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Intervista al filosofo Diego Fusaro

Di seguito la trascrizione dell’intervista effettuata dal direttore di Artecracy.eu, Stefano Cariello, a Diego Fusaro, filosofo e saggista torinese, delfino di Costanzo Preve e studioso, tra gli altri, di Baruch Spinoza, Karl Marx, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Johann Gottlieb Fichte, Antonio Gramsci e Giovanni Gentile. Si tratta, in realtà, di una trascrizione parafrasata, sulla base degli argomenti trattati anche fuori onda.

Benvenuto alla WEB TV di Artecracy, Diego. La materia filosofia sembrerebbe distante da quella dell’arte, in realtà si tratta di argomenti affini, spesso paralleli, si pensi all’influenza che ha avuto la filosofia sull’arte dal Rinascimento sino al Novecento, persino alla materia Estetica insegnata nei corsi di laurea in Storia dell’Arte di molte Università. Ecco, una domanda semplice per una risposta, in realtà, assai difficile: qual è il tuo concetto di arte? Cos’è l’arte?

E’ evidentemente difficilissimo rispondere ad una domanda come questa. Ridotta al nucleo fondamentale direi che è il tentativo di cogliere l’assoluto mediante forme sensibili, quindi il soggetto è essenzialmente il medesimo rispetto alla filosofia ed alla religione, ma diverso è lo strumento di cui l’arte si avvale. L’arte si avvale di strumenti sensibili, dall’architettura alla scultura, sino alla musica stessa, ed utilizza il sensibile per cogliere l’assoluto. Questa è la definizione che nell’essenziale fornì Hegel. Se volessimo utilizzare un’altra definizione storica, per così dire, potremmo utilizzare quella di Giovanni Gentile: «l’arte è il momento soggettivo, laddove la religione è il momento oggettivo e quello filosofico è il momento soggetto-oggettivo». L’arte coglie la verità dal punto di vista del soggetto. Il soggetto, dice Gentile nella filosofia dell’arte: «brucia tutto nella propria soggettività mediante l’opera d’arte», perché effettivamente l’arte è essenzialmente il modo mediante il quale il soggetto trasfigura la realtà, la verità, in forme, appunto, artistiche.

Invece cosa ne pensi del mercato dell’arte? Di questo “mostro”, visto come tale dai più, ma che potrebbe invece avere anche qualcosa di positivo. Hai un idea a riguardo?

L’arte, in quanto legata alla verità, come dicevamo prima, è qualcosa di strutturalmente altro rispetto al mercato. Quindi il mercato dell’arte è, da un certo punto di vista, non dico un ossimoro ma sicuramente un unione stridente tra due realtà strutturalmente diverse tra loro. Tanto più se si ragiona in riferimento al nostro presente, che è in qualche modo il tempo del mercato assoluto in cui tutte le realtà vengono mercificate e valorizzate unicamente in riferimento al mercato. Questa è la nostra epoca, in cui la stessa opera d’arte ha tanto valore quanto è il suo valore sul mercato. Come emergeva molto bene in forma plastica in un film di alcuni anni or sono chiamato “La migliore offerta” (modifica del titolo a cura del redattore) che racconta di un ricco collezionista che acquistava quadri per poi tenerli chiusi nel caveau. L’opera d’arte qui diviene il bene privato del consumatore, dell’acquirente, che poi priva l’opera d’arte dallo sguardo altrui.

Un noto giornale di arte contemporanea on line ti ha attaccato in un articolo, definendoti un populista e non solo, come rispondi a riguardo?

Diceva Marx nel Capitale «sarà per me benvenuto ogni giudizio di critica scientifica», dunque io amo rispondere ai giudizi di critica scientifica ed evito accuratamente di rispondere agli insulti, ai vituperi, alle offese, alle calunnie, quindi facendo mio questo aureo principio marxiano evidentemente non voglio rispondere a queste accuse.

