Le immagini in movimento di Julian Rosefeldt

Mancano pochi giorni alla chiusura della mostra di Julian Rosefeldt presso il Palazzo delle Esposizioni, artista e attualmente borsista presso l’Accademia Tedesca di Roma a Villa Massimo. Manifesto è un progetto audace e coraggioso che punta i riflettori su un processo artistico che assume connotati politici, riportando in auge manifesti della storia dell’arte, dell’architettura e del cinema, che vengono percepiti come attuali riflessioni di un’arte che necessita un risveglio politico attraverso una precisa e attenta scelta di luoghi, parole e composizioni.
Grazie alla mostra, Julian Rosefeldt è riuscito a spostare l’attenzione del pubblico non solo su di sé ma su un lavoro che indaga le immagini in movimento e che crea un ibrido tra l’arte video e il cinema. L’artista, che si occupa di opere video da oltre vent’anni, presenta una ricerca basata prima di tutto sui dettagli, citazioni e costruzioni formali della scena che tendono a rivisitare l’uso del video, la sua percezione stilistica sia estetica che formale puntando, attraverso la stessa, a decostruirne i cliché. Il cinema diventa un pretesto per una costruzione precisa che cambia di lavoro in lavoro, in cui la scena si costruisce attraverso sovrapposizioni e decontestualizzazioni in cui ciò che resta della volontà dell’artista è il senso di collettività attraverso l’uso del singolo. In Manifesto, ad esempio, la costruzione stilistica dei tredici video, ma anche la necessità installativa accompagna lo spettatore in brevi momenti in cui tutto si annulla e nel silenzio, come delle litanie o delle preghiere, la voce dell’arte parla direttamente allo spettatore, invadendolo non solo visivamente ma anche mentalmente.
L’accuratezza delle immagini, nasce da una ricerca precisa dove il paesaggio assume, molto spesso, un ruolo fondamentale. Le opere di Rosefeldt sembrano essere costruite intorno un’idea architettonica della scena, gli spazi sono sequenze logiche di un percorso ragionato che fa perno, a volte, su testi e citazioni che fanno da collante con il resto dell’azione. Nelle messe in scena emerge sempre un livello meta-narrativo. I set in cui si svolge l’azione, sottolineano un mondo che è finzione, dove tutto ciò che vediamo nasce da ciò che abbiamo già visto, sentito o studiato. Allo stesso tempo, ciò che quindi ci è familiare viene messo in discussione dal tipo di narrazione che provoca, a volte diverte e a volte confonde lo spettatore.
Seppur si tratti di impostazione cinematografica, le opere dell’artista hanno la capacità di liberarsi dei costrutti formali che le vincolano ad una precisa produzione estetica, in favore di una costruzione che ha più a che vedere con l’installazione. I set, le scene, i monologhi, sono organizzati e pensati necessariamente anche secondo il loro uso e la loro destinazione finale, in cui l’assetto installattivo è immaginato per un coinvolgimento totale del pubblico, ricettore naturale delle composizioni stesse.

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Die Ausstellung/Filminstallation ‪#‎MANIFESTO‬ von Julian Rosefeldt im Hamburger Bahnhof- Museum für Gegenwart. 13 Mal Cate Blanchett und 52 Manifeste.
© Foto: David von Becker

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