Intervista al pittore Antonio Mallus

Si è da poco conclusa presso il Monte Granatico di Isili la personale di Antonio Mallus Volcano ed altri cicli, inserita nella manifestazione Artecracy.eu: l’arte contemporanea in Sardegna.

Mallus, cagliaritano classe 1958, è pittore ma anche insegnante di liceo artistico, e si definisce “un artista maturo e iperproduttivo”. Gli abbiamo fatto qualche domanda per conoscerlo meglio.

Come e quando si è avvicinato all’arte?

Io ho sempre amato colorare, fin da bambino, quando usavo i pennarelli perché erano appena stati introdotti. Poi ho fatto il liceo artistico e in terza e quarta ho avuto degli insegnanti di riferimento molto importanti, che appartenevano alle cosiddette “neoavanguardie sarde”, quelle che hanno iniziato a rompere con la tradizione figurativa regionale e italiana di quel periodo. Uno dei miei professori era Gaetano Brundu, che mi fece conoscere le avanguardie artistiche, e soprattutto Mondrian. Vedere i cataloghi e le monografie degli artisti più importanti del Novecento per un ragazzo di 17 anni, in quei tempi in cui non c’era Internet e l’unica cosa che avevamo era l’Argan con le immagini in bianco e nero, fu una vera folgorazione. Forse è lì, in terza liceo, che ho capito che potevo fare anche altre cose oltre alla copia dal vero e al disegno accademico, perciò la scuola è stata fondamentale per me. Lo è stata ancor di più dopo, perché ho proseguito nell’istruzione artistica. Del resto venivo da una famiglia di insegnanti, quindi la scuola ce l’avevo nel DNA, era destino.

Parlando di scuola, il suo ruolo di insegnante influisce su quello di artista? In che modo?

Quando ho iniziato a insegnare nel 1980 e volevo entrare di ruolo mi sono reso conto che i titoli artistici valevano molto, e allora ho iniziato a capire che fare le mostre, esporsi, confrontarsi, era importante. Fu uno stimolo per me scalare quella graduatoria che mi sembrava irraggiungibile. Capii che un conto era la passione, un altro era comunicare, poter condividere determinate cose al di fuori del proprio giro. Perciò la scuola mi ha sempre condizionato, una cosa aiutava e motivava l’altra diciamo, soprattutto in quegli anni lì.

Cosa consiglierebbe a un giovane che vuole avvicinarsi alla carriera di artista?

Io userei un altro termine: carriera di creativo, perché ormai questo ambito si è espanso. Il Novecento ha rifondato il modo di pensare, è andato oltre la pittura, la scultura e l’architettura, per cui mi sembra riduttivo per artista intendere pittore. Oggi gli stilisti di moda, i designer, sono degli artisti. Io faccio il pittore perché ho fatto una scuola di pittura e mi sono sempre interessato di questo, ma oggi non basta più. Diciamo che è un punto di partenza, non è più un punto di arrivo. Io in un certo senso appartengo più agli anni Cinquanta che non al Duemila. Non sono un tradizionalista, un figurativo in senso stretto, ma le mie ricerche pagano pegno alle avanguardie storiche e alle neoavanguardie, dall’informale in poi sino alla transavanguardia. Penso che l’arte è un piacere, ma ci vuole anche la consapevolezza.

A questo proposito, quali sono i suoi punti di riferimento in campo pittorico? C’è qualche artista o movimento che l’ha influenzata più di altri?

Mah, ci sono tante cose. È ovvio che le avanguardie storiche sono state molto importanti, poi anche l’informale, l’arte concettuale, l’arte povera… Noi eravamo una generazione che è nata col bianco e nero, abbiamo scoperto il colore nell’arte. Avevamo un immaginario sconfinato da un certo punto di vista, ma gli strumenti erano molto poveri, soprattutto in proporzione alla generazione attuale. Non c’è paragone con oggi. Certo ci sono altri problemi, però le chance sono molte di più.

Devo molto anche ai miei professori. Negli ultimi anni sto cercando di pagare questi debiti di riconoscenza, per cui li cito nei miei cataloghi, faccio delle donazioni. C’è un fattore affettivo per l’istruzione artistica che permane. Il fattore umano per me non può essere disgiunto dal fattore artistico, le persone sono più importanti dei manufatti. Ecco cosa significa la consapevolezza.

 

Cos’è per lei la creatività? Come nascono le sue opere?

Negli ultimi anni mi sono reso conto che lavoro in maniera compulsiva, seriale, come quando ero in terza liceo. Non ho mai cambiato la strategia, ho sempre questa esigenza compulsiva che è un po’ di curiosità un po’ di sfogo. Sono agnostico, non sono un credente, perciò ho bisogno sempre di pormi domande anziché dare risposte. Dipingere per me è un lavoro ma anche un’identità, una memoria, un insieme di cose. È anche un’esigenza, uno sfogo, una nevrosi… anziché andare dallo psicanalista io compro materiale e vado in studio, forse risparmio anche!

 

E che tecniche pittoriche utilizza?

Io lavoro esclusivamente olio su tela, da questo punto di vista sono tradizionalista. Però ho una tecnica molto impulsiva: col pennello faccio le campiture di colore, mentre il disegno lo faccio poi con le “stubettature”, cioè vado a rievidenziare la materia, il colore, il contrasto direttamente col tubetto.

Cosa ne pensa invece dell’arte contemporanea in Sardegna? Si fa abbastanza per valorizzare il settore? Cosa si potrebbe fare di più?

Fare si potrebbe fare tutto, perché il sistema dell’arte in Sardegna non esiste, ma anche nel resto dell’Italia non scherza. Siamo molto indietro a livello istituzionale, non abbiamo musei e gallerie, e in quelli che ci sono arriviamo a malapena alla transavanguardia. Spetterà alle nuove generazioni cambiare le cose, ma faticheranno molto. Io ho dei figli che sono uno architetto e un altro violoncellista, chissà cosa faranno e dove… sicuramente non rientreranno in Sardegna.

Potrebbe esserci una rivoluzione culturale nei prossimi decenni se nella scuola italiana insegnassimo di più e meglio l’arte, la musica, la nostra cultura. Allora potremo competere anche con gli artisti e musicisti stranieri. Noi siamo nati i più bravi, abbiamo inventato e insegnato a tutti il meglio, ma ce lo stiamo dimenticando. Per me la scuola è strategica, dovrebbe essere al primo posto, invece si fanno riforme che sono solo razionalizzazioni, giochiamo col futuro delle prossime generazioni e rischiamo veramente di impoverirci, sia economicamente che culturalmente. Ai miei studenti definisco l’Italia una superpotenza culturale, dobbiamo solo ricordarlo e ridiventarlo.

 

 

[Articolo collegato alla mostra “Volcano ed altri cicli” che si è svolta a Isili (Sud Sardegna) a partire dal 28 dicembre 2017 e che ha visto l’esposizione di alcuni cicli evolutivi del percorso artistico di Antonio Mallus, formatosi nel clima neoavanguardistico degli anni Settanta ed avendo come maestri spirituali Kandinsky, Mondrian ed il primo Futurismo. Evento realizzato dall’associazione Youth Caravella con il contributo dell’Assessorato al Turismo della Regione Autonoma della Sardegna e dalla partnership con il Comune di Isili, del Comune di Serri, del Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri, dall’Associazione Culturale Artecrazia e del giornale Artecracy.eu].

 

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