Fusaro parla del presente, della società, del mondo che ci circonda, ed essendo anche giovane non è esente dall’utilizzo di strumenti pratici e moderni come i social, da qui si può trarre, ad ulteriore riprova di quanto asserito sopra che:

«Agli imbecilli che vanno in giro sostenendo che il sottoscritto è fascista, leghista, stalinista, rossobruno, ecc., dico non solo che non sono nessuna di queste cose (il che è ovvio per chiunque mi abbia letto): dico anche che è troppo facile insultare, giacché in tal maniera si è dispensati dalla fatica del confutare argomentativamente».

La redazione di Artecracy.eu, sempre aperta al confronto dialogico che fu di Socrate, ha innalzato la weltanschauung, la visione del mondo, ha componente essenziale dell’arte, tanto da realizzare una vera e propria rubrica a riguardo.

Vi aspettiamo per un nuovo confronto con la WEB TV di Artecracy.

La Nona Ora di Cattelan, diciassette anni dopo

«Il grande nemico dell’arte è il buon gusto» disse qualche grande artista, non importa chi. L’opera di Maurizio Cattelan, La nona ora, a diciassette anni dalla sua realizzazione, ha perso il suo charme, la sua carica provocatoria, ma ancora oggi desta qualche fastidio.

Il richiamo alla boutade dadaista, insita nell’opera, è palese e incontrovertibile, così come la superficialità di coloro che vedono nel componimento artistico in questione una mera blasfemia.

Ci si potrebbe piuttosto chiedere che bisogno ci fosse di riproporre una simile provocazione, in salsa religiosa, delle bombe dadaiste a ottant’anni di distanza (all’epoca, 1999) da quelle originali. 80 anni!

Oppure interrogarsi sulla reale originalità nel cercare di sparare a zero sulla Chiesa e sulla religione monoteista di Gesù di Nazareth. Stranamente sulle altre religioni si è sempre un po’ più morbidi, diremmo oggi. Chi, in pieno delirio ultra occidentale che vede la libertà d’espressione fine a se stessa come valore primario su tutti gli altri, ha provato a criticare spietatamente anche “altre” religioni ne ha pagato aspramente le conseguenze, purtroppo (vedi strage Charlie Hebdo).

Ma l’artista veneto, in realtà, non aveva come obiettivo quello di demonizzare e ridicolizzare la Chiesa: la caduta del Papa per colpa di un meteorite è la caduta di un supereroe moderno, di una icona pop del suo tempo, anche per i non credenti. Lo spunto non può che essere il nome della prima mostra in cui è stata esposta l’opera, “Apocalypse”.

Ma il significato dell’opera lo detta l’artista stesso o i critici d’arte? Nel frattempo è stato lo stesso Cattelan a spiegarci che «La Nona Ora è un’opera molto religiosa: è un lavoro che mette a nudo il papa, mostrandone il lato umano». Nel 2010, in una intervista, ha invece chiarito che il Papa, per lui, rappresentava il proprio padre, che aveva cercato di strangolare quando aveva diciassette anni. Trasmutando il significato dell’opera in un lavoro spirituale che parla di sofferenza. «Il titolo La Nona Ora allude a quella in cui Cristo, sulla croce, chiede al Padre perché l’ha abbandonato, ma il Papa cadente si aggrappa al crocifisso».

Che le dichiarazioni di Cattelan siano delle supercazzole prematurate o meno, gira e rigira, ha sempre ragione quel grande artista che dice che «più la critica è ostile, più l’artista dovrebbe essere incoraggiato».

Triumphs and Laments: una galleria a cielo aperto

Cercando il senso della storia a partire dai suoi frammenti, troviamo un trionfo in una sconfitta e una sconfitta in un trionfo.” Così si esprime William Kentridge, l’artista americano di origine sudafricana che, dopo mesi di impegno, finalmente ha inaugurato a Roma il suo capolavoro dal titolo “Triumphs and Laments”. Settanta figure alte quasi dieci metri animano le sponde del Tevere celebrando come un corteo la storia di Roma dalle sue origini sino ai giorni nostri. Attratto dal fascino della capitale, Kentridge non ha esitato a creare, in pieno centro a Roma, tra Ponte Sisto e Ponte Mazzini, una vera e propria galleria d’arte, ottenuta con l’uso degli stencil, dopo un’accurata operazione di rimozione della patina biologica dal travertino dei muraglioni.

