L’essenzialità colorata di Daniel Buren

Non chiamatelo pittore! Daniel Buren, l’artista francese che dalla metà degli anni Sessanta ha imposto il suo modo di fare arte con ineluttabile semplicità, non può assolutamente rientrare nella categoria di “pittore”. Facendo della sua pratica il suo stesso marchio, Buren, ha reinventato l’idea di pittore e di artista in generale. Le sue strisce di colore si avvicinano a volte all’idea di pittura e altre volte, invece, diventano vere e proprie sculture. Nel momento esatto in cui le sue opere si pongono fuori da ogni tipo di riferimento cui siamo abituati diventano altro, si allontanano dunque dalla banale espressione minimale pittorica per un concetto che tende a reinterpretare e influenzare i luoghi in cui si inseriscono. Non esiste più un unico modo di osservarle, ma si frammenta in mille pezzi, in diversi punti di vista che mettono in continua relazione il fruitore con delle forme, solitamente geometriche e astratte.

I colori primari si presentano così come sono, senza alcuna sfumatura o fusione. Il modus operandi non cambia quasi mai. É forse proprio questo l’aspetto più curioso del mondo artistico di Buren: la sua capacità di reinventare luoghi e visioni partendo da un unico modo di fare, che lascia a volte stupiti così come interdetti. Nella totale a-temporalità di cui vive l’operato artistico di Buren, l’idea di base risiede nel proiettare in chi osserva e vive nelle sue creazioni, molteplici modalità percettive che acquisiscono un aspetto del tutto fenomenologico. All’opera è delegato il compito di valorizzare aspetti del creato che sfuggono ai nostri occhi, riportandoli in auge attraverso la stesura di colori primari che giocano con i mille aspetti del creato.

Ciò che, però, sta davvero dietro all’interesse di Buren è ben altro. Una riflessione che sposta l’attenzione dalla pittura al sistema stesso della pittura, in cui l’artista ha un ruolo del tutto marginale poiché è l’opera che acquista significato a seconda del contesto in cui si sviluppa e in cui viene presentata al pubblico. Qualsiasi cosa può colorarsi di giallo, rosso, blu, e diventare inconsapevolmente il frutto di una scelta artistica cui viene dato solo un primo input e poi abbandonata al suo flusso vitale che, così come la natura, diventa padrone della nascita, dello sviluppo e anche della graduale scomparsa di sé.

É una sorta d’incontro spirituale, da natura a natura, dai colori primari (che altro non sono che prodotti della terra) all’ambiente circostante, creato o dissacrato dall’uomo. É uno stato di cose che reclama un ritorno alla realtà essenziale, alla semplicità delle cose che ci circondano e alla nostra capacità di accettarlo. La capacità di stupirsi di fronte a ciò che, ormai, in un mondo costantemente bombardato dall’eccesso di significato e di forma, è considerato banale, semplice, inutile. Ma non è forse il semplice, logico e lineare ciò di cui, a volte, si ha bisogno?

 

 

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