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ARTECRACY.EU: L’ARTE CONTEMPORANEA IN SARDEGNA

Si tratta di una manifestazione di carattere culturale che mira, per la prima volta in Sardegna, ad essere un richiamo per turisti nazionali ed internazionali grazie all’arte contemporanea. La manifestazione, che si terrà al di là della stagione turistica classica, consta in una serie di convegni, mostre e visite guidate presso il cuore del Sarcidano.

Quando ci si appresta a visitare una mostra d’arte contemporanea non si è più certi di cosa effettivamente si andrà a vedere, di quale sia l’intento dell’artista, né di quale possa essere il significato delle opere. Non si può quindi prescindere dalla conoscenza dell’evoluzione e della trasformazione che le forme dell’arte hanno subito nel secolo scorso per potersi formare un’opinione autonoma. Il nostro obiettivo è quello di attrarre un nuovo tipo di turismo, un turismo culturale formato dalla gente di tutti i giorni, da persone che non necessariamente “mastichino” arte, ma che siano semplicemente attratte dal bello e dalla tradizione della terra sarda: capace di offrire archeologia, natura selvaggia, enogastronomia e, grazie al nostro progetto, anche modernità.

Il progetto consta in una sapiente continuità tra un passato nuragico glorioso ed un futuro ancora tutto da scrivere. Si terrà una conferenza di apertura della manifestazione a Isili, che proporrà ai presenti il pacchetto turistico che offriremo nel progetto e che avrà come tema “Il ruolo dell’arte contemporanea oggi, strumenti di base per la comprensione”. In seguito verrà inaugurata la mostra “Tra figurativo, astratto e nuova figurazione”, che ripercorrerà alcune tappe importanti della pittura italiana del ‘900. La conferenza a Serri, invece, tratterà dei “I problemi della figurazione”, il tutto all’interno del Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri, dove il passato preistorico possa dialogare con il presente. La mostra, invece, coinvolgerà diversi fotografi emergenti e l’esposizione delle opere verrà posta in essere presso i locali comunali. Verranno, inoltre, vero motore della manifestazione, organizzate delle visite guidate gratuite presso diversi siti: la chiesa di San Sebastiano di Isili posta al centro del lago omonimo; presso le stesse mostre sopracitate ed i siti nuragici dei due paesi.

 

Evento realizzato con il contributo dell’Assessorato al Turismo della Regione Autonoma della Sardegna e dal partnership con il Comune di Isili, del Comune di Serri, del Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri e dall’Associazione Culturale Artecrazia.

 

Per info e contatti:

3406140256

youthcaravella@gmail.com

artecracy@gmail.com

 

Per le visite guidate:

associazione.artecrazia@gmail.com

Per i pacchetti turistici:
https://sardegnamagica.wixsite.com/artecontemporanea

 

Conferenza Artecracy.eu – Lo stato dell’Arte

Quando oggi ci si appresta a visitare una mostra d’arte contemporanea non si è più certi di cosa effettivamente si vada a vedere, né di quale sia l’intento dell’artista nella composizione dell’opera o quale sia il messaggio eventuale sotteso.

Per poterci formare un’idea autonoma circa l’arte contemporanea non possiamo però prescindere da una conoscenza basilare di come le forme dell’arte si siano evolute e trasformate nel corso dell’ultimo secolo. L’arte è un linguaggio: così come non si può pretendere di analizzare un testo in una data lingua adottando la grammatica di un’altra, non possiamo evitare di possedere un vocabolario aggiornato dell’arte per comprendere l’arte contemporanea.

Il primo e il miglior modo per conoscere consiste nel guardarsi intorno senza pregiudizi o timori, concedendosi il giusto tempo per porgersi dei quesiti e cercare di darsi una risposta o, in seconda istanza, andare a cercarla in un libro, in una rivista o sulla rete. Approcciandosi all’arte contemporanea non si dovrebbe avere l’idea che tutto ciò che vediamo debba necessariamente piacerci o emozionarci. Non è così neanche per l’arte tradizionale, quindi è normale che alcune opere ci comunichino qualcosa in più rispetto ad altre.

