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La manipolazione del reale. L’iperdettaglio fotografico di Andreas Gursky

Sono formati dalle dimensioni gigantesche quelli scelti da Andreas Gursky, fotografo tedesco forse meglio conosciuto negli ultimi tempi per aver battuto all’asta da Christie’s nel 2011, la sua opera Rhein II (1999), lunga tre metri e mezzo, per una cifra di 4.3 milioni di dollari. La scelta di utilizzare formati di tali dimensioni, nasce dalla necessità di Gursky di prediligere il coinvolgimento degli spettatori, con la possibilità di immergersi in toto all’interno dell’immagine fotografica. Attraverso i colori saturi, la ripetizione costante di architetture, la totale assenza o la folta e claustrofobica presenza di persone, Gursky crea degli ultra-mondi in cui la realtà viene manipolata per coinvolgere o confondere chi osserva.

Il punto di vista non è mai ravvicinato, questo espediente prediletto dal fotografo, permette alla narrazione di essere costante e capace di trarre un tranello. In un primo momento, infatti, i grandi formati di Gursky sembrano delle immense tele di colore, a un secondo sguardo più attento si colgono le sfumature e i minuziosi particolari che obbligano chi osserva a rimanere per ore e ore a cercare, esaminare, analizzare, strizzare gli occhi e immergersi appieno in una quotidianità appiattita e osservata da lontano.

Oltre alla scelta di formati non comuni per un fotografo, il secondo biglietto da visita di Andreas Gursky è la tendenza al dettaglio e alla sua multiforme presenza nella vita quotidiana. Le composizioni dell’artista rappresentano il tentativo, ben riuscito, di raccontare non delle storie ma delle verità attraverso la ricostruzione minuziosa di eventi. L’atmosfera o tutto ciò che circonda una determinata scena, è annientata da un eccesso di zoom su ciò che serve al fotografo per esibire una sua realtà ben precisa. Nonostante la manipolazione per raggiungere un personalissimo modus operandi, Gursky crea fitte realtà di un unico universo racchiuse in una sola immagine.

L’effetto che rimbalza prepotentemente sull’osservatore è disturbante, induce nell’errore, l’errore di non osservare, di non fermarsi qualche minuto in più e guardare la vita quotidiana. Andreas Gursky obbliga al pensiero e alla riflessione, grazie anche alla magistrale capacità di non far mai coincidere l’apparenza esterna del mondo e la sua effettiva riproduzione. Nella sua quasi ossessiva necessità di guardare da lontano, trasformare e riprodurre iperdettagliatamente le immagini, Gursky immobilizza e ridefinisce un nuovo concetto di realismo. In una sola immagine, il fotografo, spinge al massimo le infinite possibilità di alta risoluzione senza mai distogliere lo sguardo e mostra platealmente che esiste un’altra realtà immortalabile, in un attimo, in uno scatto. Click.