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Fathi Hassan. Slavery

È un atteso ritorno quello che si profila per la personale Fathi Hassan. Slavery: l’artista africano torna infatti a esporre dopo dieci anni alla galleria Andrea Ingenito Contemporary Art – l’ultima mostra si era tenuta negli spazi di Napoli nel 2007 – e lo fa per la prima volta a Milano, dopo avere presentato il suo lavoro in tutto il mondo.

L’esposizione propone, dal 19 settembre al 3 novembre, la produzione degli ultimi anni: una trentina di opere su tela, carta e legno che illustrano l’abilità di unire in una sintesi le sue origini nubiane – la regione che si estende tra Egitto e Sudan – e gli stimoli artistici e culturali dell’occidente.  Le radici africane e la formazione europea si uniscono armoniosamente sulle tele rendendo la sua arte luogo d’incontro tra culture.

Scrittura come segno e immagini come scrittura fanno di Fathi Hassan un artista dalla cifra inconfondibile. Noto esponente dell’arte contemporanea africana, Hassan ha contributo ad inserire l’arte del suo Paese nel dibattito internazionale, diventando punto di riferimento per le nuove promesse del suo continente, ma soprattutto ponte tra due culture: quella africana e quella occidentale. Tale posizione, difficile e privilegiata, è vissuta con sempre maggiore responsabilità da parte dell’artista, soprattutto nell’attuale momento storico che vede il popolo africano protagonista di una nuova diaspora e potenzialmente esposto a una nuova schiavitù.

Giunto in Italia all’inizio degli anni ’80 e venuto in contatto con la dominante estetica Pop di quegli anni, Hassan si rende conto che il suo linguaggio va in tutt’altra direzione: quella che combina la tradizione orale tipica della sua terra, la Nubia, alla calligrafia mediorientale, nella volontà di ricordare le proprie radici e affermare la propria identità. In un presente e in un Occidente in cui la parola scritta è preponderante rispetto a quella pronunciata, la grafia dell’artista risponde all’esigenza di figurazione dell’antico sapere nubiano tramandato oralmente.

È una sorta di musicalità quella che emerge dai ricami grafici dell’artista egiziano: in un’osservazione d’insieme della sua opera, si ha infatti la sensazione di essere di fronte a una “visione di suoni”, un susseguirsi di litanie che evocano i canti tradizionali delle donne africane.

Hassan riesce in questo modo a salvare la memoria di un passato che non può più essere affidato solo alla tradizione orale, senza però stravolgerne l’essenza imprigionandolo in un segno definitivo.

Per l’inizio del 2018 è inoltre prevista una mostra antologica dell’artista presso la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi.

 

 

Dal 19 Settembre 2017 al 18 Novembre 2017

Milano

Luogo: AICA Andrea Ingenito Contemporary Art

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 02 3679 8346

Sito ufficiale: http://www.ai-ca.com

Indagare il mondo con la fotografia di Sebastião Salgado

Stop ai mezzi termini! E’ un ordine dato dal noto fotografo contemporaneo Sebastião Salgado, nato in Brasile nel 1944, l’uomo che ha utilizzato la fotografia come lo strumento per indagare il mondo. Dopo aver condotto degli studi in ambito economico arriva la svolta nella vita di Salgao, una vera e propria rivoluzione originata da un viaggio effettuato in Africa, un evento che portò la sensibilità dell’uomo a sentire la necessità di dover raccontare ciò che esiste nel mondo, un racconto fatto attraverso le immagini, col sussidio della fotografia.

Osservando le fotografie in bianco e nero di Salgado ciò che colpisce immediatamente l’occhio del fruitore è la maestosa umanità dei soggetti presi in considerazione, i quali sembrano gridare al mondo la tragedia che investe la propria vita. Si tratta di vere e proprie testimonianze di vita, dei documenti che inducono l’osservatore a pensare a come abbia fatto il fotografo a rimanere impassibile di fronte alle sofferenze umane, una condizione che però è necessaria se si vuole far conoscere al mondo la vita reale dei soggetti fotografati.

Le guerre coloniali in Angola e Mozambico furono i primi campi d’indagine dell’artista, ma fu il reportage sul genocidio in Ruanda (1994) a colpire maggiormente la sensibilità di Salgado, un’indagine che spinse il fotografo ad affermare di aver perso la fiducia nel genere umano, a causa del quale pensò di abbandonare per sempre la fotografia. Lunghi mesi di studio anticipano la realizzazione dei reportage, vengono indagate le realtà poco note alla società contemporanea, infatti in riferimento a ciò si può trovare un riscontro nei lavori fotografici inerenti l’America Latina e la vita degli agricoltori.

«Mi sento un discepolo di Darwin […] con lui ho condiviso probabilmente l’osservazione di alcune delle più vecchie tartarughe delle Galapagos, non siamo che un passaggio, te ne accorgi attraversando un deserto con pietre tagliate 16000 anni fa, scalando montagne in Venezuela di 6 miliardi di anni. Tornare al pianeta è l’unico modo per vivere meglio. La fotografia non è una forma di militanza, non è una professione. È la mia vita».

Le parole precedentemente riportate appartengono all’artista e sono state espresse in riferimento al progetto Genesi, del 2002, che consta di ben 32 reportages, un lavoro grazie al quale l’essere umano ritrova il proprio istinto incontrando animali, vegetali e minerali prima ancora del genere umano.

Salgado immortala luoghi ancora incontaminati dalla società del progresso, intende bloccare nello scatto fotografico i cicli della vita, il trascorrere delle ore, i riti dell’uomo.