La peculiarità della grande opera d’arte sta proprio nella suggestiva scelta dei temi: l’artista non si è limitato alle gesta dell’impero romano, bensì ha voluto raccontare le vittorie e le sconfitte che hanno segnato tutta la storia di Roma capitale. Un’opera che riporta in modo eccellente il passaggio dalle glorie della Roma antica a quella più moderna in tutte le sue sfaccettature, mescolando epoche e personaggi, senza alcun rispetto per la sequenza cronologica: da Marco Aurelio a Giordano Bruno, dalla morte di Remo a quella di Pasolini, dai trionfi di Cesare alle esecuzioni dei partigiani, un cofano aperto di una Renault che ricorda l’assassinio di Aldo Moro o ancora una barca colma di persone che rimanda ai migranti di Lampedusa. Ma non solo: l’artista inserisce anche il noto bagno nella fontana di Trevi di Marcello Mastroianni e Anita Ekberg, protagonisti de La dolce vita di Fellini, la morte di Anna Magnani di Roma città aperta, o ancora, la coreografica scultura del Bernini Apollo e Dafne che sembra trasportare su due ruote il volto di Cicerone.

Tutti pezzi più o meno importanti di storia che Kentridge rielabora in chiave moderna, con l’intenzione di suscitare un’emozione a tutti coloro che, passeggiando lungo il Tevere, riconoscano nelle illustrazioni una parte di vita della città. Lo scopo dell’artista è proprio quello di catturare l’attenzione del passante tramite il mezzo più coinvolgente: la memoria storica.

L’inaugurazione, non a caso avvenuta il 21 Aprile giorno della fondazione di Roma, è stata particolarmente affascinante data l’incantevole performance di musicisti e vocalisti che hanno accompagnato i due cortei partiti dalle due estremità opposte del lungotevere, uno a rappresentare i Trionfi l’altro i Lamenti. Un suggestivo gioco di luci e di ombre, di urla e di suoni, dalla kora africana fino alla zampogna italiana, su musiche originali del compositore Philip Miller. Ideato dallo stesso Kentridge, e promosso dall’associazione Teveterno, lo spettacolo ha radunato centinaia di persone tra Trastevere e Campo dei Fiori a partire dalle 20:30.

Madre Russa: tra letteratura ed arte

La pittura russa diventa, come in letteratura, una delle espressioni ideali della cultura del Paese.

Gli ambienti naturali e non più i paesaggi classici idealizzati caratterizzano l’opera di molti pittori quali Kandinskij o Levitan. Questo si spiega con l’urbanizzazione del paesaggio e il fascino della vita contadina che esercitava sugli stessi artisti.

L’uomo, infatti, non è più assente dal paesaggio russo di quest’epoca, ma ha uno stretto legame con la sua terra. Le opere dei noti pittori rivelano l’intimità con la natura e il folklore contadino.

Gli artisti russi furono in particolar modo soggetti all’influsso della letteratura: affrontando in questo modo la realtà sociale e politica della Russia del loro tempo. Una scena della vita privata, ad esempio, poteva diventare una rappresentazione del popolo russo.

La ricerca di un’arte propriamente russa si traduce con un ritorno alle origini artistiche, ma anche popolari.

Highlights/Visions al MAXXI

La mostra attiva un dialogo tra opere selezionate di artisti e architetti italiani e internazionali presenti nella collezione del MAXXI intorno al tema della visione, quella capacità di osservare la realtà e trasfigurarla in una dimensione soggettiva. Percezioni, intuizioni e utopie, rappresentano gli strumenti con cui gli artisti ci propongono la loro concezione del mondo e le possibilità di cambiarlo.

Sou Fujimoto, Michelangelo Pistoletto, Paolo Soleri, Luca Vitone, Franz West e Chen Zhen traggono ispirazione da una continua necessità di trasformazione. Le loro poetiche seppur differenti, hanno in comune la tensione verso una realtà rinnovata, in cui natura e artificio convivono in armonia.

