L’incanto delle fotografie di Candida Höfer

Può un interno di un palazzo coinvolgere più di un paesaggio? Se confrontiamo due fotografie: da un lato il verde paesaggio della Pianura Padana, dall’altro la Royal Portuguese Library di Rio de Janeiro. Quale delle due è più affascinante?

Musei e biblioteche, interni di banche ed uffici, teatri, design di palazzi. Questi sono i temi che hanno da sempre appassionato Candida Höfer.

Nata nel 1944 a Eberswalde, in Germania, la Höfer è considerata la principale esponente della Scuola di Düsseldorf, importante centro di formazione professionale e artistica di alto livello per la fotografia.

Fin dalle sue prime realizzazioni, i protagonisti nelle immagini di Candida Höfer sono gli interni di spazi pubblici come musei, biblioteche, archivi, teatri, uffici, banche, palazzi storici e stazioni di treni o metropolitana, fotografati nella loro semplicità ed illuminati rigorosamente dalla sola presenza della luce naturale che permette di cogliere anche i dettagli più minuti. Si tratta di semplici inquadrature centrali, scatti caratterizzati da una precisione unica nel suo genere e realizzati senza ritocco digitale. È incredibile come la Höfer riesca a far trapelare la bellezza naturale da un semplice teatro o una galleria d’arte. Non ci sono passanti, ogni cosa è al suo posto, unico protagonista è il fascino dell’architettura capace di creare un rapporto esclusivo con lo spettatore in una contemplazione solitaria, veri e propri ritratti di architettura dal forte impatto suggestivo. Ad incantarci sono le librerie lignee delle biblioteche, il rosso del tendaggio del palco, le maestose decorazioni del Palais Garnier di Parigi, o ancora il bianco lucente della chiesa di Sant’Andrea di Dusseldorf. Immagini che, pur nella loro semplicità, riescono a regalare emozioni uniche.

Riportiamo le parole dell’artista, dette in occasione della mostra Candida Höfer. Immagini di Architettura ala Fondazione Bisazza: «Il soggetto del mio lavoro sono gli spazi pubblici e istituzionali. Io li preferisco quando non sono ancora invasi dal pubblico. È allora che questi stessi sanno raccontare di più sulle persone che li vivono o li hanno vissuti. Gli spazi parlano di luce, ecco perché li immortalo nella luce stessa in cui li trovo, naturale o artificiale che sia. Gli spazi hanno delle funzioni. Le funzioni creano analogie. Io sono affascinata dalla differenza in queste analogie».

 

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