Inchiodato per le palle. Petr Pavlensky

Petr Pavlensky usa il proprio corpo come manifesto delle pratiche politiche del proprio paese, la Russia. Un manifesto diverso da quelli delle campagne elettorali con grandi sorridenti faccioni photoshoppati. Il suo viso, magro e scavato non sorride, anzi ha la bocca cucita, letteralmente suturata.

Che cosa sia l’arte per Pavlensky è chiaro: l’arte è denuncia.
Quale sia il mezzo per fare arte è altrettanto evidente: il corpo.
Quale argomento debba trattare l’arte è semplice da capire: l’uomo, come individuo e come società.

Il suo lavoro è dedicato alla protesta contro la politica sociale di Putin, contro una serie di misure considerate limitanti della libertà individuale e sociale. Pavlensky si esibisce in performance cruente dove il suo corpo è metafora del corpo della Nazione.
Davanti alla Cattedrale di Kazan sulla famosa Prospettiva Nevskij di San Pietroburgo, lo vediamo con le labbra cucite da un grosso filo rosso tenere in mano un manifesto in favore delle Pussy Riot, messe a tacere dal governo.
Siede nudo sul tetto di un istituto psichiatrico, il maggiore centro di psichiatria forense di Mosca, e si taglia il lobo di un orecchio con un lungo coltello da cucina, per protestare contro le incarcerazioni per problemi psichiatrici.
Di fronte al palazzo dell’Assemblea Legislativa di San Pietroburgo lo troviamo sdraiato senza alcun vestito all’interno di una gabbia cilindrica di filo spinato. Una dolorosa limitazione di qualsiasi movimento, rappresentazione delle numerose leggi prodotte dal governo a censura del popolo, con un numero di prigionieri politici sempre crescente, l’omosessualità al bando, leggi sulla blasfemia, il controllo centralizzato dell’informazione e dei mass media. Tutte leggi non contro criminali, sostiene Pavlensky, ma contro la libertà individuale di ogni cittadino.
Ancora un’altra performance a Mosca dove, nudo, si inchioda lo scroto al pavimento della Piazza Rossa davanti al mausoleo di Lenin durante l’annuale giornata della Polizia a dimostrazione dell’indifferenza delle forze dell’ordine verso le sofferenze della gente.

E’ sempre curioso notare come le azioni non comuni di un singolo compiute su se stesso e per propria scelta facciano più clamore di una violenza imposta dall’alto e subita dalla collettività.
Le azioni di Pavlensky sono raffigurazioni della realtà da lui percepita, sono accuse allo Stato politico così come al popolo, che come l’artista, accetta tutte le vessazioni del governo in silenzio, senza opporre resistenza.

L’idea di arte che origina le opere sembra partire dall’equazione platonica Bello = Buono = Vero. Le performance rappresentano la verità della situazione russa, sono quindi buone perchè l’intenzione è di svegliare le coscienze e dunque devono essere anche belle nella loro espressione estetica.
Una certa bellezza in effetti è ravvisabile nelle immagini dell’artista diffuse attraverso la rete. Non nella sua figura smagrita, con le guance infossate e gli occhi grandi e silenziosi, ma nella totale nudità priva di qualsiasi malizia. Nell’innocenza di un corpo esposto al pubblico non per riduzione ad oggetto sessuale ma per un proprio ideale di giustizia. L’immagine di un letterario eroe russo.
Pavlensky è stato arrestato più volte e la sua arte è un rischio reale per il suo corpo e la sua libertà.
Voglio credere a questa innocenza, almeno per il momento, ignorando le quotazioni delle sue opere e sperando di non avere a che fare con un nuovo Ai Weiwei.

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