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L’arte del significato in Joseph Kosuth

«Badate al senso, e le parole andranno a posto per conto proprio», scriveva nel 1865 Lewis Carroll nella sua favola Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie. È il significato, ciò che la parola davvero rappresenta; il significato intrinseco che ogni parola rappresenta dà valore a ciò che diciamo.

Esattamente cento anni dopo le parole di Carroll, Joseph Kosuth, demiurgo dell’arte concettuale, si presenta al pubblico della scena artistica americana degli anni Sessanta ridefinendo il concetto stesso di arte e spostando idealmente quella linea di confine, che già Duchamp aveva spezzato e annullato, dal “come” l’opera veniva creata al “perché” fosse stata realizzata. «Se l’opera di un artista – dichiara Kosuth – non ha a saldo fondamento il perché la si realizza, allora cosa si realizza non ha molta importanza, non crede?».

L’oggetto non è più il centro dell’attenzione artistica ma è l’idea che ne sta alla base il cuore dell’interesse contemporaneo. Secondo Kosuth gli artisti hanno a che fare con i significati e mai con la forma. È compito dello spettatore \ lettore “creare” l’opera, ed è attraverso il suo atto visivo \ linguistico che l’opera stessa acquista significato.

Le opere di Kosuth, nella loro apparente banalità, comportano una totale immersione in un mondo, quello delle parole e del loro senso più intrinseco, che porta l’idea e il concetto a ridefinire ciò che osserviamo. I sensi comuni non bastano più, ciò che l’artista ci chiede, invece, è liberarsi dell’idea di un’arte prettamente estetica e abbandonarsi a una ricerca antropologica, un’immersione iconica e segnica del senso. Kosuth utilizza la forma più totalizzante e reale del senso per costruire opere prettamente tautologiche.

L’opera con Kosuth si fa sotto gli occhi di chi osserva. Ogni elemento, che si tratti di fotografie, di sedie o di neon, celebra il valore intrinseco della sua intera poetica artistica che risiede nelle idee e nella processualità stessa che porta alla creazione artistica. Non è un caso che l’opera presenti sé stessa senza mezzi termini e presupponga un’immedesimazione e una concentrazione più legata al lessico e alla tradizione filosofica che alla mera osservazione. Ad ogni modo l’arte di Joseph Kosuth si emancipa dal suo supporto, è soggetta a un processo di dematerializzazione e ciò che ne resta è una sequenza di definizioni estratte dalle pagine di un vocabolario in una complessa dialettica tra significato e significante.

In un’emblematica aura di innovazione e instabilità del senso, soggetto costantemente a cambiare, ci si chiede cosa sia l’arte, estetica o etica, materia o idea, al punto tale da abbandonare ogni certezza e lasciarsi trasportare da una forma alternativa di comunicazione che parte da una parola e si dilata fino a raggiungere i più oscuri campi del senso, che potremmo definire, rubando un termine utilizzato da Kosuth stesso, un “surplus di significato”.

 

 

Sol LeWitt: il musicista dei concetti

Che bello quando si è davanti ad artisti che “semplificano” l’arte contemporanea, che la rendono immediata anche agli occhi più profani. LeWitt è un’artista molto amato dal pubblico, forse per l’apparente facilità di lettura delle sue opere formate da geometriche figure dipinte direttamente sul muro con colori accesi e sgargianti: i Wall Drawings ed i Wall Paintings. Invece siamo davanti a degli interventi artistici che riescono a coniugare teoremi matematici e sentimenti, linguaggio lineare e semplice poesia. «Al primo posto c’è il cervello, le linee non sono messe a caso o per capriccio, ma con un senso di direzione che nel tempo diventa sistema già preesistente nel cervello. Perciò viene prima il concetto, poi le linee che sono usate come simbolo della memoria. Ad esempio, la musica è il risultato finale, ma le note sono là soltanto per essere lette dai musicisti, è questo quello che non voglio, l’arte deve essere sia letta che guardata».

Il percorso artistico di Sol LeWitt rispetto a qualsiasi altro artista degli anni ’60 evolve da un approccio minimal andando incontro all’arte concettuale. Tra il 1963 – 65 realizza sculture essenziali, smaltate, monocrome che vengono incassate alla parete o collocate direttamente a contatto con il suolo, senza alcun basamento. Inizia così pian piano a costruire le prime strutture modulari realizzandole attraverso procedimenti industriali in alluminio o acciaio e verniciandole completamente di bianco. Ci troviamo davanti all’opera Serial Project No. 1 (ABCD), una superficie di base di oltre quattro metri quadrati in cui si estende un’apparente caos di forme, in cui diviene difficile riconoscere un criterio di ordine.

Parte dalla forma geometrica elementare del quadrato e del cubo è ne presenta tutte le combinazioni possibili di cubi e quadrati aperti e chiusi, che a loro volta contengono altri cubi e quadrati aperti e chiusi. Un’apparente caos di forme, in cui è molto difficile riconoscere con la semplice osservazione, un criterio ordinante. «La caratteristica più interessante del cubo è proprio il suo essere apparentemente poco interessante. Paragonato ad una qualunque altra forma tridimensionale, il cubo manca di aggressività, non implica movimento ed è il meno emotivo. E’ dunque la forma migliore da usare come unica base per ogni funzione più complessa, l’espediente grammaticale da cui far procedere il lavoro. Poiché è standardizzato e universalmente riconosciuto, non richiede nessuna intenzionalità da parte dell’osservatore; è immediatamente chiaro che il cubo rappresenta il cubo, una figura geometrica che è incontestabilmente se stessa. L’uso del cubo evita la necessità di inventare un’altra forma prestandosi esso a nuove invenzioni».

Le opere di Sol LeWitt sono l’esempio più importante della possibile vicinanza tra la Minimal Art e l’Arte Concettuale, tra il materiale e l’immateriale, un giusto compromesso fra qualità percettiva e concettuale, tra la semplicità dell’ordine geometrico e la ricerca di una bellezza intuitiva, una fusione tra ready-made e astrattismo geometrico.