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Have a Nice Time. Da Kounellis a Shiota

Si è inaugurata sabato 20 maggio a Palazzo San Francesco di Domodossola la mostra Have a Nice Time. Da Kounellis a Shiota a cura di Antonio D’Amico. Promossa e realizzata dalla Città di Domodossola, Assessorato alla Cultura, nell’ambito delle iniziative dell’Associazione Musei d’Ossola, l’iniziativa è, inoltre, sostenuta dall’Associazione Ruminelli e dalla Fondazione Comunitaria del VCO. In collaborazione con Mimmo Scognamiglio, la rassegna presenta un nucleo di 24 opere e installazioni.

Il progetto espositivo è una finestra che si apre sulla storia artistica dell’ultimo ventennio, e si presenta come spazio privilegiato dove fermarsi a guardare e compenetrare le ricerche e le tematiche poste in essere da alcuni fra i più significativi artisti del panorama dell’arte contemporanea italiano e mondiale. Le opere in mostra tentano di rispondere a una preponderante domanda che si pone la nostra contemporaneità: “a cosa serve l’arte?”, la riposta a questo interrogativo è: “a trovare se stessi”, una risposta implicita – anche se non del tutto -, che si scorge nelle opere, nelle performance e nelle installazioni dell’ultimo ventennio. Può sembrare una risposta banale, retorica, ma è profonda e reale, tanto più che questa considerazione non è soltanto tale per chi crea arte ma anche per chi la propone sul mercato, ovvero il gallerista, e quindi per chi la compra, dunque il collezionista. Un circolo vizioso e allettante in cui i protagonisti sembrano alla ricerca di uno specchio nel quale incontrare e riconoscere qualcosa di se stessi. Da questo girotondo seduttivo si può uscire sconfitti dalla tanta imperfezione, smarriti dall’assenza di punti di riferimenti, divertiti dalle molte stimolazioni, Have a Nice Time, ovvero trovare se stessi nello spazio dell’arte, o ritrovarsi salvati dall’immersione nell’ignoto per ritrovarvi il nuovo, come suggerirebbe Baudelaire.

Nel panorama artistico degli ultimi vent’anni, ricco di nuove modalità di pensiero visuale e di idee, si inseriscono il lavoro e la passione di Mimmo Scognamiglio che in questo girotondo è un anello di congiunzione tra artisti in grado di cavalcare linguaggi e proporre nuove letture del reale e dell’Io e i collezionisti, sempre alla ricerca di immagini entro cui ritrovarsi.

La mostra, infatti, propone il lavoro e le passioni di Mimmo Scognamiglio, il gallerista che tra Napoli e Milano ha tracciato con le sue scelte artistiche uno spaccato di storia dell’arte contemporanea, tra Kounellis e Shiota. Dal 1995 a oggi, si sono susseguiti nelle sue gallerie artisti che oggi calcano il panorama dell’arte internazionale e dettano ondate di pensiero che sarà possibile vedere radunati nella suggestiva cornice di Palazzo San Francesco a Domodossola. In quella che è stata un’antica chiesa medioevale e oggi sede della Pinacoteca Civica, potremo soffermarci dinanzi a un racconto per immagini che diventa il fissante di istanti di vita vissuta, di pensieri sconnessi tra loro che si lasciano ricomporre o dipanare dal pubblico con singolarissime interpretazioni e chiavi di letture. Le opere sono frutto di un percorso mentale intrapreso dall’artista che rimane pur sempre fascinosamente misterioso, tanto è vero che ogni opera assume il suo valore reale soltanto grazie al messaggio che ne recepisce chi guarda. Dunque a Domodossola sarà possibile ritrovare vicini tra loro tanti percorsi mentali visibili nelle opere di Maddalena Ambrosio, Chiharu Shiota, Antony Gormley, Peppe e Lucio Perone, Jason Martin, Mimmo Paladino, Joerg Lozek, Daniel Canogar, Jannis Kounellis, Jenni Hiltunnen, Jaume Plensa, Anneé Olofsson, Bernardi Roig, Marcus Harvey, Gavin Turk, Giovanni Manfredini, Ximena Garrido Lecca, Spencer Tunick, Julian Opie, Max Neumann, Massimo Kaufmann, Franco Rasma.