La vastità della produzione attuale di opere può essere scoraggiante, bombardati come siamo da immagini e spot. Nella quantità la qualità scarseggia ma allo stesso tempo i temi trattati sono così vari che è difficile non trovare delle opere che intercettino i nostri interessi. Nelle pagine che seguono si propone una selezione delle diverse pratiche che compongono l’intricato e complesso insieme di ciò che oggi è arte.

Pubblichiamo il video della conferenza “Lo stato dell’Arte” che si è tenuta alla Mediateca del Mediterraneo (MEM) di Cagliari il 2 settembre 2016, realizzata dallo staff di Artecracy.eu in collaborazione con l’associazione culturale Artecrazia e con il contributo dell’Univesità degli Studi di Cagliari e dell’Ente Regionale per il diritto allo Studio Universitario.

Chi volesse, invece, ricevere gratuitamente l’ebook “LO STATO DELL’ARTE. COS’È ARTE OGGI” è pregato di contattarci tramite il format CONTACTS specificando di volere il libro digitale in questione tramite email.

Marzio La Condanna

La Nona Ora di Cattelan, diciassette anni dopo

«Il grande nemico dell’arte è il buon gusto» disse qualche grande artista, non importa chi. L’opera di Maurizio Cattelan, La nona ora, a diciassette anni dalla sua realizzazione, ha perso il suo charme, la sua carica provocatoria, ma ancora oggi desta qualche fastidio.

Il richiamo alla boutade dadaista, insita nell’opera, è palese e incontrovertibile, così come la superficialità di coloro che vedono nel componimento artistico in questione una mera blasfemia.

Ci si potrebbe piuttosto chiedere che bisogno ci fosse di riproporre una simile provocazione, in salsa religiosa, delle bombe dadaiste a ottant’anni di distanza (all’epoca, 1999) da quelle originali. 80 anni!

Oppure interrogarsi sulla reale originalità nel cercare di sparare a zero sulla Chiesa e sulla religione monoteista di Gesù di Nazareth. Stranamente sulle altre religioni si è sempre un po’ più morbidi, diremmo oggi. Chi, in pieno delirio ultra occidentale che vede la libertà d’espressione fine a se stessa come valore primario su tutti gli altri, ha provato a criticare spietatamente anche “altre” religioni ne ha pagato aspramente le conseguenze, purtroppo (vedi strage Charlie Hebdo).

Ma l’artista veneto, in realtà, non aveva come obiettivo quello di demonizzare e ridicolizzare la Chiesa: la caduta del Papa per colpa di un meteorite è la caduta di un supereroe moderno, di una icona pop del suo tempo, anche per i non credenti. Lo spunto non può che essere il nome della prima mostra in cui è stata esposta l’opera, “Apocalypse”.

Ma il significato dell’opera lo detta l’artista stesso o i critici d’arte? Nel frattempo è stato lo stesso Cattelan a spiegarci che «La Nona Ora è un’opera molto religiosa: è un lavoro che mette a nudo il papa, mostrandone il lato umano». Nel 2010, in una intervista, ha invece chiarito che il Papa, per lui, rappresentava il proprio padre, che aveva cercato di strangolare quando aveva diciassette anni. Trasmutando il significato dell’opera in un lavoro spirituale che parla di sofferenza. «Il titolo La Nona Ora allude a quella in cui Cristo, sulla croce, chiede al Padre perché l’ha abbandonato, ma il Papa cadente si aggrappa al crocifisso».

Che le dichiarazioni di Cattelan siano delle supercazzole prematurate o meno, gira e rigira, ha sempre ragione quel grande artista che dice che «più la critica è ostile, più l’artista dovrebbe essere incoraggiato».