Il ciclo Highlights è un’occasione per attivare dialoghi tra opere selezionate di artisti e architetti, secondo percorsi tematici che costituiranno di volta in volta il fil-rouge dell’esposizione. Questa prima tappa, come visto, è dedicata alle visioni di artisti e architetti di fama internazionale. Per visione si intende la capacità di vedere la realtà oggettiva e trasfigurarla in una dimensione soggettiva: percezioni, intuizioni e utopie, rappresentano gli strumenti con cui gli artisti ci propongono la loro concezione del mondo e le possibilità di cambiarlo.

In particolare, gli artisti e gli architetti presenti in mostra traggono ispirazione da una continua e positiva esigenza di trasformazione. I loro punti di vista, le diverse filosofie alle quali attingono, siano esse orientali o occidentali, materialiste o spirituali, si fondono nel desiderio di ricongiungersi, attraverso la convivenza di “natura” e ”artificio”, con un rinnovato mondo reale, vissuto in piena armonia. Partendo da una percezione, gli artisti e gli architetti in mostra modificano il modo di vedere, sentire e interpretare la realtà, grazie al sostegno della scienza, della tecnologia, dell’arte, della cultura e della politica.

http://www.fondazionemaxxi.it/events/highlightsvisions/
Informazioni Evento:
Data Fine: 04 giugno 2016
Luogo: Roma, MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo
Orario: Dal martedì al venerdì 11.00-19.00; Sabato 11.00-22.00; Domenica 11.00-19.00
Chiuso: tutti i lunedì – 1 maggio – 25 dicembre
Telefono: 06 3201954
E-mail: info@fondazionemaxxi.it

Dove:
MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo
Proprietà: Fondazione
Città: Roma
Indirizzo: Via Guido Reni, 4/a
CAP: 00196
Provincia: RM
Regione: Lazio
Telefono: 063210181 –
Fax: 063211867
E-mail: info@fondazionemaxxi.it
Sito web: http://www.fondazionemaxxi.it

Un raggio di buon gusto nella generazione del Kitsch: Jacopo Scassellati

Tra i giovani che si stanno facendo un nome nel panorama artistico contemporaneo, uno dei maggiori talenti è sicuramente Jacopo Scassellati. Si tratta di un artista sardo, classe 1989, che nonostante la giovanissima età può vantare diverse mostre personali sia in Italia che all’estero. Partito da Sassari, in breve tempo è riuscito a riscuotere successi lungo la penisola italiana, arrivando a toccare anche Francia e Stati Uniti. Stiamo parlando di una carriera ancora agli inizi, ma che ha già mostrato un enorme potenziale.

Come sempre, qui si cerca di dare un input ai lettori, si propone una nostra visione personale (profana e senza pretese) che possa stimolare la curiosità di approfondire autonomamente il discorso. Scassellati merita attenzione, perché per talento ed età, potrebbe essere uno degli artisti più rappresentativi di questa generazione. La sua caratteristica è quella di essere “old school” nel suo approccio all’arte, con delle basi forse più vicine a un Rinascimentale che non a un Contemporaneo, ma assolutamente moderno nel rielaborare i fondamentali.

Oggi è molto facile imbattersi in presunti creativi trasformati in artisti dalla critica, ma Scassellati no. Davanti a quelle sue figure composte da frammenti, si rimane stupiti e affascinati. Sembrano tratte da un ricordo, che si sta ricomponendo mentre lo richiamiamo alla mente o che si sta scomponendo per l’inesorabile trascorrere del tempo. Sono cocci che appartengono al passato, nel quale i vuoti possono essere pezzi che abbiamo perso o pezzi che dobbiamo ancora ritrovare. Tutto sembra in divenire, ma niente sembra indicarci se si stia andando verso il deterioramento o verso la ricomposizione. Sono eventi sospesi nel tempo, in bilico su una linea che divide la fantasia dal ricordo. Il mito torna ad essere un monito per la realtà.

