L’alchemica mutazione della materia: Gilberto Zorio

L’interesse per la materia e le sue proprietà è stato spesso analizzato dagli artisti, a partire dal secolo scorso fino ad oggi. Consapevoli delle sue infinite possibilità di trasformazione, questi artisti hanno messo in discussione il rapporto natura e artificio, reale e magico. Secondo Germano Celant, in molti casi, la possibilità di plasmare gli elementi, permette di rappresentare la metafora della vita, poiché nei suoi effetti fisici e sonori, la materia, tende a imitare il movimento e il comportamento degli esseri umani. Gilberto Zorio, esponente dell’Arte Povera, dalla metà degli anni Sessanta, lavora con materiali industriali in diretta relazione con le reazioni chimico-fisiche subite, in particolare con il solfato di rame. La materia di Zorio è il fil rouge di tutta la sua carriera artistica, caratterizzata da un parziale controllo del caso sulla totale riuscita delle proprie produzioni artistiche. Il caso determina la trasformazione totale o parziale della materia che Zorio decide di elaborare, manovrare e modificare.

Gilberto Zorio attraverso l’atto creativo tenta di esaltare l’aspetto magico-rituale della materia cercando di evidenziarne da una parte i suoi aspetti interni, sconosciuti perché collegati al suo mondo fisico, e dall’altra attraverso le sue proprietà esterne, le sue metamorfosi. Secondo la tradizione esoterica e alchemica, ogni materiale possiede nel suo intimo il residuo di un’immagine estatica. La materia è già di per sé fonte di meraviglia, quindi compito primo dell’artista è permettere alla materia di liberarsi dei propri limiti e, autonomamente, rivelarsi al mondo. Il linguaggio plastico dell’artista si sviluppa attorno a delle strutture iconiche che trasformano un’immagine reale in una forma vera e propria. Il mondo di Zorio è formato da archetipi come, ad esempio, le stelle, fasci di luce, canoe e giavellotti. Le figure ancestrali, come le stelle a cinque punte, assumono a lungo andare variazioni materiche e spaziali che introducono un mondo che non si ferma al terreno ma si eleva a un livello spirituale.

La materia, così come la natura, è incontrollabile, Zorio assume le vesti di vero e proprio homo faber nel tentativo di portare alla luce attraverso elementi della nostra esistenza aspetti del creato che assumono un controllo totalitario sul nostro destino. La plasticità della forma diventa la dimensione ideale per rappresentare il caos naturale del divenire. Senza nessuna pretesa, l’artista si mette a disposizione dell’oggetto in attesa di una metamorfosi che ne riveli la bellezza e la sua più nascosta purezza.

 

 

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