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L’architettura a Milano negli anni ’20 del Novecento

Milano, anni ’20. Immaginiamo un gruppo di architetti, tutti diversi fra loro, ma con un fattore in comune, l’appartenenza al Club degli Urbanisti. Di che si tratta? In cosa credono e cosa sostengono questi architetti? Viene elogiata l’arte del costruire le città in connessione alla formazione di uno spirito civico, si crede fortemente nell’importanza dell’architettura come espressione di una disciplina. Ma dove è possibile trovare dei modelli d’ispirazione? Sicuramente nella Milano del Settecento e degli inizi dell’Ottocento.

“Neoclassici” è l’appellativo che distingue gli architetti milanesi, i quali hanno come fine il far rivivere la Milano illuminista e alto borghese. Fra essi si annoverano Giovanni Muzio (1893 – 1982), Giuseppe De Finetti (1892 – 1951) e Giò Ponti (1891 – 1979), che hanno come committenti i membri delle famiglie dell’industria e della finanza di Milano.

Il primo architetto che decise di intraprendere una strada artistica differente dallo stile Liberty fu Giovanni Muzio, che fra il 1919 e il 1923 realizzò la Ca’ brüta, ovvero la casa brutta di via Moscova, come venne definita dai milanesi. Quando a Giovanni Muzio fu affidato il lavoro di decorazione della facciata era già presente la struttura muraria dell’edificio. L’architetto scelse di collocare sulla nuda muratura una serie di elementi architettonici, quali timpani, modanature, cornici, nicchie, sfere e medaglioni, organizzati in modo da individuare in modo chiaro i singoli appartamenti, una soluzione geniale che permette sia alla struttura architettonica sia ai suoi abitanti di emergere dall’anonimato che spesso caratterizza la ripetitività delle facciate tutte uguali. Questa soluzione pone in risalto l’identità del cittadino, che grazie al lavoro del Muzio può riconoscere la propria abitazione anche dall’esterno dell’edificio.

A differenza di Giovanni Muzio, l’architettura di Giuseppe De Finetti mira all’utile e al pratico, con il superamento del decorativismo superfluo. «La via della cultura è la via dall’ornato al disadorno» è la lezione di Adolf Loos alla quale De Finetti guardò con interesse. Fra il 1924 e il 1925 l’architetto realizzò la Casa della Meridiana, un’architettura che riassume il pensiero di De Finetti e che mette in luce il rispetto per colui che abita nella casa. L’esterno della casa non mostra elementi decorativi, è disadorno, la qualità emerge all’interno, l’ambiente in cui l’abitante ha l’occasione di esprimere la propria ricchezza interiore.

Fu Giò Ponti infine a rivolgersi alla crescente massa di pubblico che a partire dagli anni ’20 mostrò interesse per le produzioni d’arte. Lo scopo di questo architetto, giornalista e scrittore di architettura fu quello di sensibilizzare ed educare il pubblico a far proprio lo stile della propria casa attraverso l’arredamento, con il raggiungimento di uno stile di vita basato su comfort e praticità.

Conversazioni Video 2017 – Festival Internazionale di Documentari su Arte e Architettura

Come ormai ogni autunno, torna, per il quinto anno consecutivo alla Casa dell’Architettura di Roma, Conversazioni Video, l’unico Festival Internazionale di Documentari specificamente dedicato all’arte e all’architettura della città di Roma.

L’edizione 2016 di Conversazioni Video, curata dall’associazione culturale Art Doc Festival e promossa dalla Casa dell’Architettura di Roma, si è svolta nell’ambito delle Risonanze della Festa del Cinema di Roma, con i patrocini del Mibact – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, di Rai Lazio dell’Inarch/Lazio, ed è stata una conferma di quanto la manifestazione sia ormai un evento consolidato e atteso nel panorama culturale romano.

Forte del consenso di critica e di pubblico dell’ultima edizione del Festival, dunque, Art Doc Festival lancia per il 2017 il bando per la nuova edizione di Conversazioni Video – Festival Internazionale di Documentari su Arte e Architettura, che si svolgerà alla Casa dell’Architettura – Acquario Romano, per quattro giorni: 30 e 31 ottobre, 2 e 3 novembre 2017, e presenterà al pubblico le migliori e più recenti realizzazioni documentaristiche prodotte nel mondo, dal 2014 ad oggi, sui temi dell’arte e dell’architettura.

Il Festival sarà costituito da circa 10/15 documentari in concorso, divisi nelle categorie di ARTE e ARCHITETTURA. I film saranno selezionati per il concorso da un Comitato Scientifico appositamente costituito che li sceglierà tra quelli pervenuti tramite il bando di partecipazione. Le proiezioni avranno luogo tutti i giorni dalle 18:00 alle 21:00.

