Intervista all’artista Franco Nonnis: “Mi piace vedere nel grigiore un punto di colore e da lì pensare al futuro”

Com’è iniziato l’amore per l’arte?

“L’amore per l’arte è iniziato venticinque anni fa. Avevo preso da poco una casa ed era un momento particolare della mia vita, la mia casa era vuota e avevo anche pochi soldi per riempirla, allora avevo iniziato a mettere i colori sulle tele, per dare così un colore alle mura che mi circondavano. Ho iniziato così, banalmente, dopo sono entrato in contatto con dei pittori e loro mi hanno dato piccoli elementi per proseguire. Diciamo che l’arte mi è sempre piaciuta, ho sempre avuto la necessità di esprimermi, nei miei pensieri c’è sempre mio nonno, lui era uno scultore, intagliatore più precisamente, e io da piccolo frequentavo la sua bottega. Da un pezzo di legno banalissimo tirava fuori oggetti bellissimi.
Ho studiato canto al Conservatorio quindi mi sono espresso in più forme d’arte. Poi la vita ti conduce verso altre strade …”
Abbozzo un sorriso, forse di imbarazzo, ma continuo nella mia intervista; non dimentico però questa sua ultima frase.

Prende ispirazione da qualcuno quando realizza un’opera?
Ci pensa su …        
“Se devo pensare ad artisti che mi piacciono, penso a Klimt, Picasso e Keith Haring. Tutto il panorama che guarda l’arte contemporanea del ‘900; però per curiosità personale guardo Hieronymus Bosch,mi affascina molto con le sue figure piccolissime, questi quadri carichi di dettagli mi ammaliano molto.”

Se potesse incontrare qualche artista del passato, chi sceglierebbe?
“Senza dubbio Picasso! Perché sicuramente al di la del suo volere artistico, faceva cose bellissime e impressionanti, tutte diverse le une dalle altre. E la sua vita, così complicata, e piena di sfaccettature dovevano renderlo una persona davvero interessante.”

C’è qualche sua opera a cui è particolarmente legato?
I suoi occhi scuri si illuminano di una luce che solo l’amore dà … 
“Si, e ne parlo per la prima volta ora. Sono quelle che ho fatto quando stavano per nascere mie figlie. Ho una vita personale articolata, due matrimoni e tre figli; il primo, avuto dal primo matrimonio, ha 34 anni, e due piccoline avute dal secondo matrimonio, di 13 e 8 anni. Sono due quadri e non gli ho mai esposti, sono miei e intimi. Nella prima opera sono rappresentati una situazione di grigi e viene rappresentato tutto l’assetto del tempo, mio figlio, la mia seconda moglie e questa bimba, bimba che ancora non conoscevo. Lei è l’unico elemento di colore insieme ai contorni, che poi altro non sono che le proiezioni verso il futuro: il secondo quadro. Il secondo quadro parla di Margherita, la mia seconda figlia di 8 anni, lei arriva in una situazione che era già definita dal punto di vista delle aspettative raggiunte. Questa descrizione mi viene in mente solo ora, non avevo mai fatto un’analisi delle due opere, mi rendo conto però che Margherita veniva in un momento diverso e si vede. Il quadro è un’esplosione di colore e anche il suo nome, Margherita, richiama i fiori e lei è una bambina esplosiva. Sono una meraviglia e io sono pazzo di loro.”

Che cosa spera di lasciare nell’arte?
Ridacchia
“Mi ha fatto questa identica domanda mia figlia, ma lei è stata più diretta. Mi ha domandato papi quando tu morirai cosa dobbiamo fare dei tuoi quadri?”
Ridiamo e mi dice che la sua Marghe è micidiale.
“Le ho risposto di fare una fondazione. Io mi ispiro molto alle tematiche sociali quando dipingo, non penso alla bellezza fine a se stessa. Non mi interessa la pittura accademica, io sono un autodidatta; ho amici che hanno mani straordinarie ma mi tengo lontano da iniezioni di estetica. Mi considero una persona artisticamente libera, uso le tecniche a modo mio, voglio raccontare a modo mio senza impedimenti ne vincoli. Mi piacerebbe lasciare un messaggio in questi tempi, che tanto semplici non sono. Quest’anno compio 60 anni e nella mia vita ho avuto momenti belli: famiglia, carriera e lavoro. Se oggi dovessi analizzare la società, mi vengono i brividi …
Mio figlio ha 34 anni e fa lo chef a Barcellona e io so già che lui non tornerà più qui in Sardegna; sta fuori e sono soddisfatto della sua carriera, ma da padre mi dispiace non averlo con me, qui. La sua è una necessità, necessità di stare fuori, di vivere e lavorare altrove e non qui , nella sua terra, a casa sua. Io ho lavorato per vario tempo fuori, all’estero, ma mai per necessità; diciamo che la mia era un’opportunità, l’opportunità di andare fuori. E sfruttando questa opportunità ho vissuto nove mesi in Brasile, ma poi io sono tornato. Oramai si fugge, perché quella di questi tempi, è una vera e propria fuga; se penso alle mie figlie non riesco ad individuare un futuro, mi aggrappo così, come molti genitori, a remote speranze che tutto un giorno migliori.

