Pompei e Santorini. L’eternità in un giorno

Ci sono due tipi di catastrofi naturali: quelle che sorprendono all’improvviso, magari nel cuore della notte, privando le persone di qualsiasi possibilità di fuga, e quelle preannunciate, che danno la possibilità di andarsene prima dell’inevitabile, costringendo però abbandonare i luoghi amati e le cose possedute. Queste sono le storie rispettivamente di Pompei e di Akrotiri, capitale dell’antica isola di Thera, l’attuale Santorini.

La prima ha vissuto il suo dramma nel 79 d. C., quando la furia esplosiva del Vesuvio la cristallizzò, insieme ai suoi abitanti, in un istante eternamente fermo, avvolto nel fumo e nella cenere che restarono dopo il drammatico evento; la seconda subì invece un’eruzione dieci volte più violenta di quella italiana molto tempo prima, nel 1613 a.C.; sembra però, visti i mancati ritrovamenti di corpi umani, che qui la popolazione riuscì a fuggire per tempo, forse allertata da una serie di terremoti.

Le Scuderie del Quirinale di Roma raccontano questi due importantissimi momenti di storia universale attraverso le opere della mostra “Pompei e Santorini. L’eternità in un giorno”, a cura di Massimo Osanna, Demetrios Athanasoulis, Luigi Gallo e Luana Toniolo. Il racconto di queste due civiltà, accomunate dallo stesso tragico destino, sono narrate allo spettatore attraverso una serie di oggetti e reperti che raccontano di un mondo fiorente ed elegante, di una vita quotidiana intensa e ricca di accadimenti.

La prima parte della mostra vede protagonista Pompei: è proprio il calco del cavallo, ritrovato lo scorso anno vicino all’omonimo parco archeologico ad aprire il percorso espositivo. Seguono gli splendidi affreschi, lo spettacolare ninfeo ricostruito qui nella sua interezza, i monili in oro, attualissimi ed eterni, la splendida cassaforte di Oplontis, decorata in oro e argento, esposta in questa sede per la prima volta. L’esposizione al piano superiore del museo si concentra invece sulle opere elleniche, provenienti da Akrotiri: pitture parietali, vasellame, dipinti di una freschezza incredibile, denotati da forme eleganti e allungate, sinuose come delfini nell’acqua.

Protagonisti indiscussi della mostra sono però i famosi calchi pompeiani, testimonianza ineluttabile della fine di una serie di vite coinvolte nella catastrofe: il giovane accucciato che si tiene la testa tra le mani, lo scheletro del fuggiasco steso a terra, rinvenuto come il cavallo meno di un anno fa a Pompei, il bambino sdraiato, colto come nell’attimo che precede il risveglio dal sonno.

Molto interessante la scelta curatoriale di creare una commistione, a mio avviso davvero convincente, tra antico e contemporaneo, con la presenza in mostra di opere d’arte di Alberto Burri, Damien Hirst, Richard Long e Renato Guttuso, oltre alle due splendide prove di William Turner.

Una mostra che celebra la vita e la morte, che sottolinea l’importanza per l’archeologia di questi due avvenimenti, che omaggia le vite delle vittime, rimaste in sospeso tra le pieghe del tempo: una storia che non finisce mai di sorprendere, commuovere ed appassionare.

Scuderie del Quirinale

Via XXIV Maggio, 16 – Roma

Dall’11 ottobre 2019 al 6 gennaio 2020 – www.scuderiedelquirinale.it

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