Roberto Cuoghi e l’arte della metamorfosi

Da poco nominato uno dei rappresentanti dell’Italia alla prossima Biennale di Venezia, Roberto Cuoghi è un artista camaleontico che ha saputo spaziare negli anni tra le più diverse forme espressive, costruendo un linguaggio originale intriso di riferimenti alla cultura dei mass media, alla storia e alla religione, e giocando a mutare continuamente la sua identità. A partire da quando all’età di 25 anni fece scalpore per la sua scelta di trasformarsi in tutto e per tutto in un uomo anziano, Cuoghi non ha mai smesso di indagare il tema dell’identità e della metamorfosi, di riflettere sulla differenza tra realtà e finzione, tra essere e apparire, senza mai rinunciare ad un tocco di ironia mista ad amarezza.

Queste idee di fondo sono ben evidenti nei numerosissimi autoritratti, in cui l’artista rappresenta se stesso nelle più svariate versioni e con le più svariate espressioni, nelle vesti di innumerevoli personaggi (come il testimonial di una marca di sigari, una divinità indiana o un signore dagli occhiali scuri circondato da mostri ibridi composti dalla fusione di diversi cartoni animati), o con le tecniche più curiose (come indossando degli occhiali con lenti a prisma in grado di invertire totalmente la vista, durante l’operazione artistica Il Coccodeista del 1997). Un unico volto insomma, ma infinite possibili identità corrispondenti.

Il tema della metamorfosi si estende nell’opera di Cuoghi anche al di là delle sue grottesche autoanalisi e autocelebrazioni. Lo stesso trattamento è toccato infatti ad altri personaggi, tra cui ad esempio ad Andy Warhol nei bizzarri ritratti riuniti in Friendly Neighbourhood (2001). Famose sono poi le opere sonore in cui il tema della trasformazione e della simulazione è nuovamente declinato in maniera estremamente originale. In Mbube (2005) e Mei Gui (2006), ad esempio, Cuoghi trasforma due canzoni oggetto nella loro storia di profonde ingiustizie in provocatorie caricature di se stesse, mentre in Šuillakku (2008) crea una lamentazione agli dei calandosi nei panni degli antichi Assiri al momento della fine della loro civiltà, in un mix di ricostruzione filologica e invenzione. Al percorso di immedesimazione con gli antichi Assiri e le loro credenze si rifà anche Pazuzu (2008), in cui l’artista, riflettendo sul concetto di immanenza, traspone fedelmente un piccolo amuleto di bronzo conservato al Louvre in una statua monumentale.

L’idea della trasformazione viene però applicata da Cuoghi non solo alla reinvenzione di sé e dei protagonisti della cultura pop e della storia, ma anche alla materia. Le sue potenzialità vengono messe alla prova ad esempio in numerose sculture dal peso indefinibile e dalle forme apparentemente instabili, o nel recente progetto Putiferio (2016), in cui la trasformazione della materia è stata oggetto di una evocativa e quasi mistica performance.

L’insofferenza verso regole e definizioni vela le operazioni di Cuoghi di ironia e le spinge sempre in bilico verso la parodia e la caricatura, il cui primo bersaglio sembra essere proprio l’artista stesso e la sua opera. Il suo stile, però, risulta incredibilmente coerente pur non essendo (è proprio il caso di dirlo) mai uguale a se stesso. Se è vero che, come diceva Buddha, «Non c’è niente di costante tranne il cambiamento», non ci resta che attendere il di scoprire quale nuova mutazione l’artista abbia in serbo per noi.

 

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*