La crisi dell’idea di stile all’avvio del XXI secolo

Agli albori del XXI secolo la maggior parte degli artisti sperimentali furono estranei all’idea di stile.

Già dagli anni ’90 del secolo scorso ci fu una internazionalizzazione del sistema arte, legato alla globalizzazione (vedi articolo Ilya Kabakov e il 1989: anno cardine dell’arte contemporanea). Tali dettami vennero ampliati e radicati nel nuovo millennio appena nato, espandendosi anche nelle “periferie” del mondo dell’arte – per noi occidentali – ossia il subcontinente indiano, il Sud-Est asiatico e, soprattutto, l’America Latina.

Altra caratteristica fondamentale dell’arte del nuovo secolo è stata una miscellanea tra un modo di concepire l’arte tipicamente novecentesco e modi e pratiche della cultura di massa (televisione, pop music, moda). Il risultato fu – ed è ancora – una diversa modalità di generazione, esibizione e ricezione dell’arte contemporanea: alle imperiture tecniche pittoriche e scultoree divenne sempre più stretto il legame con le performance, le installazioni, la fotografia, i video e l’elaborazione digitale.

L’idea di stile, dunque, venne meno, in luogo ad un interesse sociale maggiore, favorito dall’utilizzo dei nuovi mezzi e dall’aspetto documentario; ne fu un esempio il dOCUMENTA 11 (2002) curato da Okwui Enwezor. dOCUMENTA è, da ormai sessantanni, una delle più importanti manifestazioni internazionali d’arte contemporanea europee, che si tiene con cadenza quinquennale nella città tedesca di Kassel. Tale manifestazione fu importante non solo perché Enwezor fu il primo curatore a non provenire dall’Europa, ma anche perché – e forse proprio per questo – dimostrò un approccio aperto e indubbiamente internazionale, figlio della cultura cosmopolita e globale di quel periodo. Con il suo team di sei co-curatori di diverse origini, Enwezor, critico d’arte nigeriano e statunitense, invitò a Kassel artisti provenienti da Paesi che non erano mai stati rappresentati prima, per realizzare un’unica esperienza internazionale, una mostra d’arte del mondo in una fase di post-colonialismo globale.

Altro esempio di attività artistica socialmente utile del neonato millennio fu quella di Francis Alÿs, fautore di un lavoro interdisciplinare tra arte, architettura e, appunto, pratica sociale. Trasferitosi in Messico dal Belgio creò una svariata produzione di opere che esplorassero l’urbanità, la giustizia spaziale e la poetica della Terra. Presso Città del Messico intraprese l’attività d’artista, in una città ancora restia a sostenere in toto le forme della globalizzazione.

«La mia posizione è simile a quella di un passante che prova costantemente a collocare se stesso in un ambiente in continuo movimento», sostenne Alÿs. Utilizzando un’ampia disponibilità di supporti, dalla pittura alla performance, le sue opere scrutano la tensione tra la politica e la poetica, l’azione individuale e la cittadinanza attiva, avendo come risultato un enorme impatto lirico, intervenendo direttamente nei contesti morfologici del territorio, mossi spesso da azioni corali, frutto della collettività, senza la quale nulla sarebbe possibile. Come quando un numero considerevole di uomini spostò un pugno di terra sul crinale di un monte nella performance When Faith Move Mountains, realizzata a Lima con 500 volontari nel 2002.

Una visione apparentemente puerile e forse utopistica ma, in realtà, concreta e perfettamente realizzabile se condivisa dalla moltitudine. Come lo stesso Alÿs sostenne: «alle volte un atto poetico può diventare politico, e un atto politico può diventare poetico».

R.I.P. idea di stile, welcome impegno sociale, again!

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