Opere senza schema compositivo. Gli Achromes di Piero Manzoni

Il gesto dell’artista intrecciato alla materialità dell’opera sono stati gli elementi cardine nei lavori di due grandi artisti dell’arte contemporanea, Jackson Pollock e Lucio Fontana, ma tali caratteristiche non sono sempre andate di pari passo nel lavoro di altri artisti contemporanei, uno fra questi Piero Manzoni, colui che ha creato la serie degli Achromes negli anni ’50, ove la creatività col suo potere viene trattenuta dal Manzoni in modo volontario, in maniera tale che l’immagine, resa libera con questa modalità, si possa esibire di fronte a chi la osserva come puro significante.

Gli Achromes non sono delle opere realizzate seguendo un preciso studio compositivo, a differenza della classica concezione di opera d’arte non sono degli spazi definiti da una composizione di colori e linee, si tratta di una superficie che subisce la trasformazione in opera d’arte in modo autonomo, indipendentemente dal gesto dell’artista, ove il materiale, dopo esser stato imbevuto di caolino o gesso, subisce dei cambiamenti in virtù delle leggi della chimica. Il risultato qual è? Le opere non saranno mai completamente uguali l’una con l’altra, ognuna avrà una propria caratteristica.

L’infinito è il concetto su cui indaga Piero Manzoni, la semplicità e la neutralità dei materiali pongono in evidenza il fatto che la ripetizione delle opere, realizzate in serie, creino un’aggregazione senza un fine. Gli Achromes sono un vero e proprio evento visivo, sono solamente ciò che il pubblico vede, nessuna realtà celata, ogni narrazione viene negata, l’opera è solo ed esclusivamente materia.

 

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