Non Plus Ultra: intervista a Gonzalo Borondo

Limiti, trasparenze, iconografie sacre e rimandi all’antichità hanno invaso da ieri sera il nuovo Macro Asilo di Roma. Il merito è dell’artista spagnolo Gonzalo Borondo e della sua nuova spettacolare installazione Non Plus Ultra.

L’opera, realizzata in collaborazione con 56Fili di Arturo Amitrano e a cura di Chiara Pietropaoli, è un’installazione percorribile, composta da cinquantadue lastre di vetro alte più di due metri e serigrafate su entrambi i lati con immagini intense ed evanescenti che indagano il tema del sacro e della condizione umana, da sempre fulcro della poetica di Borondo.

Creata negli ultimi giorni direttamente nel cortile del Macro sotto lo sguardo curioso del pubblico, l’opera sarà visibile in anteprima al museo ancora fino al 18 novembre, per poi migrare a fine mese verso l’Ex Dogana di San Lorenzo, dove Borondo vive e lavora da tre anni, insieme ai colleghi della Factory Studio Volante.

Abbiamo fatto qualche domanda all’artista per saperne di più.

Ieri a Roma ha inaugurato la tua nuova installazione Non Plus Ultra, ce la racconti?

È un percorso fatto con delle lastre di vetro, su cui sono rappresentate due immagini, una che si percepisce da un lato e una dall’altro. Per me però è sempre un po’ complesso spiegare le immagini, soprattutto in casi come questo, in cui lo scopo dell’installazione è creare un’esperienza. L’opera va vissuta, e il linguaggio verbale o scritto in questo senso è limitante, è come spiegare una sinfonia attraverso un disegno… Io invito sempre a vedere le immagini e poi riflettere su tutti i diversi significati che messe assieme e vissute nello spazio possono raccogliere. In questo caso le immagini rappresentate sono una figura in posizione di crocifissione e una colonna, che nella composizione creano dei percorsi, dei corridoi. Solo che questi corridoi sono trasparenti, di vetro, si possono vedere ma non si possono attraversare direttamente, bisogna muoversi in mezzo. Il vetro è un materiale fragile, trasparente, che ti lascia guardare attraverso ma allo stesso tempo è duro. Quindi in qualche modo l’opera riflette sul concetto di limite, e il materiale ha una grande importanza nella sua poetica. Non vorrei però che questa idea del limite diventasse limitante per lo spettatore.

In che senso?

Io creo sempre a partire da una mia immagine mentale, che ovviamente viene influenzata dalle mie esperienze (in questo caso soprattutto da Roma, perché gli archi, le colonne e la figura della crocifissione sono dei soggetti molto presenti in questa città, e dopo un po’ di anni qui mi è venuto naturale creare questa installazione). Non voglio però che questa immagine sia limitante, perché poi ognuno può percepirla come vuole. Non vorrei mandare cioè un messaggio unidirezionale, mi piace che le opere abbiano una prima lettura semplice e immediata, accessibile più o meno a tutti, e poi diversi livelli di lettura per chi vuole approfondire.

 

La collaborazione con Arturo Amitrano invece com’è nata? Ti ha influenzato molto?

Arturo l’ho incontrato circa sette anni fa, quando io ero appena arrivato a Roma e lui aveva lasciato tutto per concentrarsi sul mondo della serigrafia. Al tempo faceva più lavori su magliette e di serigrafia convenzionale, poi insieme nel suo studio abbiamo cominciato a fare una serie di esperimenti, e abbiamo continuato negli anni con tutti i tipi di materiali. Ad esempio insieme abbiamo fatto Aria, una collaborazione in un complesso monumentale a Catanzaro con serigrafie su vetro realizzate in situ. L’idea è quella di portare il linguaggio della serigrafia a una scala più installativa e non tanto commerciale. È sempre stato un po’ questo il nostro scopo e probabilmente lo sarà anche in futuro…

Visto che per te il contesto è sempre molto importante, ti vorrei fare una domanda su quello che ospita la tua opera in anteprima, il nuovo Macro Asilo, su cui si è discusso molto. Tu come artista cosa ne pensi di questo progetto? Ho visto ad esempio che hai dovuto lavorare dal vivo davanti ai visitatori per realizzare l’installazione: per te è una cosa positiva, aggiunge qualcosa all’esperienza e all’opera?

