Matthew Barney e il ciclo di Cremaster

Cremaster è un ciclo di opere audiovisive ideate dall’artista americano Matthew Barney e che ha riscosso molto successo nell’ambiente artistico della seconda metà degli anni ‘90. Si tratta di cinque filmati la cui durata varia dai quaranta minuti alle tre ore, presentati volontariamente in disordine cronologico (Creamaster 4 è del 1994, Creamaster 1 del ’95, il 5 del ’97, il 2 del ’99, il 3 è l’ultimo del 2002) e privi di una vera e propria trama.

Queste creazioni sono totalmente incentrate sugli aspetti simbolici e ogni interpretazione è lecita. Inutile ogni tentativo di spiegazione oggettiva, ognuno può interpretare liberamente il significato di ogni fotogramma.

In Cremaster 1 ad esempio vediamo che la narrazione si svolge tra un campo da Football americano e un dirigibile, mentre i protagonisti sono un gruppo di ballerine, delle hostess e una donna sotto un tavolo. L’azione è un susseguirsi di coreografie all’interno dello stadio e gesti apparentemente senza senso svolti dentro il dirigibile. Ogni cosa è simbolica, dai dirigibili che riportano un famoso marchio di pneumatici (simbolo di società capitalistica?) all’uva che viene rubata dalla donna sotto il tavolo attraverso un foro (riproduzione di un utero e di uno stato fetale?).

Lo stile è subito riconducibile al cinema surrealista come il famosissimo film di Luis Bunuel “Un cane andaluso”, con cui condivide il forte simbolismo e la totale assenza di schematismi narrativi, lasciando lo spettatore senza punti di riferimento lungo la visione. Non è un tipo di espressione cinematografica che accetta mezzi termini, o la si ama o la si odia. Ma perché sprecare qualche ora della nostra vita per vedere una serie di video senza né capo né coda? Vale la pena provarci semplicemente per il fatto che guardando il ciclo di Cremaster ci spogliamo di tutti gli schemi che utilizziamo nella comprensione di un racconto, trasformando l’assorbimento passivo della storia in un esercizio attivo di associazioni mentali che alla fine della visione ci avrà comunque lasciato un inizio, uno svolgimento e una conclusione. Barney offre un fenomenale esempio di arte con il corpo, attraverso questo non ci parla direttamente di una cosa, ma ci induce a pensarla.

 

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