Il silenzio della natura morta di Gianluca Corona

Armonia, silenzio, isolamento. Ecco le tre parole chiave che descrivono al meglio Gianluca Corona, giovanissimo esponente dell’arte figurativa italiana.

Classe 1969, dopo essersi laureato all’Accademia di Belle Arti di Brera (1991), si sposta a Bergamo dove dal 1994 al 1996 frequenta lo studio di Mario Donizetti. Col tempo inizia la sua attività professionale, partecipa a numerose esposizioni sia in Italia che all’estero. Ora vive e lavora a Milano.

Ispirandosi ai grandi maestri del Cinquecento e del Seicento, riesce a riproporre, in chiave contemporanea, i generi della natura morta e del ritratto.

Un’originale saggezza e un grande talento spiccano nelle sue opere, un artista che negli ultimi anni ha saputo raggiungere un intonato equilibrio nelle sue composizioni, servendosi di una rinnovata tavolozza di colori, seppur molto attento alle tecniche e i materiali tradizionali.

Un ritorno alla bellezza, alla poesia, a quella magia del Rinascimento. Corona fa incantare con la più nobile delle arti: la pittura, quella vera. La natura morta abbiamo detto che è tra i suoi temi prediletti, grazie ai quali le sue opere sembrano essere vere e proprie fotografie.

Perfetti giochi di chiaroscuro investono la ciotola di fichi e prugne, la caraffa d’acqua, il bicchiere. Davanti a queste luci non possiamo non pensare agli effetti di luce di Caravaggio, o ai capolavori dell’arte fiamminga. Ma la frutta, gli ortaggi, i salumi, i formaggi di Corona sono descritte con un’armonia del tutto originale, in un momento di assoluta staticità, prima di essere cucinate. Nel quadro infatti, alimenti e qualche utensile da cucina catturano la nostra attenzione, dato il loro isolamento da altri oggetti. Schiarisce le pareti di fondo, opta per colori più freddi, più moderni, si concentra su opere quasi monocrome.

Sembra quasi tangibile la peluria dei lamponi e delle nespole, la trasparenza dei ribes, l’appetitosa polpa delle pesche, o le ciliegie, i mirtilli e così tutti i frutti di bosco, antichi e rari, frutti che non sempre si trovano oggi al supermercato, ma che l’artista sa rappresentare come pochi altri. Non c’è oggetto, che sia frutta verdura o utensile, che l’artista non sappia rendere con efficacia, in ogni sua pittura sembra quasi che si percepisca l’aroma del vino rosso, del pane appena sfornato, del lardo dei salumi della sua terra piacentina. Esattamente come ci capitava di toccare la stoffa di Vermeer.

Scrutando le pitture di Corona, ciò che da maggior risalto è l’intesa che si crea tra la tela e l’osservatore, il silenzio che quasi viene richiesto a chi le guarda, una sorta di introspezione all’interno di se stessi, per esprimere un modo diverso di osservare, una fede.

 

 

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