Sarcasticamente profano. Il mondo ultra contemporaneo di Francesco Vezzoli

Ma che ci fa il volto di Lady Gaga al posto dell’Apollo del Belvedere dechirichiano? E Sophia Lauren sulla copertina di Vanity Fair con due lunghe e dorate “lacrime” che le scorrono lungo il viso? Che cosa sto guardando se a una scultura di Antinoo si contrappone quella del suo immaginario, fittizio, amante che in maniera del tutto sfrontata e assolutamente illogica gli manda un bacio? Di cosa si tratta: classico, neoclassico, contemporaneo? È Francesco Vezzoli, l’artista sarcastico, profano, irriverente. Francesco Vezzoli il voyer di se stesso. Non vi preoccupate se in un primo momento vi potreste sentire smarriti, presi in giro e di colpo proiettati in un mondo in bilico tra il paradosso e il kitsch o, ancor di più, quando vi troverete davanti, o meglio, “dentro” una delle visionarie opere di Francesco Vezzoli. Una volta terminato di osservare le sue opere, non vi sentirete certo meglio, vi guarderete perplessi negli occhi, ma proprio in quel momento ne riconoscerete la genialità. Non è da tutti avere la capacità di raccontare non una, bensì milioni di storie e temi attuali, attraverso l’uso e riuso del passato come un vero e proprio “ritorno al futuro”.

Nell’apparente contraddittorietà di accostamenti e paradossi della sessualità, Vezzoli crea una vera e propria poetica che ha come base di tutto il dolore. Nascosta dalla confusione e dall’estremizzazione di sé attraverso gli altri, si cela, impercettibile, una vaga aura di sofferenza. Si tratta dell’indomita ed esasperata concezione di sé nel tempo moderno, in cui i social network permettono a chiunque di essere riconoscibili e avere una certa credibilità (o, forse, di non averla proprio). È il dolore per quelle icone dimenticate o quelle che, presto, allo scemare della fama, rimarranno solamente un malinconico ricordo. Perché a pensarci bene, in un mondo ultra contemporaneo, dove il dominio di tutto è dato dalla capacità tecnologica di pubblicizzazione di sé, la ricerca di tutto gira intorno a una smoderata necessità di fama. Ma non è solo questa tipologia del sociale che Vezzoli prende di mira.

Nel calderone di citazioni, parodie e aspetti totalizzanti, autoironici e provocatoriamente narcisistici, anche il mondo dell’arte contemporanea si confonde. Il museo si presta, nelle abili mani di Vezzoli, come trasformista, è profanato e la linearità di ruoli rimbalza da una parte all’altra come una scheggia impazzita. Il museo diventa la parodia di se stesso e ciò che avviene al suo interno è assolutamente incomprensibile e dunque permesso.

È un mondo in cui vige un continuo mascheramento di sé e degli altri, attraverso corpi e autoritratti improbabili con ripetuti accostamenti che generano dissapore e tensione. Vezzoli crea e ricrea continuamente corpi, ridefinendo un nuovo concetto sociale che prevede una critica ben più costruita che la sua reale esposizione. Forse è da considerarsi come il mago per eccellenza dell’ultra sociale e dell’ultra contemporaneo e, allo stesso tempo, il maestro indiscusso dell’antico rinato non come unica forma esemplare di un tempo che fu, ma in continuo cambiamento e dinamismo verso una visione ironica e sarcastica di quei modelli di fronte all’eccesso del mondo odierno.

Sono rappresentazioni di altre forme di un corpo incessantemente sotto attacco, forme reiterate di sessualità confuse, dove la fine di tutto è la spettacolarizzazione di sé. Bisogna mettersi il cuore in pace e accogliere la sfida cui ci invita a partecipare Vezzoli mentre ci sussurra all’orecchio: «Così è, se vi pare».

 

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