Una tale raffinatezza sia di linguaggio che di contenuti, è difficile da trovare negli artisti contemporanei, sempre più attenti alla provocazione e sempre meno interessati ad una poetica elegante e di buon gusto. Se volessimo tradurlo in campo musicale, Jacopo Scassellati è come un giovane cantautore in un mercato discografico dominato da MC e DJ. È uno che segue la tradizione di De Andrè e Dalla, mentre gli altri si adeguano alle proposte dei Talent. Un bel raggio di sole nella fredda pianura di una generazione che ha fatto del kitsch la propria bandiera.

www.jacoposcassellati.com

Morandi a vent’anni

Sino al 26 giugno sarà visitabile presso il Museo Morandi, all’interno della propria collezione, un focus su un periodo poco conosciuto del percorso artistico morandiano: con Morandi a vent’anni. Dipinti della Collezione Mattioli dal Guggenheim di Venezia vengono resi visibili per il pubblico quattro capolavori dell’artista bolognese, tutti datati tra il 1913 e il 1915, provenienti dalla importante collezione d’arte milanese di Gianni Mattioli, dal 1997 in deposito a lungo termine presso la Peggy Guggenheim Collection di Venezia per volontà della figlia Laura Mattioli Rossi.

Accanto ai quadri Mattioli vengono esposte alcune opere giovanili di Morandi meno note al grande pubblico: due studi di accademia, alcuni ritratti della sorella Dina, l’unica composizione futurista del 1915 e quella cubista dello stesso anno.
Completano la sala tre preziosi disegni del 1919-20, di raro valore documentario, che corrispondono a tre dipinti fondamentali della sua importante stagione metafisica.

Le opere in mostra sono il frutto di due indagini diverse, svolte in luoghi distanti sia fisicamente che concettualmente. Da una parte lo studio di Giorgio Morandi in via Fondazza, luogo intimo e raccolto, custode del mistero della sua poetica e dall’altra le Piramidi d’Egitto, imponenti e maestose architetture funerarie, custodi dei più grandi misteri delle civiltà passate.

Scrive Enrico Giustacchini che «nel 1911, Giorgio Morandi ha ventun anni ed è innamorato di Cézanne. Condivide, certo, quanto va scrivendo al tempo Ardengo Soffici; e cioè che al francese si deve “lo sforzo gigantesco di sintetizzare in tutto il senso del volume e della luminosità, il cui risultato è stato un’opera la quale, riunendo in sé il buono delle nuove ricerche e quello tratto dagli insegnamenti del passato, inizia una rinascenza pittorica, e metterà le generazioni future sulla strada di un classicismo vero, eterno: quello di Masaccio, di Tintoretto, di Rembrandt, di Goya”».

«E’ lecito credere – prosegue Giustacchini – che il giovanotto bolognese abbia meditato a lungo su queste parole. Sappiamo che nel 1910 era stato a Firenze, a studiare Masaccio, appunto, e Giotto, e Paolo Uccello. Perché stupirsi allora se in uno dei suoi primi quadri conosciuti, un Paesaggio eseguito in quel 1911, spoglio e rinserrato, stagliato, per dirla con Cesare Brandi, “contro un cielo vasto di solitudine senza approdo”, sia debitore a Giotto non meno che a Cézanne?
Morandi non dimenticherà mai la lezione dei grandi maestri antichi. Eppure gli anni a venire saranno anni ricchi di esperienze, febbrili ed inquieti, aperti alle mille sollecitazioni dell’arte – inquieta e febbrile – del suo tempo. Come ricorda in queste stesse pagine Flavio Caroli, in un decennio egli “cambia stile cinque volte; e sempre su posizioni di avanguardia”.
Cambia stile, cambia modelli di riferimento: ma invariabilmente a modo suo. Nel 1913 rivela di non essere insensibile al Futurismo. Esiste oggi, di fatto, una sola opera che testimonia tale incontro: una Natura morta di vetri (collezione Schweiller). “La moltiplicazione dei piani spaziali e delle direttrici compositive – osserva in proposito Pier Giovanni Castagnoli -, la tendenza a una compenetrazione dei piani plastici, la spinta dinamica impressa alle forme costituiscono altrettanti referti, chiaramente leggibili nel dipinto, di uno spostamento dell’attenzione di Morandi verso le proposte che andavano formulando le ricerche del Futurismo, che il pittore già conosceva, ancora prima di avere cognizione diretta delle opere realizzate in seno al movimento, viste per la prima volta, nel gennaio 1914, alla selezione presentata da Lacerba a Firenze”».

