Outdoor Festival 2018: breve racconto del padiglione arte

È già grande successo per l’ottava edizione di Outdoor Festival, inaugurata a Roma lo scorso 14 aprile, in seguito a una suggestiva anteprima del duo Quiet Ensemble all’IQOS Embassy di via Margutta. Il tema di quest’anno è il patrimonio culturale, e dopo le passate edizioni dedicate all’arte urbana e alla riattivazione di spazi abbandonati, il festival è approdato all’ex Mattatoio (nonché ex Macro Testaccio) e si è totalmente rinnovato, aprendo non solo ad ogni genere di arte visiva, ma anche a musica, televisione, conferenze e artigianato.

Nonostante tutti questi cambiamenti, già dai primi giorni di apertura è evidente che anche in questa edizione il padiglione arte, a cura di Antonella Di Lullo e Christian Omodeo, resta il protagonista assoluto dell’evento. Non avendo a disposizione gli spazi enormi a cui il festival era abituato, quest’anno il percorso è stato progettato (dal collettivo di architetti Orizzontale) come una sorta di labirinto, diviso in quattro sezioni tematiche rappresentanti i quattro modi di rapportarsi al patrimonio e allo scorrere del tempo. Questa organizzazione spaziale pone lo spettatore al centro della mostra e lo lascia libero di scegliere la propria esperienza, favorendo anche il confronto diretto tra artisti provenienti da nazioni, generazioni e ricerche diverse. Lo spettatore è inoltre bombardato da luci, suoni e odori che trasformano ancor di più la visione della mostra in un’esperienza interattiva capace di coinvolgere tutti i sensi.

Il primo percorso, Disobedience, rappresenta chi si pone in discontinuità con il passato, chi rompe gli schemi per cambiare le cose. Protagonisti di questa sezione sono il monumento femminista della portoghese Wasted Rita, un vero e proprio “funerale del patriarcato” che con corone di fiori, ceri accesi e volantini annuncia la morte del potere maschilista, e Btoy, l’ironica installazione con cui Biancoshock riflette sull’atteggiamento di omologazione e moda ormai imperante nel mondo della Street art. Fanno parte di Disobedience anche la collezione di adesivi del francese Mathieu Tremblin, le opere infuocate di Paolo Buggiani, il vortice di caramelle in betoniera di Rub Kandy, e i graffiti come sport estremo dei Berlin Kidz.

Il secondo percorso, Lightspeed, si sviluppa lungo tutto l’asse centrale del padiglione ed è dedicato a chi corre così velocemente verso il futuro da non accorgersi di cosa si sta lasciando alle spalle. Fanno parte di questa sezione la scritta “Here we are” dello street artist inglese Kid Acne (già noto al pubblico di Outdoor per la sua Paint over the cracks del 2011); l’installazione sospesa del duo italiano Quiet Ensemble, nascosta dietro pesanti drappi neri che ne esaltano la percezione eterea e fuori dal tempo; il tunnel ridefinito dalle linee geometriche e optical dei Motorefisico, il cui scivolo finale rappresenta perfettamente l’idea di slancio verso il futuro che caratterizza il percorso; e i cinque pannelli fluorescenti di Uno, che posti come una successione di porte all’ingresso del padiglione danno da subito allo spettatore l’idea di entrare in uno spazio-tempo parallelo rispetto al resto della città.

Il terzo percorso, Total Recall, è dedicato invece a chi interagisce quotidianamente con il passato, ma attraverso un approccio fecondo e senza mai finirci intrappolato. Gli artisti protagonisti di questa sezione mettono in atto diverse forme di riappropriazione nostalgica ma allo stesso tempo ironica del passato e del patrimonio culturale. Le opere dell’illustratore cinese Tony Cheung (alcuni lo conosceranno per una recente copertina di Calcutta), ad esempio, riflettono sulle contraddizioni tra l’antica cultura del suo paese e la moderna società capitalistica, mentre quelle di Leonardo Crudi, noto ai romani per i poster del Collettivo Novecento disseminati in tutta la città negli ultimi mesi, fanno proprio il linguaggio delle avanguardie storiche e del Costruttivismo russo in particolare. Si incontrano poi lungo questo percorso i riferimenti ad antiche stampe e incisioni della parigina Madame; le geniali e spesso grottesche gif animate con cui il canadese Scorpion Dagger mixa riferimenti al Rinascimento e alla nostra società contemporanea; la strana archeologia fatta di cemento e polistirolo di Rub Kandy; e soprattutto la stravagante Classic Dance di Sam 3 (anche lui figura ben nota al pubblico di Outdoor per l’opera dipinta accanto alla basilica di San Paolo nel 2012), che con riferimenti a diverse epoche passate che vanno dalla statuaria classica alla musica anni Novanta domina il piano superiore e fa scatenare il pubblico di ogni età.

La quarta e ultima via possibile, Retromania, è dedicata infine a chi vive nel passato. Attraverso le fotografie di Ricky Powell e la collezione di scarpe da ginnastica Asics di Fabrizio Efrati di I Love Tokyo, glorifica oggetti prodotti industrialmente per le masse, sottolineando automaticamente come il culto del vintage si stia sempre più imponendo sul gusto contemporaneo.

A questi 4 percorsi si aggiungono poi l’opera immersiva allestita nella sala concerti e le tre installazioni realizzate dai partner del festival nel padiglione 9A: Stories, un’indagine sull’identità culturale di alcune periferie tra le più difficili di Roma, ideata dallo studio Fake Factory in collaborazione con Google Arts and Culture; Map of Null, un’installazione audiovisiva creata dal digital artist Franz Rosati insieme agli studenti dello IED; ed Express Yourself, una grande opera collettiva all’interno della quale il pubblico può esprimersi in prima persona dipingendo con bombolette spray.

C’è ancora tempo fino al 12 maggio per visitare la mostra e per prendere parte ai vari appuntamenti previsti dal festival. Per maggiori informazioni su programma e orari: https://www.out-door.it/

 

 

 

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