Prima parlando di suo nonno ho avvertito in lui una certa malinconia, la malinconia che un po’ tutti proviamo parlando dei nonni … e non ho potuto fare a meno che chiedergli di lui.
“Mio nonno era un grande!”
Esordisce così e la cosa mi piace.         
“Sono legato oltre che a mio nonno, al territorio di Desulo. Mio nonno partì in guerra e una volta tornato a Desulo non aveva più nessuno e decise di frequentare la Scuola d’Arte di Pisa nel 1918; un pastorello sardo che va nella Scuola d’Arte di Pisa, faccio quasi fatica a crederci a distanza di anni. Intagliava qualsiasi pezzetto di legno gli capitasse tra le mani, e a Pisa acquisì la tecnica che gli sarebbe servita una volta rientrato qui in Sardegna. Infatti una volta tornato qui iniziò a lavorare da Marino Cao, una famosa bottega di Cagliari. Sono nipote d’arte e mio nonno mi ha lasciato questo germe artistico e lui è sempre con me, anche qui in studio, infatti ho una sua foto bellissima proprio vicino al tavolo dove comincio i miei lavori. Poco prima che se ne andasse, mi disse:« vedi figlio mio io me se sto andando, non di rengu prus gana, mi dispiace solo non poter realizzare tutte le cose che avevo in mente».”
Il suo sguardo si abbassa, si incupisce forse viaggiando con la mente e con questo ricordo felice che ancora è vivo.
“Questi sono alcuni dei manichini che ho esposto a Londra per la mia mostra Exodus, e questi due manichini presentano sul capo la cuffietta di Desulo, non potevo non mettere un richiamo alle mie origini. Il sindaco di Desulo mi ha dato anche il patrocinio per questa mostra.”

Se dovesse scegliere un posto per la vita, dove vorrebbe stare?
“Qui, qui dove sono. Vado spesso a Londra e mi ospita un mio caro amico che stimo tantissimo, Don Antonio Serra; lui abita in un convento del ‘700 e mi ha lasciato una parte del convento dove io ho tutta la mia attrezzatura e posso lavorare. Mi piace Londra ma il cielo, il cielo è grigio e quando esce il sole è una meraviglia, ma il grigiore rimane nel cuore e io non resisto, capisco allora che devo tornare a casa, e casa per me è qui. Ho lo studio qui a Cagliari in Via San Giovanni e qui in questa via ha vissuto mio padre e prima ancora mio nonno e da me la porta è sempre aperta. Mi piace Cagliari, è ancora una realtà felice e sicura. Quando sono andato a Londra l’ultima volta, c’è stato un attentato e fortunatamente non è andato a buon fine per loro. Non mi sento sicuro, avverto una certa tensione nell’aria. Riconosco un italiano da lontano, ma non per come è vestito, per la sua andatura sul marciapiede; l’italiano cammina a zig zag, si ferma e osserva, ed è una cosa inusuale visto che la gente a Londra cammina, cammina svelta e basta. Rimango a Cagliari, qui in Sardegna, non per godermi il sole ma per lasciare qualcosa.”
Mi guarda e mi dice sorridendo che a lui piace chiacchierare, un po’ con tutti confessa.
“Sotto casa mia c’è il mio verduraio di fiducia, Angelo, e un giorno affacciandomi alla finestra di casa, vidi delle cassette di legno su cui lui aveva poggiato la frutta e la verdura. Scesi giù e gli chiesi di poterle dipingere e subito mi consegnò le cassette. Le riportai indietro tutte colorate, non ho guadagnato niente se non la faccia sorridente di Angelo. Mi piace pensare che nel mio quartiere, le mie figlie, la gente di passaggio, possa rallegrarsi nel vedere delle cassette di frutta e verdura colorate.
Io sono stato fortunato e nella vita esiste un momento dove restituiamo un po’ di quello che ci è stato dato. La vita è così complicata, riserviamoci uno spazio per dare il bello di quello che abbiamo agli altri.”

Non una semplice intervista, ma una chiacchierata che avrei voluto prolungare per ore. Ringrazio il signor Franco per la sua immensa disponibilità e gentilezza. Per avermi trasmesso un po’ del suo essere, con dubbi, paure e tanta gioia che la vita ci da; avermi fatto percorrere un poco della sua vita e fatto sorridere con scene di vita quotidiana.
Riporto per ultimo la frase che lui mi disse poco prima di salutarci.
“Ci serve l’arte, l’arte nella vita è fondamentale, l’arte ci fa sorridere e questo è fondamentale”

 

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