(tratto da http://www.stilearte.it/al-cuore-delle-cose/)

La mostra si svolge in concomitanza al MAMbo.

Museo Morandi
via Fondazza 36 40125 Bologna
Ingresso gratuito – Solo su prenotazione

Morandi_undo.net

Morandi_undo.net

Jenny Holzer: quando la parola diventa status

Con l’arte di Jenny Holzer il linguaggio diventa un’espressione artistica che si mette totalmente a nudo attraverso un enunciato, un contenuto di tipo culturale, un’idea, mostrandosi in modo totalmente trasparente e senza alcun filtro. Alla fine degli anni ’60 dipingere paesaggi bucolici non rappresenta più la realtà che oramai è di tipo urbano, caratterizzata da muri di cemento, insegne e slogan pubblicitari.

Il filone dell’arte concettuale sosteneva proprio l’idea di concentrarsi su un’arte che non recitasse più, un’ arte reale che mostrasse la trasparenza dei contenuti. Questo è quello che fa l’americana Jenny Holzer dando vita ad una serie di lavori basati sulla scrittura, i Truism che letteralmente significa “verità ovvie”, una lunga sequenza di sentenze ordinate alfabeticamente, presentate singolarmente o a gruppi utilizzando i supporti più vari.

Per questo tipo di aforismi la Holzer sceglie un linguaggio semplice, immediato e diretto alle volte ripetendo singole parole o intere frasi in tono rafforzativo. Ed ecco che siamo davanti ad una vera e propria fusione semantica di due retoriche contrapposte: la prima dettata dall’impulso istintivo e irrazionale tipico dei manifesti, l’altra dalla razionalità fredda e più esplicativa della didascalia. Gli enunciati a volte banali, a volte filosofici, promuovono una reazione da parte dei destinatari. Molte di queste sentenze sembrano frasi colte dalla strada, idee o pregiudizi ascoltati in metropolitana, ci restituiscono una versione del mondo quando la nostra cesura interiore smette di funzionare. La stessa Holzer definisce i suoi Truism come “mock cliches”, la prova della cui validità viene rimessa alla decisione della gente. I passanti cancellano o modificano alcuni slogan e, talvolta, aggiungono commenti e valutazioni. Sceglie volutamente di affiggere i suoi lavori in luoghi pubblici e solo in seconda battuta all’interno di musei o gallerie d’arte, proprio perché convinta che al di fuori dell’ambiente protetto e schermato dell’arte i suoi messaggi risultano molto più impattanti e funzionali. Non esiste un soggetto, l’autore della frasi spesso non viene proprio percepito: il lettore così è forzato a porsi delle domande, a prendere una posizione in merito a ciò che legge e vede.

La sua genialità sta nel fatto che ha saputo evolvere la sua arte inserendosi con estrema creatività ed efficacia nei meccanismi della comunicazione pubblica. Le sue frasi sono state affisse sui cartelloni pubblicitari di Times Square, sono comparse su riviste, distintivi, magliette, caschi.

Siamo davanti al primo esempio di street art prettamente testuale che anticipa di decenni ciò che oggi invade la nostra quotidianità: l’idea dello “status” dei social network, l’utilizzo ridondante di aforismi nelle t-shirt e negli hashtag urbani, brevi frasi che nonostante tutto ci fanno comunicare e connettere con il mondo. Una vera e propria eroina della guerrilla marketing, che apre il dialogo tra arte e mass media, un incontro tra linguaggi che si integrano alla perfezione così semplici da comprendere ma così difficili da accettare. Quando siamo messi davanti alla pura e semplice verità ci troviamo ad essere fragili. Questa è la vera magia dell’arte di Jenny Holzer: cambiare la società, una parola alla volta.