È certamente uno spaccato caotico, ma pieno di fermento della cultura artistica del così detto “secolo breve”, non sempre ben definibile entro un linguaggio riconoscibile e univoco, ma che ha portato questi artisti a sovvertire il vecchio concetto di “bellezza” e a definire inediti percorsi che mettono in relazione mondi empirici e sistematici.

Fino al 15 Ottobre 2017

DOMODOSSOLA | VERBANO-CUSIO-OSSOLA

LUOGO: Palazzo San Francesco

Orari: dalle ore 10 alle ore 12:30 e dalle ore 16 alle ore 19. Giorni di chiusura: lunedì e martedì; mercoledì su prenotazione

CURATORI: Antonio D’Amico

ENTI PROMOTORI:

  • Città di Domodossola – Assessorato alla Cultura

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 0324 492313-312

E-MAIL INFO: cultura@comune.domodossola.vb.it

SITO UFFICIALE: http://www.comune.domodossola.vb.it

Human: la condizione umana oltre il corpo di Antony Gormley

Antony Gormley, mondialmente riconosciuto per le sue sculture, installazioni e lavori pubblici è, prima di tutto, l’architetto di una nuova percezione di sé che ci riporta a valutare e a ripensare la condizione dell’uomo nel mondo. Gormley è l’artista per eccellenza che ha fatto della ricerca filosofica intorno al corpo la sua linea stilistica. Le sue sculture sono inaspettate e imbevute di una condizione umana legata in maniera imprescindibile al corpo stesso dell’artista. Infatti, ogni scultura nasce da un calco grezzo del corpo dell’artista britannico, che ne diventa la matrice e sistema di misura per ogni traccia scultoria che realizza. Al di là dell’aspetto puramente formale, Gormley ha impostato la sua intera carriera artistica delineando un’unica ragione di pensiero che oltre al corpo, vede centrale la relazione spaziale e architettonica in cui il corpo sta al mondo. In una sartriana idea di corporeità, il corpo intriso di soggettività, non è più semplice oggetto ma corpo-soggetto che assume caratteristiche in evoluzione e diventa simbolo dell’essere davanti al mondo.

La triade artistica di Gormley si enfatizza attraverso la percezione di sé nel mondo. Corpo, anima e spazio sono i tre aspetti dell’umano che fanno dell’opera dell’artista britannico una costante in continua ascesa verso un’esasperata ricerca di sé. La presenza del corpo è spesso relazionata al suo essere collettivo, la folla è uno degli espedienti attraverso cui l’artista esplora l’idea di scultura sociale affidando al pubblico la capacità di relazionarsi alla massa, ai volumi e a una ricerca psicofisica.

Oltre al corpo lo spazio, circoscritto da leggi architettoniche e spaziali delle mura che lo possono circondare o delimitare da vitalità naturali, è dotato di forze contrastanti. Lo spazio è per Gormley una cassa di risonanza per una produzione costante e notevole di energia. Gli ultimi lavori dell’artista, infatti, si relazionano allo spazio come prodotto nato dall’incontro di sistemi di energia e campi di forza. L’attenzione si sposta dal corpo e dai volumi verso una ricerca sulla capacità di creare strutture apparentemente leggere, all’interno delle quali Gormley costruisce un ambiente claustrofobico in cui il corpo è incline a perdere ogni punto di riferimento.

L’arte di Antoni Gormley non è un’arte relazionale, è un processo di mistificazione dell’essere umano nella costante battaglia dualistica tra corpo e mondo. Ogni percezione di sé o di sé nel mondo è riprodotta attraverso l’uso di materiali pesanti, geometrici che lavorati e giustapposti creano strutture fragili e in bilico tra sé e il reale. Ogni costruzione volumetrica, pur nel suo astrattismo diventa riconoscibile e mantiene il suo aspetto più tangibile attraverso l’attenzione corporea che l’artista affida alle sue sculture. La matrice è il reale che permette ai corpi ferrosi di Gormley di ancorarsi a un racconto intimo, privato che ci conduce alla riflessione più antica del mondo circa la presenza dell’uomo nel mondo e le infinite possibilità di connessioni che ci legano indissolubilmente gli uni agli altri.