L’insostenibile leggerezza delle immagini di Irene Kung

Formatasi nel mondo della pittura, la svizzera Irene Kung è una fotografa anomala, a cui non è mai interessato più di tanto rappresentare la realtà. Le sue fotografie, infatti, non sono mai riproduzioni esatte del reale, ma piuttosto interpretazioni del mondo attraverso gli occhi dell’artista.

All’immagine meccanica si sovrappone nelle sue opere il gesto pittorico, in una tecnica multimediale in cui la fotografia perde il suo carattere di pura registrazione, e attraverso l’uso della tecnologia digitale si converte in una diversa forma espressiva.

Nell’epoca dell’iperfotografia, in cui tutti produciamo immagini senza sosta e ne siamo contemporaneamente bombardati, Irene Kung torna invece a un lavoro lento e paziente, fatto di attese (ad esempio nella scelta di soggetti e luce) e di minuzia (nella postproduzione), in quello che può essere letto come un tentativo di rallentamento di un fenomeno che appare ormai inarrestabile.

Obiettivo, non poco ambizioso, del suo lavoro sembra essere quello di raccontare attraverso la fotografia, anziché una visione realistica della realtà esterna, la dimensione opposta, quella irrazionale dell’interiorità e dei sentimenti. Quelli proposti dalla Kung sono infatti luoghi interiori, immagini emotive, in cui la razionalità è messa da parte insieme al superfluo, per arrivare all’essenziale, e così all’emozione.

I soggetti che rappresenta, generalmente alberi e architetture, sono infatti sempre ridotti a una purezza essenziale, completamente decontestualizzati rispetto al loro spazio originario. Sono sempre ripresi frontalmente, ritagliati nel vuoto e sospesi in un silenzio tombale, in cui la figura umana è quasi sempre assente. Estratti dal flusso dell’esistenza e immersi in una dimensione metafisica e rarefatta, sono offerti allo spettatore sotto una veste nuova, arricchiti di sentimenti e quasi purificati. Una calma apparente è perciò protagonista delle sue immagini, e quelle che si creano sono atmosfere enigmatiche, che provocano nel pubblico un senso di smarrimento ma di tranquillità allo stesso tempo, in un dolce naufragare cullati dal silenzio più assoluto. Se tutte le foto sono mute, infatti, le sue lo sono di più.

È in questo modo che i luoghi che conosciamo divengono misteriosi, senza tempo, e soggetti banali si convertono in immagini universali, non riconducibili a uno spazio-tempo in qualche modo identificabile.

Ad essere ben identificabile è invece la mostra in cui sono attualmente esposte le sue opere: si trova a Roma presso la Galleria Bonomo, dove la fotografa è già alla sua terza personale.

Si tratta stavolta di una mostra in cui i soggetti più amati dall’artista sono rivisitati in chiave meno cupa. Ai soliti forti contrasti chiaroscurali e profondi sfondi neri sono sostituite infatti atmosfere più tenui, primaverili, grazie a un nuovo studio sulla luce, che dona alle opere esposte un inconsueto senso di leggerezza, senza però perdere l’abituale dose di enigma e di mistero.

Piazza di Spagna, Campo de’ Fiori e altri spazi della quotidianità romana si trasformano all’interno di questa mostra in luoghi incantati e sconosciuti. É questo il potere della Kung, creare immagini che trascinino all’interno di una dimensione altra, capaci di mostrare qualcosa che normalmente sfugge, di mettere in evidenza aspetti inediti di soggetti altrimenti scontati. Lo stesso, del resto, accade all’interno della mostra. Negli spazi raccolti della galleria, tra il chiarore delle pareti e quello delle immagini, circondati dalle atmosfere sospese della Kung, la sensazione è quella di essere immersi in un mondo parallelo, totalmente isolati dal caos della realtà esterna.

C’è tempo fino al 20 maggio per lasciarsi trasportare.

Fino al 20 maggio 2017

Galleria Valentina Bonomo

Via del Portico d’Ottavia, 13

Roma

 

http://galleriabonomo.com/Exhibitions/irene-kung/

 

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