Creatures in Recent Slovenian Sculpture

La mostra Creatures in Recent Slovenian Sculpture è una collaborazione tra la Maribor Art Gallery, la Lojze Spacal Gallery Štanjel, il Gorenjska Museum, i vincitori del premio Prešeren Gallery Kranj, e il Ljubljana Fine Artists Society.

Inizialmente la mostra sarebbe dovuta essere incentrata sulla raffigurazioni di animali, non sulle creature, difatti il menù espositivo prevede scimmie, insetti, cani, pesci, pipistrelli, un ghepardo, un corvo, un polipo, un maiale, e altri animali partoriti dall’ambiente naturale in generale. Il loro mondo si fonde con il mondo delle creature irriconoscibili che non hanno alcun collegamento con la fauna esistente – come di fatto sembrano, a prima vista, non avere alcun senso molti degli oggetti esposti. In questa mostra la natura è un mondo a parte: le opere sono principalmente portatori di vari stati d’animo, di idee, di interpretazioni moralistiche, di archetipi e di fantasia.

A causa di questo intreccio, il curatore della mostra Lev Menaše ha osservato che l’esposizione si trasforma in una competizione unica tra darwinismo e creazionismo. Il darwinismo insegna “che tutte le specie originariamente derivano da forme parentali, con variazioni, a seconda della selezione naturale degli individui più adatti a riprodurre le loro specie”, mentre il creazionismo ci dice “che la materia e tutte le cose come attualmente esistono provengono dal Creatore onnipotente e non sono state formate e sviluppate gradualmente dalla natura”.

Così, il dott. Menaše dichiara che: «non è difficile indovinare quale insegnamento abbia prevalso nella mostra, la conclusione è ovvia: in relazione all’arte, Darwin aveva torto poiché l’arte è sempre stata dominata dal Creatore Onnipotente che continua a dominarla nel presente».

Io preferirei non prendere in causa alcuna divinità, perché credo negli uomini, e quindi cito un uomo: «bisogna avere un grande caos dentro di sé per generare una stella danzante».

Info: http://www.ugm.si/en/

Curator: dr. Lev Menaše

Artists: Mirsad Begić, Janez Boljka, Mirko Bratuša, Jakov Brdar, Dragica Čadež, Peter Černe, Natalija R. Črnčec, Polona Demšar, Stane Jagodič, Viljem Jakopin, Matic Jelčič Kürner, Barbara Jurkovšek, Marko A. Kovačič, Nina Koželj, Damijan Kracina, France Kralj, Erik Lovko, Vladimir Makuc, Iztok Maroh, Marija Prelog, Boštjan Putrich, Saba Skaberne, Mojca Smerdu, Zoran Srdić Janežič, Jože Šubic, Drago Tršar, Klavdij Tutta, Lujo Vodopivec, Jožef Vrščaj

Professional Advisor: Simona Šuc

Participating Institutions: Maribor Art Gallery, Lojze Spacal Gallery Štanjel, Gorenjska Museum, Galerija Prešeren Award Winners Gallery Kranj, Ljubljana Fine Artists Society.

Boccioni 100, l’inizio dell’arte contemporanea

Umberto Boccioni è indubbiamente una figura chiave dell’arte contemporanea mondiale e vero punto di riferimento temporale per tutti gli addetti ai lavori. Ciò va al di là di ingessate interpretazioni accademiche che vorrebbero che l’arte contemporanea nascesse con Winckelmann da una parte, con il postimpressionismo dall’altra, sino ad arrivare ad individuare, secondo schemi extra convenzionali, il secondo dopoguerra come punto di partenza ma che altro non fece se non determinare lo spostamento della capitale dell’arte dall’Europa agli Stati uniti, perseguendone i medesimi valori.

La mostra milanese “Boccioni 100 Genio e memoria”, frutto di un progetto comune tra il Castello Sforzesco, il Museo del Novecento e il Palazzo Reale, portato avanti in occasione del centenario dalla scomparsa del grande artista, testimonia quanto asserito grazie alla precisa dicotomia creata con le due sezioni “il giovane Boccioni (1906-1910)” e “Boccioni futurista: pratica e teoria (1911-16)”.

