Lo sguardo del fotografo: intervista a Pier Paolo Fusciani

Veneto di origine ma sardo di adozione, il fotografo Pier Paolo Fusciani è stato da poco protagonista della mostra Sguardi ospitata presso il Monte Granatico e il Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri. La mostra, inserita all’interno della manifestazione Artecracy.eu: l’arte contemporanea in Sardegna, indagava una vasta gamma di emozioni attraverso una serie di primi piani fotografici. Esperienze e sentimenti erano cioè raccontati solo attraverso le espressioni del volto dei soggetti rappresentati. Lo sguardo, infatti, ha spiegato lo stesso Fusciani, “riesce a trasmettere delle emozioni e delle sensazioni anche senza che queste vengano descritte, indipendentemente cioè dalla cultura, dal linguaggio parlato. La cosa bella è che gli sguardi non si possono fingere, e la fotografia ha il potere di congelarli”.

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con l’artista per conoscere meglio la sua storia e il suo lavoro.

Come è nata la sua passione per la fotografia?

Ho la fortuna di ricordare perfettamente cosa mi è successo, quando mi è stato inoculato il virus. Io avevo uno zio fotografo che mi portava sempre in giro perché non aveva figli. Mi ricordo che un giorno siamo andati su un canale, nella Riviera del Brenta. Era una brutta giornata, c’era questa barca di legno da pescatore e io ero lì quando mio zio l’ha fotografata. Sul momento mi ricordo solo che faceva freddo, poi quando siamo andati a casa ha sviluppato il rullino, ha fatto questa stampa su carta baritata in bianco e nero e vedendo quell’immagine mi sono emozionato, l’ho trovata una cosa fighissima. Avevo dodici anni e vedere tutto il processo per me è stata una cosa bellissima. Secondo me è un’espressione di potenza il fatto di poter prendere quella cosa e portarsela a casa, mettersela al muro e poter ricreare delle sensazioni ogni volta che riguardi quell’immagine.

Quali sono i soggetti che preferisce?

Amo molto il ritratto perché mi interessano le persone, ma amo molto anche il paesaggio, mio malgrado. Diciamo che amo tutto quello che mi emoziona. Penso che la fotografia abbia questo grosso vantaggio, che ci permette di trasmettere su file (una volta era su carta) quello che i nostri occhi ci fanno vedere. Se non abbiamo la sensibilità per emozionarci di fronte a quello che vediamo non ci fermiamo a scattare. Abbiamo le lenti, le ottiche e così via, ma la fotografia si forma innanzitutto nella testa. Noi potremmo andare in giro a fotografare insieme per la città e scattare fotografie diverse pur nello stesso posto, perché dipende dalla nostra sensibilità, da ciò che ci colpisce.

Io sono veneziano, perciò sono anche particolarmente appassionato al carnevale di Venezia, su cui ho fatto diverse mostre. Mi piace la maschera perché è l’esatto opposto della street photography, in cui vediamo il viso e le persone si pongono esattamente come sono. Il carnevale è dissimulazione, è l’esagerazione della finzione, l’illusione personificata e autorizzata.

C’è qualche grande fotografo a cui è particolarmente legato?

A parte i grandi che hanno fatto la storia della fotografia come Cartier-Bresson, che mi piacciono per il loro talento naturale nel saper guardare e la loro capacità di linguaggio, dal punto di vista della narrazione e degli aspetti sociali mi piace molto Salgado. Quello che apprezzo della fotografia infatti è anche che riesce a farci vedere altri mondi, è un modo per condividere delle cose che altrimenti non si potrebbero vedere, che non si possono raccontare.

Lei scatta ancora in analogico o solo in digitale?

Io non sono uno di quei nostalgici che usano ancora l’analogico, anzi, ero uno che usava il computer già da prima. Il digitale ha semplificato l’esistenza dei fotografi, e se molte persone sono rimaste attaccate all’analogico non è per l’emozione della pellicola, ma perché erano in difficoltà a dover imparare a usare un computer, si sono trovati a non essere più detentori dei segreti del mestiere.

Sicuramente oggi fotografare è diventato più semplice, ormai si fanno le foto col telefonino e tutti sono fotografi. L’importante però è capire cosa si sta facendo, perché scattare in automatico qualsiasi cosa si veda diventa fastidioso, c’è uno spamming di immagini indiscriminato e siamo sottoposti quasi a una tortura. Se c’è condivisione, diffusione di una qualsiasi espressione artistica, io sono contento, però deve essere anche accompagnata da uno sviluppo della cultura in questo senso. Ci manca un po’ questo allenamento a guardare, perché è aumentato il numero di immagini che ci passano sotto gli occhi ma non è aumentato anche il nostro senso estetico, non abbiamo appreso cioè anche il linguaggio.

A proposito di questo, come è cambiato il mestiere del fotografo nell’epoca in cui tutti scattiamo centinaia di foto al giorno?

Non esiste più il mestiere, tutti sono fotografi. Quelli che ci si guadagnano da vivere sono solo i fotografi di matrimoni e quelli di moda. Adesso le immagini sono ovunque, ma è anche vero che vengono fruite e dimenticate in pochissimo tempo. Siamo diventati veramente voraci in questo senso, ma non so quanto di quello che ci arriva viene digerito. Mi deprime un po’ tutto questo. Chi fotografa poi normalmente non lo fa per un pubblico, lo fa per se stesso, come esigenza espressiva. Il problema però oggi non è solo che tutti si possono permettere un mezzo per fotografare, il problema è che abbiamo tutti un pubblico, cioè i nostri amici sui social. All’inizio questa mi sembrava una grande opportunità, i social mi sembravano di grandissima utilità per accorciare le distanze e raggiungere qualsiasi tipo di pubblico, ma adesso sta diventando tossico, non li frequento più molto.

Progetti per il futuro?

A metà mese parto per il Brasile e ho già un programma di cose che vorrei fare. C’è anche un progetto a cui ho iniziato a pensare due-tre anni fa che mi piacerebbe realizzare, ma è impegnativo dal punto di vista economico e quindi per ora rimarrà nel cassetto: quello della “fabbrica dei sogni”. Riguarda le scuole di samba che ogni anno si sfidano a chi fa la rappresentazione più bella durante il carnevale di Rio de Janeiro. Ogni anno viene dato un tema, su cui queste scuole lavorano tutto l’anno. Mi piacerebbe accompagnare dall’inizio il lavoro delle migliaia di persone che di anno in anno realizzano tutto il materiale che va in sfilata in quei tre-quattro giorni della festa, perché il carnevale non è solo l’esplosione di gioco e di follia che avviene in sfilata, crea tantissimi posti di lavoro anche a persone che molto spesso vivono nelle favelas e in questo modo riescono a portarsi a casa il pezzo di pane.

[Articolo collegato alla mostra “Sguardi” che si è svolta a Serri (Sud Sardegna) a partire dal 29 dicembre 2017 e che ha visto l’esposizione di alcuni “scatti” del fotografo Pier Paolo Fusciani. Evento realizzato dall’associazione Youth Caravella con il contributo dell’Assessorato al Turismo della Regione Autonoma della Sardegna e dalla partnership con il Comune di Isili, del Comune di Serri, del Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri, dall’Associazione Culturale Artecrazia e del giornale Artecracy.eu].

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