 

 

Ali Hassoun. Crossover

Studio Guastalla presenta con Crossover, circa trenta opere recenti di Ali Hassoun, coloratissime tele e acquerelli in cui l’artista italo-libanese approfondisce la ricerca che da ormai vent’anni conduce sul tema del nomadismo, della contaminazione, delle identità multiple, della compresenza e simultaneità di mondi diversi in una stessa realtà.

Le diverse anime che si intrecciano in Hassoun, nato a Sidone e approdato vent’anni fa a Milano dopo gli studi e una lunga permanenza in Toscana, tra Firenze e Siena, affascinato dall’Africa dove abitano alcuni dei suoi familiari, si rifrangono e ricompongono nei suoi quadri come in un gioco di specchi, di rimandi. Hassoun attraversa continuamente una frontiera nei suoi dipinti: le sue donne africane, le sue famiglie in fuga, i suoi funamboli si stagliano sullo sfondo di una galleria di dipinti che spaziano da Andy Warhol a Capogrossi, da Picasso a Michelangelo.

L’identità di Hassoun si plasma in un continuo spaesamento di tempo e di luogo, di personaggi che si riflettono e osservano e agiscono in mondi non loro, scavalcando i limiti temporali, mescolando e stratificando riferimenti visivi e culturali. Come ha sottolineato Martina Corgnati nel saggio critico di corredo al catalogo della mostra del 2010 al Palazzo Pubblico di Siena (Alla confluenza dei due mari), è attraversando la frontiera tra oriente e occidente, ritrovandosi come un pesce fuor d’acqua, che Ali Hassoun si è dovuto interrogare sulla sua identità, osservandola in controluce, come in filigrana, per capirne il nucleo, in cui si intrecciano e stratificano elementi diversi. E’ così che l’identità araba è potuta maturare, portando alla luce non gli elementi più scontati, ideologici, superficiali, ma la struttura profonda.

I dipinti di Hassoun sono come racconti per immagini che riprendono le forme narrative della letteratura araba: le storie che rimandano ad altre storie come in un gioco di scatole cinesi; la figura del viandante ( l’Alessandrino dei racconti Maqamat di Hamadani), che si travestiva per svelare solo alla fine i suoi stratagemmi narrativi, fingendo di accompagnarsi a poeti in realtà vissuti in epoche passate. Nei dipinti di Hassoun la sua fantasmagorica galleria di immagini tratte dall’arte occidentale si intreccia alle figure di donne africane contemporanee o ai personaggi in continua migrazione che ci introducono, proprio come il viandante dei racconti, in un mondo sfaccettato e polimorfo.

Nelle opere più recenti icone travestite da altre icone svelano significati nascosti attraverso sottili ironie, come Van Gogh con il basco di Che Guevara, o una moderna Giuditta con il volto di Amy Whinehouse che taglia la testa di un Oloferne-Cattelan. L’effetto pop di questi intrecci e mescolanze è quello che tutti noi abbiamo sotto gli occhi in qualunque parte di mondo ci veniamo a trovare: insegne di catene di fast-food accanto a monumenti del Rinascimento, pannelli luminosi che si accendono all’improvviso alle porte di città remote e polverose in estremo oriente, folle disordinate che si accalcano, forse alle frontiere che cercano di attraversare, ma forse per partecipare a un evento culturale iperpubblicizzato, finte città italiane ricreate senza crepe nel deserto americano o primitivi che in realtà sono vip trasportati su isole da reality. Nelle ultime opere Hassoun sembra alludere, con un sorriso, a questi continui spaesamenti.

Hassoun, Da Tano da Michelangelo, Fonte arte.it

Dal 09 Febbraio 2017 al 25 Marzo 2017

Milano

Luogo: Studio Guastalla

Telefono per informazioni: +39 02 780918

E-Mail info: info@guastalla.com

Sito ufficiale: http://www.guastalla.com

Dar vita ai propri disegni: William Kentridge

Con le sue animazioni ricavate da disegni a carboncino, William Kentridge ci dà una geniale rappresentazione di temi politici e sociali riguardanti specialmente il suo paese d’origine, il Sud Africa. Nella serie di nove video prodotti tra il 1989 e il 2003, un ottimo esempio della sua arte è dato da “Felix in Exile”, una malinconica animazione che racconta la devastazione di un territorio attraverso una corrispondenza tra una giovane donna nera, Nandi, e il protagonista Felix. La sofferenza del regime di Apartheid, la devastazione dell’ambiente, la morte di persone innocenti, sono visti da Felix attraverso i disegni inviatigli da Nandi, mentre lui sta a Parigi e lei in Sud Africa. Kentridge ci fa capire che i due, nonostante la lontananza e il diverso colore della pelle, soffrono allo stesso modo per il destino della loro terra. Il fatto che questo cortometraggio sia uscito nel 1994, anno delle prime elezioni democratiche in Sud Africa, non è secondario. Infatti, i disegni di Nandi stanno a indicare che il passato di sofferenza non va cancellato, ma è necessario tenerlo sempre impresso per costruire un futuro migliore. Un messaggio ancora molto attuale visto il recente scenario di guerra e migrazione che sta coinvolgendo anche l’Europa, con Felix e Nandi che potrebbero benissimo essere due Siriani o due Somali, per esempio. Ma noi spettatori terzi, riusciamo a vedere i disegni che Nandi ha mandato a Felix? O forse ci accontentiamo soltanto dell’interpretazione che ne dà il telegiornale o l’intellettuale di turno?