto immaginati.

Il cinema, a cui l’artista fa così spesso appello, è come la fotografia lo strumento prediletto da cui attingere le proprie memorie visive permettendo alla cultura di essere il mezzo attraverso cui ancorare la conoscenza necessaria a superarne i suoi stessi confini e raccontarla in salti temporali. Guardando a un’immagine del presente, ci vedremo sempre un’altra del passato, in un esercizio mnemonico che non è solo visivo, ma piuttosto fisico ed emozionale.

 

 

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