L’artista nato a Reggio Calabria incarnò, nelle sue diverse evoluzioni artistiche, il passaggio da un modo di intendere l’arte, di derivazione prettamente ottocentesca, ad uno terribilmente contemporaneo, percepibile persino nel nostro presente.

Nella prima sezione si evincono i referenti visivi antichi e moderni che segnarono inevitabilmente e indissolubilmente la formazione dell’artista, riscontrabili particolarmente nell’arte antica, nel Rinascimento italiano e nordico, nella ritrattistica barocca, nella cultura dell’Impressionismo e del Divisionismo, dei Preraffaelliti e del Simbolismo. Senza considerare una certa tendenza espressionista riscontrabile in talune opere, risulta evidente, soprattutto nelle tele, una dipendenza assoluta dalle opere di Segantini e Previati.

Ciò che sconvolge è la trasmutazione artistica di Boccioni, verificabile nella seconda sezione della mostra, in cui sono palesi le tendenze più aggiornate dell’arte plastica europea, dal post Impressionismo al Cubismo. Tale tendenza è graduale, percepibile dalle tele che delineano i primi cantieri di una città che si urbanizza, dalle grandi ciminiere industriali, dall’avvento dell’elettricità, il tutto sotto ancora una patina ottocentesca chiamata Divisionismo.

Ma è lapalissiano l’avvento di un nuovo mostro chiamato modernità! E’ descritto perfettamente l’avvento del progresso, condito da considerazioni positive, di prese di posizione tutto fuorché subdole. Ed ecco che progressivamente si percepisce il reale discrimine nei confronti delle espressioni artistiche precedenti e coeve, l’arrivo del figlio primigenio della modernità novecentesca: il movimento, la velocità!

La serie dei Dinamismi di un corpo umano testimoniano come il Boccioni futurista fosse aperto alle manifestazioni europee ed aggiornato alle nuove realtà, superandole in termini di innovazione soprattutto con la scultura, vero acme produttivo traboccante di tensione del presente verso il futuro.

Non ci frega niente che una prima scomposizione del corpo fosse già stata portata avanti nel 1907 con Les demoiselles d’Avignon, poiché la vera adesione alla contemporaneità è data dal M O V I M E N T O, dalla nostra vita odierna frenetica, contraddistinta da un rigetto verso lo slow che è contrario alla vita anche in termini fisiologici. Parliamo di un ventunesimo secolo fatto di mezzi di trasporto sempre più veloci e metodi di bombardamento pubblicitario già fatti propri dallo stesso Marinetti, che ha portato avanti l’idea nata nel 1909, e poi supportata da Boccioni stesso nel 1910, che è quella futurista. Senza considerare l’idea di arte totale, il metodo provocatorio di promuovere la corrente artistica ed il conseguente clamore, tutti concetti ripresi dagli acerrimi nemici dadaisti che poi codificheranno i sistemi dell’arte contemporanea sino ad oggi.
Il finto-amico del Futurismo, Apollinaire, definì l’Antigrazioso di Boccioni un discendente della Testa di Fernande di Picasso, che, secondo il francese, già aveva indagato la questione del movimento nella scultura. Niente di più falso, poiché nessun documento né la reale osservazione dell’opera dell’artista spagnolo può far presagire una insita connotazione d’azione.

Ed proprio questo il punto, all’addizione cubista SPAZIO+MATERIA+TEMPO Boccioni aggiunse l’ingrediente della modernità: il MOVIMENTO. Tanto da farne il reale capostipite “preistorico” dell’arte contemporanea.
Lo Sviluppo di una bottiglia nello spazio sottolinea come il Boccioni scultore futurista fosse un uomo nuovo rispetto al precedente e l’opera Forme uniche della continuità nello spazio, rappresentando un uomo in movimento, inevitabilmente proiettato verso la propria meta, incurante delle avversità, sancì il suo definitivo passaggio all’arte contemporanea.