Sacco e Bianco (1953) – Alberto Burri

L’opera dell’artista italiano Alberto Burri può sembrare a prima vista un’opera senza emozione, come una semplice tela di juta estesa su un pezzo d’intonaco… Almeno fu così che mi comparì quando la vidi per la prima volta alla Fondazione Palazzo Strozzi a Firenze durante la mostra Nascita di una Nazione a cura di Massimo Barbero. Di fatto, non fui molto attratta finché scoprì la vita dell’artista nato nel 1915, che non aveva nemmeno una formazione artistica ma proveniva da una formazione scientifica, di medicina.

Durante la Seconda guerra mondiale, Burri, servì l’esercito italiano – essendo sé stesso legato al partito fascista – questi anni di guerra furono per lui l’occasione di confrontarsi con l’assurdità del mondo, della violenza, della morte; essendo allora medico, fu in prima linea nell’orrore con il compito di occuparsi e guarire i soldati feriti. Alla fine della guerra, con il Piano Marshall, Burri fu mandato in un campo di lavoro in America. I sacchi da lui usati nelle sue opere, furono quelli ricevuti dallo stato americano per i prigionieri, fu in questo periodo che maturò la convinzione di dedicarsi alla pittura.

Sacco e Bianco ricorda le ferite lasciate dalla guerra e dei viveri inviati dal Piano Marshall. Quei sacchi diventarono la materia, il supporto per l’artista di rappresentare l’immagine dell’uomo a lui contemporaneo segnato dalle tragedie della guerra. Come se fosse una pelle estesa su un tavolo di chirurgia, il sacco è stato esteso, inciso, lacerato, cosciuto… e come del sangue, delle macchie rosse sono presente su alcune parte dell’opera. L’opera è l’immagine della ferita, quella della memoria del trauma della guerra. Di fatto l’opera ora mi parla.

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