Guarda, nel mio caso sono molto abituato a lavorare in spazi pubblici o comunque aperti e vivi, non strettamente istituzionali. Mi interessa molto questo fatto che l’arte abbia un contatto diretto con la quotidianità e non soltanto con un numero limitato di persone che vanno a contemplare delle opere, per cui a me non è dispiaciuto lavorare in questo modo. Non è una cosa che aggiunge effettivamente alla lavorazione dell’opera, però nasce una sorta di condivisione che secondo me è bella, perché permette alla gente di capire l’opera ed entrare nel processo. Devo dire che la cosa che mi è piaciuta di lavorare qui al Macro Asilo è che comunque, al di là di tutte queste discussioni che si sono create, penso che – almeno al momento – si sia riuscito a creare un flusso che personalmente non avevo mai vissuto in questo museo. Si è creato un luogo di passaggio, un luogo pubblico come dovrebbe essere il museo, dove non c’è un limite per entrare e uscire: in questo senso penso che sia positivo.

 

Tu sei famoso in tutto il mondo soprattutto per i tuoi interventi di Street art, perciò come ultima domanda ti vorrei chiedere cosa ne pensi della situazione attuale in questo campo. Non so se è una mia impressione, ma mi sembra che tu faccia parte del gruppo di artisti che sono nati in quel contesto ma che, adesso che sta diventando sempre più un fenomeno di moda e di massa, se ne stanno un po’ distaccando…

Si, la Street art è sempre stata un po’ legata al mondo del mainstream, ma sopratutto negli ultimi anni questa cosa si è pompata molto. Io sinceramente ho cominciato a intervenire negli spazi pubblici quando ero bambino e ho sempre continuato perché mi interessa il fatto che l’arte e la vita non abbiano barriere, come invece a volte impongono le istituzioni, e poi mi piace molto il dialogo con il pubblico e con il contesto. Anzi, credo che ci sia una grandissima responsabilità nel fatto di agire sul contesto urbano. Dipingere su una grande parete è un atto molto aggressivo, che condiziona tante persone, quindi deve esserci uno studio del territorio, delle persone del luogo e di tutto quello che lì accade prima di intervenire. È un’operazione forte, e penso che spesso venga fatta con poca cura. Per questo dopo la grande quasi “invasione” degli spazi pubblici da parte dell’arte urbana – se così vogliamo chiamarla – io personalmente non mi sento più tanto parte di quel mondo. Io probabilmente sono nato con una generazione che era legata magari a un tipo di intervento più politico o critico, che però ormai secondo me è quasi sparito per lasciare il posto alla decorazione. Quindi diciamo che si, la Street art fa parte del mio background, e mi sento molto più comodo a lavorare sulle grandi superfici perché è quello che ho sempre fatto e che si adatta di più al mio gesto pittorico, ma allo stesso tempo quando ho visto questa invasione mi sono un po’ slegato, o comunque ho mirato molto ad altri progetti. Ad esempio ho lavorato a Marsiglia in un mercato dell’antiquariato, o a Selci in una cappella. Dialogare con un contesto è sempre fondamentale per me, mentre penso che nella Street art al giorno d’oggi questo non sia preso in considerazione.

 

01 001

 

Non Plus Ultra – Gonzalo Borondo

MACRO ASILO: 16/11 – 18/11 2018

EX DOGANA: 30/11 – 30/12 2018

Ingresso gratuito

www.museomacro.it

www.exdogana.com

 

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*