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MISSION

Governo all’Arte – Arte al potere

Contrario all’idea che l’etimologia possa spiegare compiutamente l’essenza di un termine, partirò da essa per arrivare al quid. La fusione del termine latino ars (lungi dal greco τέχνηtéchne) con l’ellenico δῆμος (démos, popolo) ha prodotto il termine, non nuovo, Artecrazia, il quale assurge, in salsa anglosassone, al neologismo Artecracy. Le ragioni di un tale melting pot linguistico verranno espresse da qui innanzi. Che lo si voglia interpretare come la volontà di elevarsi a “governo dell’Arte” o al “potere all’Arte”, finanche all’”Arte al potere” a noi, sinceramente, poco importa. Risulta essenziale, invece, dare voce ed anima ad una delle più nobili qualità dello spirito umano in questo «mondo che danza sui piedi del caos» (Friedrich Nietzsche, Also sprach Zarathustra). Per farlo ci si avvarrà del presente giornale on-line, un portale «per tutti e per nessuno». 

La rivista «Artecrazia», dedicata all’arte, fu in realtà il supplemento del periodico «Futurismo», il quale vide la luce per la prima volta in Italia negli anni Trenta del secolo scorso. Questo non significa che la mission del nostro giornale e che l’operato dei giornalisti e collaboratori del presente portale sia direttamente riconducibile all’idea propugnata dai futuristi più di un secolo fa. Tutt’altro. Il continuum è deducibile, invece, dalla volontà di spezzare una volta ancora il rapporto con un passato artistico ingombrante e stantio. Riferendosi non solo a quello della tradizione greco-romana e moderna, ma anche, principalmente, a quello che ha caratterizzato gli ultimi cinquant’anni del secolo scorso.

Dando voce critica ai giovani europei del XXI secolo, spiriti liberi e mai satolli, il giornale sarà il megafono della nuova energia vitale artistica del Vecchio Continente e non solo. La forza del progetto sarà, infatti, la presenza di collaborazioni internazionali all’interno del portale, fucina inesauribile di articoli e di scambi proficui di idee e culture. Saranno presenti articoli scritti in diverse lingue e il titolo stesso del nostro giornale è volutamente un neologismo inglese che possa veicolare subito il messaggio: l’annuncio della nascita di un nuovo laboratorio di idee intorno all’arte e al suo significato intrinseco.

Secondo Gillo Dorfles «l’arte non prescinde dal tempo per esprimere semplicemente lo spirito della Storia universale, bensì è connessa al ruolo delle mode e a tutti gli ambiti del gusto», tuttavia non è neanche, per Vladimir Vladimirovič Majakovskij, «uno specchio cui riflettere il mondo, ma un martello con cui scolpirlo». Noi vogliamo cantare quella che è o dovrebbe essere la nuova arte, cercando di interrogare il passato con gli occhi critici del presente, come slancio per un futuro necessariamente diverso, al di là del bene e del male. Questo perché siamo consci che pánta rêi, tutto scorre, e ciò vale per ogni realtà, senza eccezione, compresa l’arte. Il divenire è contrassegnato da un continuo passare da un contrasto all’altro, direbbe Eraclito di Efeso, e l’arte, parafrasando Oswald Spengler, è la forma d’espressione più significativa di un popolo, inserita nei cicli della storia.

Una costante della moderna cultura europea, secondo Erich Auerbach, è la centralità della persona umana, frutto della convinzione che la sorte personale dell’uomo sia necessariamente tragica e rivelatrice della sua connessione con l’universale. Ma al di là della ricerca del metafisico, infausta o salvifica, dell’uomo, noi vogliamo ripristinare gradualmente il ruolo primario del corpo umano nell’arte. Ciò non attraverso un grottesco ritorno all’uomo vitruviano posto al centro dell’universo, di rinascimentale memoria, bensì ad una graduale e mai forzata riscoperta di quella macchina perfettamente sproporzionata che è l’essere umano. Ma ogni espressione artistica del passato e del presente, ogni prodotto materiale e immateriale, ogni concezione dell’arte, anche diametralmente opposta alla nostra visione, potrà trovare spazio nel nostro lavoro editoriale, filtrata dalla nostra personalissima “concezione del mondo”, o meglio, weltanschauung.

La libertà d’espressione, nei limiti della deontologia professionale, sarà la costante della nostra produzione giornalistica, senza asservimenti politicamente corretti.

Lavoreremo, da subito, pubblicando note critiche e notizie di informazione relative alle mostre e alle iniziative in generale dedicate all’arte, promosse in Europa, a 360°. Consci che il “nuovo” sia sempre violento (si pensi al parto), siamo consapevoli di poter infastidire i puristi e di non riuscire a scalfire i solipsisti, figli di questa Europa che doveva essere «una volontà unica, formidabile, capace di perseguire uno scopo per migliaia di anni» (Friedrich Nietzsche) e che si sta rivelando perfettamente integrata, invece, nella logica del «cretinismo economico», nel «capitalismo assoluto perfettamente realizzato», direbbe il filosofo Diego Fusaro, distante anni luce dai popoli e produttore dell’individuo avulso dalla società e mero consumatore. Ai giovani obnubilati dal “nichilismo passivo” noi proponiamo, quasi un secolo dopo, le parole di Margherita Sarfatti: «un’arte, che sembri di tutti, e sia nell’essenza per i migliori, perché tutti possono intenderne i lati rappresentativi, non ermetici, semplici, e tutti possono presentirne oscuramente l’afflato di mistero spirituale interiore, il quale non le viene dagli artifici apparenti, ma dal senso del prodigio, posto alle radici dell’essere» (Storia della pittura moderna).

Rispetto alla modernità promossa dal Novecento noi proponiamo alle nuove generazioni un supporto multimediale figlio del nostro tempo tecnologico, un brain storming multimediale, che anela ad una, chissà, futura nascita di una corrente artistica contraria all’accelerazione dei tempi di cambiamento, quindi cronologicamente longeva.

Intanto, in questo periodo in cui le classi dominanti combattono una “rivoluzione passiva” per rinsaldare l’ordine neoliberale, il vuoto artistico è paradossalmente contraddistinto da una pluralità di produzioni, certificando la crisi, ossia, come direbbe Antonio Gramsci, «quel momento in cui il vecchio muore ed il nuovo stenta a nascere».

La stessa crisi che contraddistingue «il migliore dei sistemi possibili», la democrazia, un valore così universale che l’Occidente pensa sia proprio dovere esportare, direbbe Massimo Fini, «anche con la forza presso popolazioni che hanno storia, vissuti e istituzioni completamente diversi […] Un regime (la democrazia) di minoranze organizzate, di oligarchie politiche economiche e criminali che schiaccia e asservisce l’individuo, già frustrato e reso anonimo dal micidiale meccanismo produttivo di cui la democrazia è l’involucro legittimante».

All’anglofono Liberal democracy noi proporremo sempre nuovi artisti, capaci di interpretare un mondo, perlomeno, diverso, segnato dall’avvento dell’Artecracy.

Il Direttore

Stefano Cariello