Triumphs and Laments: una galleria a cielo aperto

Cercando il senso della storia a partire dai suoi frammenti, troviamo un trionfo in una sconfitta e una sconfitta in un trionfo.” Così si esprime William Kentridge, l’artista americano di origine sudafricana che, dopo mesi di impegno, finalmente ha inaugurato a Roma il suo capolavoro dal titolo “Triumphs and Laments”. Settanta figure alte quasi dieci metri animano le sponde del Tevere celebrando come un corteo la storia di Roma dalle sue origini sino ai giorni nostri. Attratto dal fascino della capitale, Kentridge non ha esitato a creare, in pieno centro a Roma, tra Ponte Sisto e Ponte Mazzini, una vera e propria galleria d’arte, ottenuta con l’uso degli stencil, dopo un’accurata operazione di rimozione della patina biologica dal travertino dei muraglioni.

La peculiarità della grande opera d’arte sta proprio nella suggestiva scelta dei temi: l’artista non si è limitato alle gesta dell’impero romano, bensì ha voluto raccontare le vittorie e le sconfitte che hanno segnato tutta la storia di Roma capitale. Un’opera che riporta in modo eccellente il passaggio dalle glorie della Roma antica a quella più moderna in tutte le sue sfaccettature, mescolando epoche e personaggi, senza alcun rispetto per la sequenza cronologica: da Marco Aurelio a Giordano Bruno, dalla morte di Remo a quella di Pasolini, dai trionfi di Cesare alle esecuzioni dei partigiani, un cofano aperto di una Renault che ricorda l’assassinio di Aldo Moro o ancora una barca colma di persone che rimanda ai migranti di Lampedusa. Ma non solo: l’artista inserisce anche il noto bagno nella fontana di Trevi di Marcello Mastroianni e Anita Ekberg, protagonisti de La dolce vita di Fellini, la morte di Anna Magnani di Roma città aperta, o ancora, la coreografica scultura del Bernini Apollo e Dafne che sembra trasportare su due ruote il volto di Cicerone.

Tutti pezzi più o meno importanti di storia che Kentridge rielabora in chiave moderna, con l’intenzione di suscitare un’emozione a tutti coloro che, passeggiando lungo il Tevere, riconoscano nelle illustrazioni una parte di vita della città. Lo scopo dell’artista è proprio quello di catturare l’attenzione del passante tramite il mezzo più coinvolgente: la memoria storica.

L’inaugurazione, non a caso avvenuta il 21 Aprile giorno della fondazione di Roma, è stata particolarmente affascinante data l’incantevole performance di musicisti e vocalisti che hanno accompagnato i due cortei partiti dalle due estremità opposte del lungotevere, uno a rappresentare i Trionfi l’altro i Lamenti. Un suggestivo gioco di luci e di ombre, di urla e di suoni, dalla kora africana fino alla zampogna italiana, su musiche originali del compositore Philip Miller. Ideato dallo stesso Kentridge, e promosso dall’associazione Teveterno, lo spettacolo ha radunato centinaia di persone tra Trastevere e Campo dei Fiori a partire dalle 20:30.

CHRONICLES / Log No.1: un laboratorio per la speranza

Does this floor have a memory? Can it convey to us, what those passing here before me were thinking? Will this floor convey to others what us here now are doing?”

Con queste parole Jaša (Mrevlje-Pollak) presenta il proprio progetto Utter. The violent necessity for the embodied presence of hope, in mostra all UGM Maribor Art Gallery e precedentemente proposto per tutta la durata della 56a Biennale di Venezia.

Durante la manifestazione veneziana il padiglione sloveno aveva assunto il formato di un laboratorio in continuo movimento, in cui l’arte era soggetta a continua trasformazione, con l’obiettivo di produrre una moltitudine di relazioni tra le creazioni, gli artisti e il pubblico. Il risultato, riproposto alla Maribor Art Gallery con la collaborazione della Fondazione Marignoli di Montecorona e di WE.ARE, è stato quello di riunire in un perfetto connubio diverse performance artistiche come la letteratura, la musica, la scultura, le installazioni luminose, la pittura e la fotografia, creando, quindi, un’orchestrazione dinamica di tutti gli elementi.

