Nasce, cresce, si riproduce e rinasce: la Op Art

L’Optical Art sviluppata negli anni ’60 è uno di quei fermenti artistici che è riuscito a permeare talmente a fondo nel gusto della società da divenire un vero e proprio cult, capace di portare importanti strascichi fino agli anni ’90 e riguadagnare definitivamente popolarità con l’era digitale.

Un’arte fatta di effetti ottici ottenuti grazie ad un’attenta ricerca nell’uso delle cromature e degli accostamenti geometrici. Dai pionieri come Victor Vasarely, Jesus Rafael Soto, Bridget Riley fino alle odierne grafiche computerizzate sono passati diversi livelli di attenzione della critica e del pubblico, spesso legati ai dettami della moda del momento. In tutti questi anni lo scopo è sempre rimasto quello di stupire lo spettatore giocando con le sue capacità cognitive, azzerando le dicotomie piattezza/profondità e immobilità/mobilità.

L’Optical Art ha quindi la capacità di diventare un vero parco giochi per il nostro sguardo e questa forte interazione tra opera e spettatore ha consentito un successo che oggi pare vivere una seconda giovinezza. Negli anni ’70 ci fu il boom dell’Optical nella moda e migliaia di vestiti e accessori riportavano fantasie provenienti da quel campo. La nostra generazione invece è autrice di un diffuso revival di quella moda, talmente diffuso che praticamente non ce ne rendiamo conto. Pur trattandosi di modelli 2.0 molto diversi da quelli degli anni ’70 abbiamo comunque sviluppato una nostra interpretazione che ha rinnovato il genere. Per capirlo ci basta entrare in un negozio di articoli sportivi: quanta Optical ci troviamo? Leggings, magliette in tessuto tecnico, scarpe, felpe, guanti, palloni; ogni oggetto ha un qualcosa proveniente dalle sperimentazioni della Op Art. Oppure guardiamo una partita di calcio e pensiamo un attimo alle divise dei giocatori. Oggi sono diffusissime quelle con effetti Optical, certo un po’ tamarre, ma legate comunque a questa particolare esperienza artistica. A proposito di tamarri, che dire delle automobili da Tuning? Quelle alla Fast and Furious per intenderci. Anche in quell’ambito l’Optical ha proliferato talmente tanto da contagiare pure il mercato delle auto di serie.

Insomma, molto brevemente e senza scomodare grandi mostre e grandi artisti (come Tauba Auerbach, giusto per dare un nome d’attualità che dia uno spunto di ricerca per chi volesse approfondire) si può avere un’idea di come l’Op Art si sia evoluta e di come sia entrata anche nel nostro costume post moderno. Oggi quindi la ritroviamo come un’arte viva e vegeta con artisti assolutamente validi in tutte le espressioni possibili, compreso il digitale, ma appesantita da un’eccessiva volgarizzazione dettata dal gusto odierno. Senza dubbio l’Optical continuerà a fare proseliti anche in futuro.

 

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