Momento zero: le montagne senza eco di Pietro Manzo

È in corso presso la White Noise Gallery Momento Zero, personale di Pietro Manzo composta da opere che spaziano dal monumentale al piccolissimo formato, dalla fotografia alla pittura all’installazione.

A prima vista, le opere di Manzo non sembrano avere molto di originale da dire. Basta una seconda occhiata, però, per accorgersi che in realtà nascondono qualcosa in più rispetto a quanto si potrebbe pensare fermandosi al primo colpo d’occhio. Quelli che sembrano semplici paesaggi fotografici, infatti, sono in realtà ricostruzioni fittizie di una realtà non più esistente, ottenute sovrapponendo strati di colore a stampe fotografiche. Quella che potrebbe sembrare la solita mostra di fotografia naturalistica, pertanto, si trasforma nell’occasione di conoscere una ricerca di tutt’altro genere, e di riflettere su tematiche tutt’altro che scontate. Se da lontano potrebbero sembrare solo immagini da cartolina, infatti, guardando con più attenzione si scopre che quelli esposti da Manzo sono panorami colpiti da ferite indelebili, ferite che l’artista tenta però di ricucire attraverso la pittura. I soggetti da cui parte sono montagne sventrate, paesaggi stravolti dalla presenza umana, che l’artista riporta con il suo intervento al loro “momento zero”, allo stadio iniziale della loro storia. L’artista, come un chirurgo plastico, elimina cioè con pazienza tutte le cicatrici lasciate dall’uomo sulla natura, ristabilendo almeno sulla carta un equilibrio millenario ormai perduto per sempre.

Quella offerta da Manzo è perciò la rappresentazione di un mondo perfetto ma surreale, ambiguo, che non è del tutto naturale, né del tutto artificiale. È l’effige di una natura fin troppo incontaminata, il ritratto di paesaggi senza memoria, di montagne senza eco. Un ritratto reso paradossalmente poco credibile proprio a causa della totale assenza di qualsiasi contaminazione umana, ormai inconcepibile nella mente dell’uomo moderno. I paesaggi di Manzo, in altre parole, hanno lo stesso effetto di paesaggi realizzati in computergrafica, troppo vergini e silenziosi per risultare realistici.

La tecnica utilizzata per realizzare queste opere è molto antica, tanto quanto il mezzo fotografico stesso. La pratica del ritocco a pennello, infatti, era ampiamente diffusa già all’epoca di Daguerre, e così è stato fino all’invenzione della fotografia a colori e alla cosiddetta “rivoluzione del digitale”. L’artista, però, riesce a trasferirla in maniera originale nel contesto artistico contemporaneo, e a sfruttarla al massimo per veicolare il suo messaggio. La curiosità da parte del pubblico è inevitabile, non solo per l’utilizzo di una tecnica così inusuale nel 2017, ma anche a causa dell’impossibilità di conoscere l’immagine originale che si nasconde dietro l’intervento dell’artista.

Nella project room al piano inferiore della galleria è esposta un’altra parte della ricerca dell’artista, a metà strada tra scultura, pittura e installazione, in cui il discorso affrontato nelle altre sale si fa ancora più forte e tangibile. Dettagli di quelle stesse montagne raffigurate in foto sono dipinti qui dall’artista direttamente su frammenti di marmo prelevati dalle stesse (frutto pertanto della distruzione del paesaggio naturale ad opera dell’uomo di cui si parlava). Frammenti fisici e iconici convergono così a rappresentare un tutto in bilico tra un passato ormai perduto e un presente difficile da accettare.

Esposti e illuminati in maniera suggestiva, questi frammenti appaiono come pezzi di un corpo lacerato, da contemplare nel religioso silenzio di questa sorta di cripta. Unici particolari fatti emergere dal buio della stanza, sembrano essere indicati come testimoni di un delitto, o come reliquie di un martirio, normalmente incapaci di suscitare altra reazione che una malcelata indifferenza.

 

 

Fino al 18 novembre

White Noise Gallery

Via dei Marsi, 20/22

Roma

 

http://whitenoisegallery.it/mostra/momento-zero/

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