Imperituro minimalismo. Perché ancora resiste oggigiorno?

Volumi geometrici, forme cubiche, superfici bianche, elementi organizzati in sequenza, ci viene in mente solo una parola: minimalismo. Sappiamo bene che il minimalismo nasce come corrente artistica negli anni Settanta in America, quasi in seguito ad una ribellione, una ribellione che ha segnato il cambiamento più radicale nel mondo dell’arte di quel tempo. Tutto si riduce al minimo impegno, all’impersonalità, all’antiespressività…toccando l’arte in tutte le sue sfaccettature: pittura, scultura e anche architettura.

Ancora oggi, a distanza di quasi cinquant’anni, quando troviamo un pizzico di minimal all’interno di un appartamento vediamo un fascino non indifferente. E così sono sempre di più gli amanti dell’arredamento minimal, che scartano lo stile classico, country o lo shabby chic, perché? Tutti studiosi di storia dell’arte o conoscenti di quella corrente artistica che tanto andò in voga a partire dagli anni Settanta? Forse si e forse no. Ora il must è arredare in bianco, pochi mobili, solo quelli indispensabili, una tendenza che non comprende solo la zona giorno e quella notte ma anche la cucina e il bagno, con mobili super accessoriati, tecnologici (e se sono funzionali ancora meglio).

Ma ponendoci delle domande, ciò che attira è la volontà di ridurre al minimo l’arredamento, o la volontà di mantener viva l’arte minimal non solo come opera d’arte? Può essere anche solo la bellezza estetica che fa innamorare…quello stile pulito, sobrio, molto lineare e grafico al quale non bisogna aggiungere altro, perché il minimal non prevede l’utilizzo di soprammobili e altri elementi decorativi. D’altronde in un salotto ciò che conta è avere un divano o una poltrona, come nel living room non serve altro se non un tavolo e una libreria, una o due mensole al massimo. Si può parlare di un imperituro minimalismo che vive anche nel quotidiano?

 

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