Sguardi sul mondo attuale: #1 Eastern eyes

Tre donne improvvisano in maniera impacciata una danza, nessuna rappresenta il modello classico di bellezza, com’è nella volontà di Wang Qingsong, l’autore. A fianco, una fotografia di Zhang Huan documenta una performance che richiama ad una fisicità intensa, «pregna di rimandi alla cultura e alla sensibilità orientali, mescolata alla storia millenaria di Roma». Accanto, opere di Sugimoto, Ghukasyan, Miyajima e tanti altri testimoniano gli “occhi orientali”, il filo conduttore di tutta la mostra inaugurata dall’EXMA Exhibiting and Moving Arts. Il progetto, intitolato “Sguardi sul mondo attuale – Arte contemporanea internazionale da una collezione privata in Sardegna”, mette in mostra opere appartenenti o nella disponibilità della collezione privata di Antonio Manca.

“Eastern eyes” rappresenta la prima tappa di un percorso atto a «coniugare la cultura orientale con quella occidentale – sostiene Simona Campus, curatrice della mostra – creando delle contaminazioni, con la volontà di aprire l’arte contemporanea ai continenti». Oggi l’Asia, domani chissà.

L’esposizione sfoggia le opere di quindici artisti orientali che spaziano dalla pittura alla fotografia, fino alle grandi istallazioni, in un percorso che si configura come un viaggio ricco d’interesse, attraverso i continenti. La collezione di Manca è, infatti, frutto dei viaggi dello stesso collezionista, che ha indagato le culture locali «guardando la storia con l’ottica del contemporaneo – conferma lo stesso Manca – e selezionando gli artisti sulla base di chi si avvicinasse di più alla cultura ed alla storia di quel determinato luogo, ma che, soprattutto, rompesse con il passato e con il presente». Artisti, quindi, capaci di squarciare il velo di Maya, per consegnare ai visitatori un’interpretazione alternativa della realtà, attraverso l’introspezione corporea dell’artista stesso.

Una “rottura” perfettamente ravvisabile, ad esempio, nelle opere di Wang Qingsong, un artista cresciuto nell’humus culturale successivo alla morte di Mao Zedong, che denuncia gli effetti della globalizzazione economica e culturale, non limitandosi a documentare la realtà, ma esprimendo con chiarezza la sua visione del mondo. Nel componimento Three Graces (2002), egli perpetua la «distruzione della bellezza» delle Tre Grazie di classica memoria, per restituire allo spettatore una visione onirica, angosciante e paradossale del canone di bellezza odierno.

La mostra si concentra, inoltre, su artisti e opere che affrontano e ridiscutono i cambiamenti politici, sociali e culturali degli ultimi decenni, «in modo tale che possano fornire degli elementi di studio – prosegue la Campus – ed uno spunto per comprendere il mondo ed, eventualmente, cambiarlo, attraverso l’azione».

Se Li Wei comunica il trauma procurato dal progresso, figlio della nostra società, attraverso immagini dello stesso artista che appare a testa in giù con la testa piantata in diversi luoghi (senza l’utilizzo di photoshop), Peter Belyi, con la sua Biblioteca di Pinocchio (2008), esprime l’utopia degli architetti, che con le proprie costruzioni pensano di poter cambiare il mondo, mentre Pinocchio è l’illusione che resiste all’interno di ogni essere umano, la fiducia che un burattino di legno (lo stesso materiale dell’installazione) possa un giorno diventare bambino in carne e ossa. «Ma alla conoscenza, rappresentata dai libri, spesso si lega la disillusione», sostengono gli organizzatori.

Artisti in mostra:

Nobuyoshi Araki (Giappone) – Peter Belyi (Russia) – Blue Noses (Russia) – Yufit Evgeny (Russia) – Liana Ghuk Asyan (Armenia/ Germania) – FX Harsono (Indonesia) – Zang Huan (Cina) – Oleg Kulik (Ucraina) – Tatsuo Miyajima (Giappone) – Elena Nemkova (Tajikistan) – Wang QinqSong (Cina) – Roland Ventura (Filippine) – Hiroshi Sugimoto (Giappone) – Entang Wiharso (Indonesia) – Li Wei (Cina).

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