Nessun “Dubbio”: una mostra inconsistente. Carsten Holler

La mostra di Carsten Holler a Milano allestisce all’interno dell’ampio e austero spazio del  Pirelli Hangar Bicocca una sorta di tetro Luna Park per adulti, una scenografia perfetta per una serie tv a sfondo horror, dove alla fine nulla accade.

Il titolo della mostra – “Doubt” – suggerisce l’interpretazione chiave per questo percorso di opere di grande formato. E’ un lavoro sensoriale ed esperienziale quello di Holler che ha l’intenzione di far dubitare delle proprie percezioni fisiche e spaziali. Strumenti di questo inganno dei sensi sono il buio, gli specchi, la luce a neon e due giostre da festa di paese. Un Luna Park per l’appunto, al chiuso di una ex fabbrica senza stelle in cielo e senza zucchero filato.

I dubbi che Holler vuole instillare in chi si confronta con i suoi lavori sono puramente materiali, non c’è nessun tipo di rimando a qualcosa che non siano le opere stesse, nessuno spunto di riflessione più ampio. Ciò che attende il visitatore sono ingombranti e poco originali giochini che intrattengono per poi essere facilmente dimenticati.

L’ingresso alla mostra è attraverso l’opera “Y” una passerella con una biforcazione circondata da luci intermittenti che obbliga a una veloce scelta di direzione – destra o sinistra – che si rivelerà poi del tutto ininfluente sull’esperienza della mostra. Decisione questa discutibile che invece di sottolineare l’importanza di quest’opera, come dichiarato dall’autore, la indebolisce e  mette si un dubbio, ma sulla qualità dell’intera mostra fin dai primi passi.

Dubbio che permane e si acuisce considerando la divisione in due parti simmetriche e uguali dell’esposizione che secondo le intenzioni dovrebbe nascondere allo sguardo metà delle opere per poi poterle ricomporre solo mentalmente una volta che si torna indietro dall’altro lato verso l’ingresso/uscita. In realtà questa divisione non è affatto netta e il visitatore passa da una parte all’altra con estrema naturalezza senza che neanche balzi alla mente di essere costretti a una vista parziale sulle opere. Addirittura per far “danzare” in aria delle riproduzioni giganti di fumettistici funghi allucinogeni bisogna proprio afferrare il meccanismo e girarci ampiamente intorno.

Passando tra porte girevoli a specchio e lampade fluorescenti si arriva a due giostre che sembrano ferme, invece girano molto molto lentamente. Un altro esempio piuttosto superficiale di inganno dei sensi che non produce nè sorpresa nè divertimento, tantomeno riflessione.

Una volta usciti dal percorso espositivo il dubbio sulla validità della proposta artistica di Holler è chiarito. E’ uno di quei casi in cui le dimensioni e lo scintillio luminoso delle opere suppliscono all’inesistenza del messaggio lasciando un senso di delusione e insoddisfazione causato dalla vacua fama dell’autore e dalla  mancanza di compiutezza di un progetto dalle intenzioni presuntuose.

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