On The Breadline: intervista a Elena Bellantoni

“To be on the breadline” in inglese significa letteralmente essere sulla “linea del pane”, ma vuol dire anche riuscire a malapena a sfamarsi, trovarsi cioè sulla soglia di povertà che ha segnato (e ancora oggi segna) la storia di molte persone e di molti paesi. Il pane del resto non è solo la base della nostra alimentazione e un simbolo religioso-culturale di abbondanza e condivisione, ma è anche l’emblema delle rivolte popolari avvenute in ogni epoca nel nome della giustizia e dell’uguaglianza sociale.
“On The Breadline” è anche il titolo del progetto vincitore della IV edizione di Italian Council, il bando indetto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali con il fine di promuovere l’arte contemporanea italiana nel mondo.
Si tratta di un progetto artistico itinerante, promosso dall’associazione culturale tutta al femminile Wunderbar Cultural Projects e ideato da Elena Bellantoni, artista visiva che lavora con video, installazione e performance partecipative (tra le protagoniste della collettiva You Got To Burn To Shine appena conclusa alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma).
Il progetto durerà un anno, e per realizzarlo l’artista attraverserà quattro città: Belgrado, Istanbul, Atene e Palermo. On The Breadline prevede però anche tutta un’altra serie di spostamenti, non solo quello fisico (dell’artista), ma anche linguistico, e di forte scambio con le realtà locali. In ogni città infatti l’artista metterà in atto una performance, facendo interpretare a dei cori di giovani ragazze il canto di protesta Bread & Roses – tratto da un discorso pronunciato nel 1912 dalla leader femminista Rose Schneiderman – tradotto nelle lingue dei paesi coinvolti, in un originale cortocircuito tra passato e presente.
Partito da Belgrado a fine marzo, il progetto si concluderà nel 2020 con la realizzazione di un video a quattro canali, di una mostra – curata da Benedetta Carpi De Resmini – e di un libro.
Abbiamo intervistato l’artista per saperne di più.

Come è nato il progetto On The Breadline?
On the Breadline è un progetto che avevo in testa da un po’ che ho deciso di presentare per Italian Council, un bando del Mibac pensato sul modello dei council inglesi, l’unico che sostiene in modo cospicuo gli artisti italiani. In realtà non sostiene solo gli artisti ma anche i musei italiani, a cui vanno in donazione i lavori prodotti che entrano in collezione. Nel mio caso è l’Istituto Centrale per la Grafica di Roma, un museo che colleziona stampa e grafica, ma che negli ultimi anni ha iniziato a collezionare anche video: una forma evoluta, contemporanea, dell’incisione. Sono molto contenta di aver vinto questo premio perché il mio non è un progetto semplice, andava necessariamente finanziato, perché mette in linea quattro paesi: l’Italia, la Serbia, la Grecia e la Turchia.

Come mai proprio questi quattro paesi? Come li ha scelti?
Il titolo del progetto è On The Breadline, e “breadline” è una parola inglese un po’ ambigua, perché è sia la linea del pane, tradotta in maniera letterale, ma è anche la linea di povertà, ed è in qualche modo una linea di crisi che io ho segnato in questi quattro paesi, che sono tutti collegati con la cultura Mediterranea, e che negli ultimi anni per vari motivi hanno subito delle crisi economiche e politiche.

Quindi questo discorso sulla “breadline” è più riferito alla situazione attuale che a momenti storici passati?
In realtà si riferisce a entrambi. A Palermo, per esempio, c’è stata una famosa rivolta del pane nel 1944, mentre in Grecia nel 1973, durante la dittatura dei colonnelli, gli studenti hanno manifestato gridando “vogliamo pane e istruzione” davanti al Politecnico di Atene. In Serbia durante il periodo dell’embargo ci sono state tantissime manifestazioni in cui si chiedeva il pane, e la stessa cosa anche in Turchia, durante le manifestazioni di piazza Taksim. Quindi il pane è un po’ il simbolo che lega tutti questi paesi. C’è un bellissimo testo di Predrag Matvejević che si chiama Pane nostro, in cui lo scrittore ripercorre proprio questa storia.

Nel progetto è centrale anche l’interesse per la lingua di questi quattro paesi…
Si, c’è anche un discorso specifico legato alla lingua, e lavorare sulla lingua è lavorare sull’identità. Il testo su cui ho deciso di concentrarmi è il frutto di un discorso politico fatto dalla leader femminista Rose Schneiderman durante uno sciopero di lavoratrici negli anni Dieci del Novecento. Questo testo, diventato poi una poesia e una canzone, viene considerato in qualche modo anche l’inno dei lavoratori e delle lavoratrici. Il testo esisteva solo in inglese, non era mai stato tradotto in altre lingue, allora ho deciso di farlo. L’ho appena tradotto in serbo, ci sono stati diversi passaggi: la prima traduzione è stata letterale, poi con un poeta-paroliere abbiamo fatto un adattamento musicale, e poi la partitura musicale – che è un’altra traduzione ancora – l’ha fatta Sandra Cotronei, direttrice del Coro Inni e Canti di Lotta e nel Laboratorio di canto politico della Scuola Popolare di Musica di Testaccio.