Attraverso una serie di opere di diversa natura, la mostra indaga il senso della centralità delle idee e il processo di formulazione del lavoro di Jaša: il risultato è un quadro generale del progetto.

Partendo dal titolo si potrebbe comprendere che la violenza è necessaria per incarnare la speranza, ma è lo stesso autore, in una intervista ad Artribune di un anno fa, a spiegare che: «Utter richiama qualcosa di assoluto, mentre il verbo to utter significa proclamare, pronunciare, promulgare, dichiarare. Il sottotitolo, invece, si connette direttamente alle linee guida del progetto: viviamo infatti in un tempo di grande ansietà, nel quale un atto d’urgenza pare sempre necessario».

La mostra della Maribor Art Gallery, CHRONICLES / Log No.1, presenta una serie di disegni preparatori e note create dall’artista nel corso del progetto, come un diario di “conoscenza accumulata”, mostrato per la prima volta a Maribor per gentile concessione della Collezione Marignoli di Montecorona, Fondazione contemporanea, che aveva sostenuto il progetto durante la Biennale. Tali testimonianze, insieme ad una scultura e ad un dipinto di grandi dimensioni, vorrebbero dimostrare che tutto è stato offerto in nome di un bene superiore e che una ipotetica divinità superiore abbia guidato la produzione artistica per tutta la durata della Biennale di Venezia.

Il pubblico è accompagnato da composizioni melodiche lungo tutto lo spazio della galleria, sulla falsariga del progetto veneziano, ed il fine non è quello di interazione con la mostra ma quello di percepire dei singoli, originali, mai eguali, modi di intendere e cogliere il tutto.

Ma l’essenza della mostra si coglie proprio nel sottotitolo del progetto artistico, dove campeggia il termine SPERANZA, ed è lo stesso Jaša a dirci che: «bisogna ristabilire un sistema valoriale che a sua volta ri-stabilizzi la presenza della speranza».

http://www.ugm.si/en/exhibition/exhibition/n/chronicles-log-no1-2967/

http://www.jasha.org/

William Kentridge. Triumphs and Laments: a project for Rome

La mostra “Triumphs and Laments: a project for Rome” di William Kentridge, promossa da Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in collaborazione con la Galleria Lia Rumma, rappresenta il culmine di una serie di iniziative artistiche e culturali che hanno legato la città di Roma al famosissimo artista d’origine sudafricana e che avranno anche come punto di arrivo il monumentale intervento sulla storia di Roma, da sempre fortemente voluto dall’Amministrazione Capitolina, che Kentridge ha iniziato a realizzare lo scorso 9 marzo, nel tratto fluviale compreso fra Ponte Sisto e Ponte Mazzini, e che è stato inaugurato il 21 e 22 aprile, in occasione del Natale di Roma.

L’esposizione, già annunciata da Kentridge stesso al MACRO nel mese di marzo 2015, è curata da Federica Pirani e Claudio Crescentini, sino al 2 ottobre 2016 e occuperà interamente le due Project Room del museo, esponendo oltre 80 opere con un allestimento ideato appositamente da Kentridge per il MACRO.

Saranno in mostra i bozzetti a carboncino delle figure ideate dall’artista per i muraglioni del Tevere, dove ricorre penetrante l’iconografia dell’arte antica romana così come immagini e storie dedotte dalla storia della Chiesa, fra le quali una struggente Santa Teresa d’Avila, fino al nostro contemporaneo rappresentato dalla grande e toccante installazione dedicata alla morte di Pier Paolo Pasolini, uno dei poeti e intellettuali più amati da Kentridge.
Oltre a queste opere, già in parte presentate alla Biennale di Venezia del 2015, verranno esposti una serie di disegni a inchiostro e a pastello inediti, realizzati appositamente per l’occasione dall’artista, e un grande fregio su carta, anche questo inedito, lungo oltre sei metri che riproduce proprio la totalità della sequenza delle monumentali figure realizzate dall’artista sull’argine del Tevere.
Saranno anche esposti alcuni ritagli di figure e oggetti, sempre inediti, che in seguito verranno adoperati come stendardi dai performer in occasione dell’evento musicale e teatrale, concepito da Kentridge in collaborazione con Philip Miller, che sarà rappresentato nel corso dei due giorni di inaugurazione e di cui le prove saranno realizzate direttamente presso gli spazi di MACRO Testaccio, gentilmente concessi dalla Sovrintendenza Capitolina per tale straordinaria occasione. Questi “cut out”, come li definisce l’artista, esposti al MACRO, saranno poi portati in processione durante la performance, entrando e uscendo dal museo per tale occasione.

