Louise Bourgeois, scolpire il vissuto

La potenza delle emozioni viscerali, mischiate alla tenacia del ricordo, cercano una rielaborazione e una catarsi nelle sculture di Louise Bourgeois, artista capace di dar forma alla brutalità della sofferenza e alla complessità del rapporto uomo-donna.

Louise ha avuto la fortuna di poter lavorare per più di metà della sua lunga vita senza essere al centro della critica artistica della sua epoca; è approdata alle luci della ribalta quando era ormai anziana, godendo del privilegio di essere stata davvero libera dai vincoli e dalle aspettative del sistema culturale e dell’art business. Ciò riflette perfettamente il senso del suo operato artistico, che è strettamente vincolato ad una rielaborazione che parte da un universo personalissimo, legato alla sua infanzia e alle dinamiche familiari, che nel prendere forma materiale diventa letteratura di vita leggibile e condivisibile da tutti noi.

Il rapporto amoroso, declinato nella coppia, nell’interazione genitore-figlio, nella sfera sessuale torna continuamente nell’arte della Bourgeois; è quasi sempre un rapporto conflittuale, fatto di compromessi, spesso claustrofobico o castrante. Essere cresciuta in una famiglia dove un padre infedele ha condannato la madre ad un’omertà consenziente implica un dramma non indifferente in quello che è il microcosmo di una bambina; da adulta sentirà quindi il bisogno di tirare fuori quel grumo di emozioni rapprese nel tempo, e potrà farlo solo tramite la scultura, che è quasi una battaglia fisica con la materia da plasmare. Un’opera come Janus fleur ne è la massima espressione: l’artista estrapola il dramma come se stesse effettuando un espianto di un organo, che non collaborava al corretto funzionamento dell’organismo, ma anzi lo corrompeva dal’interno. Un organo che come la divinità bifronte romana citata nel titolo è un miscuglio di forme, di ruoli e di sessi, un tutt’uno che divora le singolarità. Non importa dargli un’identità o un nome scientifico: ciò che conta è averlo sputato fuori, poterlo osservare dall’esterno smettendo di ingoiarlo nel profondo.

La famosa serie di giganteschi ragni, installati in diversi musei del mondo porta l’emblematico titolo di Maman: la madre dell’artista diventa un grande ragno protettivo,che tiene sotto il controllo delle sue zampe un’area circoscritta ma totalizzante, probabilmente quella del nucleo familiare. Si potrebbero spendere interi saggi di psicoanalisi su un’opera come questa, ma ciò che affascina è la sua capacità di dare forma al mostruoso che risiede nei comportamenti di chi amiamo: tacere ed annullarsi per proteggere la prole non è parimenti terrificante del tradire apertamente la fiducia dei propri figli?

La relazione e i suoi limiti: la coppia diventa un sistema fagocitante, dove ci si perde letteralmente l’uno nell’altro; il sesso più che unione diventa digestione, come in Couple I, dove un uomo e una donna altro sono due fantocci appesi che trovano rifugio ma anche annullamento nei rispettivi corpi. La bivalenza e il bilanciamento tra gli opposti sembra essere un tema a lei caro; Give or take ci mostra un singolo braccio alle cui estremità si posizionano un pugno chiuso e un palmo di mano aperto: dare ed avere trovano una compensazione all’interno del singolo individuo, che è quindi chiamato in prima persona a soppesarsi. L’equilibrio sta nel rimettere in asse, dare ordine all’intreccio di fili e colori che compongono il nostro tessuto interiore. Una metafora efficace per l’opera di un’artista che viene da una famiglia di tessitori di arazzi.

 

 

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