Il ritratto fotografico

Pensando al ritratto fotografico vengono in mente splendidi capolavori che hanno segnato la storia e la storia dell’arte, capaci di catturare espressioni ed emozioni inspiegabili a parole e di trasformare volti in immagini iconiche. Ma il ritratto fotografico è anche uno strumento che usiamo quotidianamente, più di quanto ci rendiamo realmente conto. Anche senza accorgercene, infatti, lo usiamo più volte al giorno, per i motivi più diversi. Oltre che come mezzo di espressione artistica, infatti, lo usiamo per conservare il ricordo di eventi importanti come matrimoni, compleanni e nascite, ma lo usiamo anche in maniera più automatica per dimostrare la nostra identità, con le fototessere sui documenti. Per lo stesso motivo è usato anche per le foto segnaletiche o per compiangere i defunti.

Ultimamente, poi, ha assunto anche per una nuova funzione: affermare la nostra stessa esistenza. Negli ultimi anni, infatti, la pratica della condivisione su Internet ha reso le fotografie, in particolare i ritratti e gli autoritratti (i cosiddetti “selfie”), non solo un modo alternativo per comunicare ma soprattutto l’unico metodo per affermare la propria presenza nel mondo.

Tutto quello che facciamo, in altre parole, esiste solo se veniamo fotografati mentre lo stiamo facendo. Questo fenomeno, anche se frutto dello sviluppo attuale della tecnologia e del peso che ha raggiunto nelle nostre vite, ha le sue radici nel ruolo che è stato da sempre attribuito alla fotografia: la capacità di registrare l’esistenza di qualcosa o di qualcuno. È stata proprio questa sua caratteristica, infatti, a rendere la fotografia un’invenzione tanto fondamentale nella vita dell’uomo.

La possibilità di ritrarre la figura umana, il fatto che per la prima volta nella storia tutti avessero la possibilità di lasciare traccia di sé, cioè, sono stati la ragione principale della portata rivoluzionaria di questa invenzione. Solo quando i tempi di esposizione sono stati abbastanza brevi da poter catturare la figura umana, infatti, la fotografia ha preso realmente piede e messo radici nella società ottocentesca.

Il ritratto ovviamente esisteva già prima del 1839, ma era un procedimento lungo e costoso riservato a pochi. Presentandosi come uno strumento accessibile a tutti e capace di riprodurre fedelmente e rapidamente la realtà, invece, la fotografia divenne presto il perfetto sostituto democratico al ritratto pittorico e scultoreo, tanto da essere definita (con una frase di Oliver Wendell Holmes che passò alla storia) uno “specchio dotato di memoria”. Questa sua facoltà di trasmettere l’immagine di qualunque persona anche oltre la sua stessa esistenza, una conquista fino a pochi anni prima impensabile, venne vista inizialmente quasi come una magia, tanto che alcune credenze popolari lo ritennero un modo per rubare l’anima del soggetto ritratto. Nel corso degli anni, invece, questa sua capacità ha permesso di registrare la storia, iconizzare volti e anche di tramandare ai posteri fatti e personaggi che diversamente sarebbero rimasti sconosciuti o sarebbero stati dimenticati. Non è un caso, infatti, che si dice che la fotografia “immortala”.

 

 

 

 

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