Saranno inoltre trasmessi dei video preparatori del grande processo creativo messo in atto, ormai da anni dall’artista, basilari per capire l’evoluzione del progetto totale “Triumphs and Laments”.
Questo del resto è il modo scelto da Kentridge di confrontarsi con Roma, in maniera multidisciplinare e multimediale, dove l’arte e la cultura di uno dei più grandi artisti contemporanei dialoga e si confronta appunto con la grande storia millenaria dell’Urbe, le sue iconografie, i protagonisti, l’ambiente rivissuto e riletto con grande forza creativa e intellettuale.

Informazioni evento:
Data Fine: 02 ottobre 2016
Luogo: Roma, MACRO Museo d’Arte Contemporanea Roma
Orario: da martedì alla domenica ore 10.30-19.30, chiuso il lunedì
Telefono: 06 82077371
E-mail: stampa.macro@comune.roma.it
Sito web: http://www.museomacro.org

Dove:
MACRO Museo d’Arte Contemporanea Roma
Proprietà: Comune
Città: Roma
Indirizzo: Via Nizza, 138
CAP: 00100
Provincia: RM
Regione: Lazio
Telefono: 06671070400
Fax: 068554090
E-mail: macro@comune.roma.it
Sito web: http://www.macro.roma.museum

Fonte: www.beniculturali.it

Fonte: www.beniculturali.it

Gilbert&George: il corpo, specchio e riflesso della società e dell’individuo

Gilbert&George, il duo londinese; due persone per un’unica entità artistica che, come ogni contemporaneo che si rispetti, si muove sulla scia dell’anticonvenzionale, dell’immorale, dell’antiestetica. E, allora, cosa c’è di bello, di affascinante, di ammirevole in un pannello che ti sbatte in faccia escrementi di dimensioni gigantesche, espliciti atti sessuali, crocifissioni blasfeme? Niente. Assolutamente niente. La loro arte strizza l’occhio, stride, taglia, ma colpisce; positivamente o negativamente, colpisce. Indagano la realtà che ci circonda, la mettono a nudo, la estremizzano, portano fuori ciò che ciascuno di noi, come individuo e come società, vuole nascondere. E loro, Gilbert&George, gli artisti, non assumono una posizione privilegiata, la posizione del lottiamo ma non ci immischiamo; no, tutt’altro. Si mischiano eccome, osservando direttamente il mondo, la società, coincidendo perfettamente con le loro opere. Sin dal loro esordio negli anni Settanta, infatti, compaiono in prima persona, ci sono fisicamente in Bloody Life (1975) e nei Dusty Corners (1975), all’interno di stanze vuote, tra angoli polverosi e ambienti scarni, nella neutralità di pannelli in bianco e nero.

Lungo l’intera produzione, si mostrano talvolta vestiti, talvolta nudi; il loro corpo partecipa al quadro, diviene parte di ogni singolo racconto, si manifestano per unificarsi allo spettatore, all’individuo; sono dentro la società, fatta di sessualità, religione, politica, modi di agire, guerra. Scavano l’umanità in Hunger e Thirst (1982), gruppo figurativo in cui privilegiano colori forti e decisi, quali rosso, giallo e nero, inquadrando atti sessuali, istinti primordiali e pulsioni con una stilizzazione grafica del corpo, inteso come oggetto. E se la sessualità appartiene a ognuno di noi, indistintamente, così, per Gilbert&George, escrementi, fluidi corporei fanno parte di quel processo meccanico che ci rende tutti uguali, dove si annientano le classi, i moralismi, i perbenismi; così racconta il gruppo The Naked Shit Pictures (1994), in un mosaico articolato in più pannelli, dove il cromatismo si accentua, la provocazione si fa più forte. Procedono metodicamente con la fotografia, fotografano letteralmente la realtà e la riproducono; riproducono il loro punto di vista, la vita e la società viste dall’East Est di Londra, dai bassifondi della capitale inglese.