Perché ha scelto proprio dei cori per interpretare questo testo?
La dimensione della protesta, dello sciopero in generale per me è collettiva non individuale, il gruppo ha una forza che il singolo non ha. Cercavo in particolare un gruppo di donne, e il coro dà questo effetto, del camminare insieme e di più voci che si uniscono. Per me in questo lavoro è importante il dare voce e il prendere parola.

A proposito di donne, ho notato che On The Breadline è un progetto tutto al femminile (dall’artista, alla curatrice, all’ente promotore, ai cori, alla compositrice della musica, ecc.), come mai questa scelta? È presente anche in questo progetto, come spesso nei suoi lavori, una componente di indagine sulla questione femminile?
La “questione femminile” mi interessa e mi attraversa sia come artista donna che come cittadina, ovviamente. Non è la prima volta che faccio un lavoro legato alla condizione della donna nella società contemporanea: ne ho fatto uno l’anno scorso sulla pubblicità sessista (The Highlighter, un progetto curato da Benedetta Carpi De Resmini in collaborazione con Una Vetrina ed il progetto Indipendents del MAXXI) e un altro quest’anno sulle miss bambine (a cura di Caroline Corbetta, uscito sul Il Crepaccio Insta-show). In tutti i paesi coinvolti nel progetto, compresa l’Italia, stiamo combattendo per creare dei nuovi paradigmi femminili. Mi interessava perciò dare voce alle donne, anche perché ultimamente – dal movimento #MeToo alle le manifestazioni di Non Una Di Meno – stiamo riscendendo nuovamente in piazza, sempre più coese, e stiamo riprendendo la parola. Io però non amo i lavori didascalici, se devo parlare della condizione femminile lo faccio a mio modo, lavorando sul piano poetico, visivo e musicale. Non è quindi un lavoro di denuncia e basta.

Il risultato finale del progetto sarà un video a quattro canali e una mostra. Ci sarà modo anche di seguirla passo passo durante tutto il percorso?
Si, c’è un sito con tutte le informazioni – che da questa settimana sarà online – e poi abbiamo attivato tutti i social. Ci sarà anche un libro, edito da Quodlibet, che sarà quasi un diario di viaggio, con gli interventi di Riccardo Venturi, Stefano Chiodi, Elena Agudio e della curatrice Benedetta Carpi De Resmini. Sto facendo anche delle performance in solitaria nelle quattro città. Ne ho già fatta una a Belgrado che si chiama You&Me On The Breadline e un’altra al Kalemegdan che si chiama Armed Body, poi dovremo capire come mettere in mostra tutti questi materiali che sto raccogliendo. Insieme alla video installazione produrrò infatti un disco in vinile 33 giri, dei piccoli pani di ceramica e dei disegni a china. La mostra sarà nel 2020, sicuramente in Italia, e poi riporterò anche indietro il lavoro finito nei paesi dove sono stata.

Quindi non sa esattamente quello che troverà e produrrà in ogni tappa, è tutto un po’ in divenire…
Si, la bellezza – ma anche la grande difficoltà – del progetto è proprio questa. Io lavoro sempre sulla tensione, anche con le performance partecipative, perché non sai mai quello che succederà. In questo caso ho una struttura che si ripete che è la mia “breadline”: da remoto con la project manager Manuela Contino e la curatrice gestiamo la scelta dei cori, dei partner locali ed i rapporti con i vari Istituti di Cultura. In ogni città però ci sono tante variabili, anche perché io non parlo la lingua locale, e parto sempre da sola. Lavoro poi con un assistente del posto o un’associazione equivalente di Wundebar Cultural Project, e costruisco in loco il tessuto su cui lavoro attraverso interviste, incontri e così via. Il lavoro è quindi fortemente connotato dal territorio.

Un’ultima domanda: abbiamo detto che questo progetto sarà realizzato grazie a Italian Council, un bando nato per promuovere l’arte contemporanea italiana nel mondo. Secondo lei – che ha sempre girato molto, aprendo anche qualche anno fa uno spazio espositivo a Berlino – com’è la situazione attuale dell’arte contemporanea italiana nel mondo? A che punto siamo?
È molto complessa! Gli artisti italiani che vanno fuori devono spesso autofinanziarsi. Questi premi invece servono proprio a questo: a far circolare l’arte italiana, a renderla più visibile e conosciuta fuori dal nostro Paese. Io che sono un’artista indipendente e ho sempre fatto tutto da sola, non dimenticherò mai la sensazione che ho provato sull’aereo per la Serbia, di dire “sto partendo, questo progetto che avevo in testa più di un anno fa sta diventando reale e mi stanno pagando per questo!”. Sono molto riconoscente per questa possibilità e soprattutto per questo riconoscimento del mio lavoro. Anche perché in Italia la figura dell’artista non è sempre molto valorizzata, da nessun punto di vista, né legale, né istituzionale. Italian Council è sicuramente un passo in avanti, poi sarebbe bello che ci fossero iniziative del genere anche a livello regionale o comunale. Comunque sono molto soddisfatta di essere arrivata fin qui.

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