Tutte le sere sono previsti dibattiti ed incontri con gli autori, i produttori dei film ed esperti del settore volti ad approfondire argomenti legati all’incontro tra le diverse discipline (arte, architettura, linguaggio audiovisivo) in modo da poter coinvolgere il pubblico in maniera trasversale. Le tematiche culturali proposte e la valenza informativa e didattica del mezzo audiovisivo hanno reso possibile, durante le passate edizioni del Festival, l’assegnazione sia di CFU (Crediti Formativi Universitari), da parte dei professori che hanno aderito, sia di CFP (Crediti Formativi Professionali) da parte dell’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori di Roma e Provincia ai professionisti che hanno preso parte alle serate della manifestazione.

Come ogni anno, una giuria composta da esperti del settore assegnerà un premio al miglior documentario di ciascuna categoria.

 

 

Dal 30 Ottobre 2017 al 03 Novembre 2017

Roma

Luogo: Casa dell’Architettura

Curatori: Art Doc Festival

Enti promotori:

  • Casa dell’Architettura di Roma
  • Con il patrocinio del MiBACT – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo

Costo del biglietto: L’ingresso a tutte le proiezioni sarà a titolo gratuito

Sito ufficiale: http://www.artdocfestival.com

L’insostenibile leggerezza delle immagini di Irene Kung

Formatasi nel mondo della pittura, la svizzera Irene Kung è una fotografa anomala, a cui non è mai interessato più di tanto rappresentare la realtà. Le sue fotografie, infatti, non sono mai riproduzioni esatte del reale, ma piuttosto interpretazioni del mondo attraverso gli occhi dell’artista.

All’immagine meccanica si sovrappone nelle sue opere il gesto pittorico, in una tecnica multimediale in cui la fotografia perde il suo carattere di pura registrazione, e attraverso l’uso della tecnologia digitale si converte in una diversa forma espressiva.

Nell’epoca dell’iperfotografia, in cui tutti produciamo immagini senza sosta e ne siamo contemporaneamente bombardati, Irene Kung torna invece a un lavoro lento e paziente, fatto di attese (ad esempio nella scelta di soggetti e luce) e di minuzia (nella postproduzione), in quello che può essere letto come un tentativo di rallentamento di un fenomeno che appare ormai inarrestabile.

Obiettivo, non poco ambizioso, del suo lavoro sembra essere quello di raccontare attraverso la fotografia, anziché una visione realistica della realtà esterna, la dimensione opposta, quella irrazionale dell’interiorità e dei sentimenti. Quelli proposti dalla Kung sono infatti luoghi interiori, immagini emotive, in cui la razionalità è messa da parte insieme al superfluo, per arrivare all’essenziale, e così all’emozione.

I soggetti che rappresenta, generalmente alberi e architetture, sono infatti sempre ridotti a una purezza essenziale, completamente decontestualizzati rispetto al loro spazio originario. Sono sempre ripresi frontalmente, ritagliati nel vuoto e sospesi in un silenzio tombale, in cui la figura umana è quasi sempre assente. Estratti dal flusso dell’esistenza e immersi in una dimensione metafisica e rarefatta, sono offerti allo spettatore sotto una veste nuova, arricchiti di sentimenti e quasi purificati. Una calma apparente è perciò protagonista delle sue immagini, e quelle che si creano sono atmosfere enigmatiche, che provocano nel pubblico un senso di smarrimento ma di tranquillità allo stesso tempo, in un dolce naufragare cullati dal silenzio più assoluto. Se tutte le foto sono mute, infatti, le sue lo sono di più.

È in questo modo che i luoghi che conosciamo divengono misteriosi, senza tempo, e soggetti banali si convertono in immagini universali, non riconducibili a uno spazio-tempo in qualche modo identificabile.

Ad essere ben identificabile è invece la mostra in cui sono attualmente esposte le sue opere: si trova a Roma presso la Galleria Bonomo, dove la fotografa è già alla sua terza personale.

Si tratta stavolta di una mostra in cui i soggetti più amati dall’artista sono rivisitati in chiave meno cupa. Ai soliti forti contrasti chiaroscurali e profondi sfondi neri sono sostituite infatti atmosfere più tenui, primaverili, grazie a un nuovo studio sulla luce, che dona alle opere esposte un inconsueto senso di leggerezza, senza però perdere l’abituale dose di enigma e di mistero.

Piazza di Spagna, Campo de’ Fiori e altri spazi della quotidianità romana si trasformano all’interno di questa mostra in luoghi incantati e sconosciuti. É questo il potere della Kung, creare immagini che trascinino all’interno di una dimensione altra, capaci di mostrare qualcosa che normalmente sfugge, di mettere in evidenza aspetti inediti di soggetti altrimenti scontati. Lo stesso, del resto, accade all’interno della mostra. Negli spazi raccolti della galleria, tra il chiarore delle pareti e quello delle immagini, circondati dalle atmosfere sospese della Kung, la sensazione è quella di essere immersi in un mondo parallelo, totalmente isolati dal caos della realtà esterna.

C’è tempo fino al 20 maggio per lasciarsi trasportare.

Fino al 20 maggio 2017

Galleria Valentina Bonomo

Via del Portico d’Ottavia, 13

Roma

 

http://galleriabonomo.com/Exhibitions/irene-kung/