Ilya Kabakov e il 1989: anno cardine dell’arte contemporanea

L’artista concettuale ucraino Ilya Kabakov, grazie alle sue installazioni, ci ha dato uno spaccato esaustivo di quella che fu la contraddittoria società sovietica. Egli ha sapientemente narrato, a partire dagli anni Ottanta, la condizione spiritualmente tormentosa dell’URSS, attraverso oggetti e immagini della vita quotidiana sovietica, traslati in un contesto al di là del tempo e dello spazio.

Se prendiamo in considerazione l’opera L’uomo che volò nel cosmo dalla sua stanza (1981-88) possiamo comprendere come le icone da lui utilizzate siano assurte a simboli dell’antinomia socialista, sottolineando, attraverso il modo di concepire le immagini proprio dell’installazione, come tutto il lavoro si dilatasse verso l’intero ambiente ed a questo vi si ricollegasse.

L’opera dell’artista ucraino, naturalizzato statunitense, trasferisce allo spettatore una sensazione di soffocamento data dall’entropia presente negli spazi esigui rappresentati, colmi di poster, tavoli arrangiati con sedie, sporcizia e disordine, aumentando la percezione claustrofobica.

Lo spunto erano le case in comunione sovietiche, abitazioni nelle quali vivevano diverse persone, condividendo luoghi in comune. Questo apparente stato di disagio assoluto cozza con l’esigenza, in quegli anni, da parte dell’URSS, di reclutare giovani disposti a viaggiare nello spazio: nuovi astronauti erano necessari per la lotta al cosmo promossa dalle due superpotenze protagoniste della Guerra fredda.

Nel 1991 l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche finì, implodendo per sempre, e sostituendo una realtà caratterizzata da una dicotomia assoluta (USA-URSS) ad una ancora peggiore: il trionfo di un modello unico, insostituibile, il solo esistente.

Il preludio a questa fine fu, inevitabilmente, la caduta del muro di Berlino, avvenuta due anni prima, vera data che può essere considerata come la fine del socialismo sovietico e che determinò, a cascata, una serie infinita di trasformazioni sociali nel mondo intero. Un effetto domino che ebbe, ineluttabilmente, conseguenze anche nell’arte.

Stilisticamente non cambiò molto, difatti si proseguì sulla falsariga della fine degli anni ’80, tuttavia le differenze furono un ritorno ad un impegno sociale e politico. I primi vagiti della globalizzazione produssero un multiculturalismo che molti intesero come principio della perdita dell’identità e dell’omologazione delle diverse culture precipue della Terra. Ciò fu oggetto di mostre che sottolinearono anche come, in realtà, l’Occidente fosse incapace di dialogare con le altre culture: capace solo di imporre ed inadatto al confronto dialogico.

Ma la globalizzazione produsse anche la perdita dell’egemonia artistica angloamericana (paradossalmente) ed il proficuo intrecciarsi di scambi nel globo, con il fiorire di realtà molto distanti.

Il 1989 fruttò il capovolgimento degli equilibri internazionali, la fine della bipartizione egemonica del mondo e l’inizio di un modello unico che incoronò a divinità il mercato, divenuto infallibile.

Tale teocrazia neocapitalista gettò le basi per l’aumento della differenza tra alto e basso: diminuzione delle persone ricche (e sempre più ricche) ed aumento delle persone povere (e sempre più povere) sul pianeta. Il progresso scientifico permise l’aumento dell’aspettativa di vita degli abitanti degli stati più facoltosi ma, contemporaneamente, si registrò una crescita demografica nei paesi meno abbienti, aumentando a dismisura il divario tra Occidente (e alleati) col resto del mondo.

Se l’arte è la rappresentazione della realtà filtrata dagli eletti, se è una manifestazione altissima di come alcuni uomini siano in grado di elaborare la propria interiorità ed interpretazione del mondo, allora l’arte è lo specchio mistico della società.

Una comunità umana che cambiò, una volta ancora, a partire dal 1989 e di cui Ilya Kabakov fu il precursore. Proprio lui, che denigrando la società sovietica abbracciò quella opposta, statunitense: due facce della stessa medaglia chiamata materialismo.

«Un tempo non era permesso a nessuno di pensare liberamente. Ora sarebbe permesso, ma nessuno ne è più capace. Ora la gente vuole pensare ciò che si suppone debba pensare. E questo lo considera libertà». Oswald Spengler

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  1. […] ci fu una internazionalizzazione del sistema arte, legato alla globalizzazione (vedi articolo http://artecracy.eu/ilya-kabakov-1989-anno-cardine-dellarte-contemporanea/). Tali dettami vennero ampliati e radicati nel nuovo millennio appena nato, espandendosi anche […]

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