I soggetti non vivi di Joel Peter Witkin

«Successe di domenica quando mia madre, io e mio fratello gemello stavamo scendendo le scale del palazzo in cui abitavamo. Stavamo andando in chiesa. Mentre camminavamo lungo il corridoio verso l’ingresso del palazzo, abbiamo sentito uno schianto incredibile insieme ad urla e grida in cerca di aiuto. L’incidente ha coinvolto tre vetture, tutte e tre con famiglie complete dentro. In qualche modo, nella confusione, non stavo più tenendo la mano di mia madre. Nel punto in cui mi trovavo sul marciapiede, ho potuto vedere qualcosa che rotolava da una delle auto rovesciate. Si fermò sul marciapiede dove mi trovavo. Era la testa di una bambina. Mi chinai a toccare il viso, per parlargli, ma prima che potessi toccare qualcuno mi ha portato via».

E’ una testimonianza agghiacciante. Sono le parole del fotografo statunitense Joel Peter Witkin (1939), artista nel settore della fotografia che è stato influenzato da un episodio a cui ha assistito da bambino, un tragico incidente d’auto nel quale una bambina è stata decapitata. La tragicità dell’evento ha sconvolto l’artista fino a fare della morte il fulcro della propria arte, come dimostrato anche nella fase operativa degli anni ’60, anni in cui Witkin operava come fotografo di guerra in occasione del conflitto in Vietnam.

Influenzato da artisti del passato, per esempio dall’opera di Botticelli la Nascita di Venere (1482 – 85) o da La zattera della Medusa (1818 – 19) di Géricault, e dalle classiche iconografie dei martiri cristiani, motivo per cui fra gli argomenti fotografati si annoverano santi, martiri e crocifissi, il fotografo presenta dei soggetti il cui tema è legato principalmente alla morte, con figure dal corpo distorto e deforme, corpi capaci di catturare l’attenzione del pubblico grazie all’abilità dell’artista di rendere “bello” ciò che generalmente è considerato orribile, disgustoso e macabro dalla società.

L’utilizzo del bianco e nero rende le fotografie di Witkin drammatiche, ma è l’inserimento successivo di graffi e macchie sul negativo a donare un senso straziante all’opera d’arte. Witkin, attraverso la fotografia, intende suscitare nell’osservatore la medesima sensazione provata dall’essere umano prima di morire, intende investire di forza l’ultima cosa vista dall’uomo prima dell’evento fatale.

Come è possibile rendere “bello” un corpo umano autentico straziato, mutilato? Il fotografo ricerca la bellezza nell’orrore tramite l’esaltazione delle deformità fisiche, alterna vita e morte, disgusto ed erotismo, attrazione e repulsione. Le composizioni, create dallo stesso artista, non solo con l’utilizzo di autentici cadaveri o parti di essi, ma anche per mezzo di burattini, sono dissacranti, non solo viene meno la consacrazione dell’essere umano, dissacrata è anche l’iconografia di riferimento, la quale viene vestita con un velo macabro.

Ancora una volta è il corpo umano a essere protagonista nell’arte contemporanea, un corpo che non può decidere quale posa assumere o che può esibirsi in una performance artistica, è l’artista che sceglie, come nel caso dei plastinati di von Hagens, il modo in cui è possibile donare l’essenza artistica a dei soggetti non vivi.

 

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*