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La Bangkok di Andreas Gursky arriva alla Gagosian di Roma

La sede romana della celebre Gagosian Gallery compie dieci anni. In occasione dell’evento è stata inaugurata lo scorso dicembre una mostra dedicata al fotografo tedesco Andreas Gursky, visitabile fino al 3 marzo.

L’esposizione si apre nell’atrio della galleria con una foto dalla serie Oceans (2010), una reinterpretazione dell’artista di una ripresa satellitare in alta definizione di una porzione di Oceano Atlantico. Le altre opere in mostra, invece, fanno parte della serie Bangkok, realizzata nel 2011 durante un viaggio nella capitale tailandese. La serie, esposta per la prima volta in Italia, rappresenta il fiume che attraversa la città: il Chao Phraya. La sua superficie si trasforma in queste opere in una composizione di grande eleganza formale, tanto da ricordare la pittura. A prima vista, infatti, entrando nella sala si ha la sensazione di visitare una mostra di qualche impressionista o di un espressionista astratto. Guardando Bangkok IV, ad esempio, si ha l’impressione di essere di fronte ad una tela di Monet, mentre Bangkok V ricorda molto da vicino le linee di Barnett Newman. Le increspature sulla superficie del fiume, inoltre, creano delle figurine biomorfe che rimandano a immagini surrealiste come quelle di Mirò o di Jean Arp, e che possono essere lette quasi come delle macchie di Rorschach. È sicuramente il formato monumentale ad avvicinare queste fotografie a dei dipinti e a sottolinearne l’eleganza compositiva, ma il fotografo stesso attribuisce l’associazione del suo lavoro con la pittura anche all’uso della tecnica digitale, dichiarando ad esempio: «Con l’introduzione del digitale non si può più dare una definizione univoca del termine «fotografia». Quando ho iniziato il mio lavoro, sentivo che sarei stato sempre dipendente dal mondo materiale. Sembrava più interessante essere un pittore nel proprio studio, libero di decidere cosa fare, come sviluppare la composizione. Non sono un pittore, ma ora ho la stessa libertà».

Osservando meglio le opere, però, si iniziano a mettere a fuoco i dettagli, e ci si accorge che il fiume che sembrava tanto bello da divenire il soggetto di una serie di dipinti è in realtà molto inquinato, pieno di rifiuti e di piante infestanti. Si passa così dal piano della bellezza formale a una seconda lettura, quella di denuncia di una realtà tossica. Il fiume Chao Phraya rivela infatti così la sua vera natura: quella di discarica e di riflesso della città contemporanea, inquinata e in flusso costante.

L’acqua, protagonista della mostra, si trasforma così da elemento simbolico e di grande forza estetica in spunto per una riflessione sulle minacce ambientali, come l’innalzamento degli oceani, suggerito nella prima opera esposta, e l’inquinamento, suggerito dalla serie dedicata a Bangkok.

Non è la prima volta che la Gagosian dedica una mostra ad Andreas Gursky: negli anni, infatti, gliene sono state dedicate numerose nelle sue varie sedi sparse per il mondo. Proprio in questi giorni, inoltre, una retrospettiva sul fotografo tedesco inaugura alla Hayward Gallery di Londra.

 

 

Fino al 3 marzo 2018

Gagosian Gallery

Via Francesco Crispi, 16 – Roma

https://www.gagosian.com/exhibitions/andreas-gursky–december-14-2017

La manipolazione del reale. L’iperdettaglio fotografico di Andreas Gursky

Sono formati dalle dimensioni gigantesche quelli scelti da Andreas Gursky, fotografo tedesco forse meglio conosciuto negli ultimi tempi per aver battuto all’asta da Christie’s nel 2011, la sua opera Rhein II (1999), lunga tre metri e mezzo, per una cifra di 4.3 milioni di dollari. La scelta di utilizzare formati di tali dimensioni, nasce dalla necessità di Gursky di prediligere il coinvolgimento degli spettatori, con la possibilità di immergersi in toto all’interno dell’immagine fotografica. Attraverso i colori saturi, la ripetizione costante di architetture, la totale assenza o la folta e claustrofobica presenza di persone, Gursky crea degli ultra-mondi in cui la realtà viene manipolata per coinvolgere o confondere chi osserva.

Il punto di vista non è mai ravvicinato, questo espediente prediletto dal fotografo, permette alla narrazione di essere costante e capace di trarre un tranello. In un primo momento, infatti, i grandi formati di Gursky sembrano delle immense tele di colore, a un secondo sguardo più attento si colgono le sfumature e i minuziosi particolari che obbligano chi osserva a rimanere per ore e ore a cercare, esaminare, analizzare, strizzare gli occhi e immergersi appieno in una quotidianità appiattita e osservata da lontano.

Oltre alla scelta di formati non comuni per un fotografo, il secondo biglietto da visita di Andreas Gursky è la tendenza al dettaglio e alla sua multiforme presenza nella vita quotidiana. Le composizioni dell’artista rappresentano il tentativo, ben riuscito, di raccontare non delle storie ma delle verità attraverso la ricostruzione minuziosa di eventi. L’atmosfera o tutto ciò che circonda una determinata scena, è annientata da un eccesso di zoom su ciò che serve al fotografo per esibire una sua realtà ben precisa. Nonostante la manipolazione per raggiungere un personalissimo modus operandi, Gursky crea fitte realtà di un unico universo racchiuse in una sola immagine.

L’effetto che rimbalza prepotentemente sull’osservatore è disturbante, induce nell’errore, l’errore di non osservare, di non fermarsi qualche minuto in più e guardare la vita quotidiana. Andreas Gursky obbliga al pensiero e alla riflessione, grazie anche alla magistrale capacità di non far mai coincidere l’apparenza esterna del mondo e la sua effettiva riproduzione. Nella sua quasi ossessiva necessità di guardare da lontano, trasformare e riprodurre iperdettagliatamente le immagini, Gursky immobilizza e ridefinisce un nuovo concetto di realismo. In una sola immagine, il fotografo, spinge al massimo le infinite possibilità di alta risoluzione senza mai distogliere lo sguardo e mostra platealmente che esiste un’altra realtà immortalabile, in un attimo, in uno scatto. Click.