E, dagli esordi, Londra torna ad essere prepotentemente punto focale in Six Bomb Pictures (2008), in seguito agli attentati del 2005. Immagini di una Londra desolata, deserta, cromaticamente rossa di terrore, bianca di paura in cui Gilbert&George si ritrovano distrutti, stravolti, interrotti. E’ l’inizio del racconto della guerra contemporanea, che si accompagna alla diffusione dell’estremismo islamico e della sua radicalizzazione, a Londra e nel mondo. Parlano le bombe in Scapegoating Pictures (2013), tutta la grigia realtà è una bomba, i due artisti sono fatti di bombe, Londra è dentro la bomba dell’Islam più estremo, che attraverso le donne col burka aziona i detonatori e spegne il mondo. E, allora, cosa c’è di bello in Gilbert&George? Forse, c’è di bello l’arte di rappresentare la realtà.

Elisa Medda

Highlights/Visions al MAXXI

La mostra attiva un dialogo tra opere selezionate di artisti e architetti italiani e internazionali presenti nella collezione del MAXXI intorno al tema della visione, quella capacità di osservare la realtà e trasfigurarla in una dimensione soggettiva. Percezioni, intuizioni e utopie, rappresentano gli strumenti con cui gli artisti ci propongono la loro concezione del mondo e le possibilità di cambiarlo.

Sou Fujimoto, Michelangelo Pistoletto, Paolo Soleri, Luca Vitone, Franz West e Chen Zhen traggono ispirazione da una continua necessità di trasformazione. Le loro poetiche seppur differenti, hanno in comune la tensione verso una realtà rinnovata, in cui natura e artificio convivono in armonia.

Il ciclo Highlights è un’occasione per attivare dialoghi tra opere selezionate di artisti e architetti, secondo percorsi tematici che costituiranno di volta in volta il fil-rouge dell’esposizione. Questa prima tappa, come visto, è dedicata alle visioni di artisti e architetti di fama internazionale. Per visione si intende la capacità di vedere la realtà oggettiva e trasfigurarla in una dimensione soggettiva: percezioni, intuizioni e utopie, rappresentano gli strumenti con cui gli artisti ci propongono la loro concezione del mondo e le possibilità di cambiarlo.

In particolare, gli artisti e gli architetti presenti in mostra traggono ispirazione da una continua e positiva esigenza di trasformazione. I loro punti di vista, le diverse filosofie alle quali attingono, siano esse orientali o occidentali, materialiste o spirituali, si fondono nel desiderio di ricongiungersi, attraverso la convivenza di “natura” e ”artificio”, con un rinnovato mondo reale, vissuto in piena armonia. Partendo da una percezione, gli artisti e gli architetti in mostra modificano il modo di vedere, sentire e interpretare la realtà, grazie al sostegno della scienza, della tecnologia, dell’arte, della cultura e della politica.

http://www.fondazionemaxxi.it/events/highlightsvisions/
Informazioni Evento:
Data Fine: 04 giugno 2016
Luogo: Roma, MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo
Orario: Dal martedì al venerdì 11.00-19.00; Sabato 11.00-22.00; Domenica 11.00-19.00
Chiuso: tutti i lunedì – 1 maggio – 25 dicembre
Telefono: 06 3201954
E-mail: info@fondazionemaxxi.it

Dove:
MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo
Proprietà: Fondazione
Città: Roma
Indirizzo: Via Guido Reni, 4/a
CAP: 00196
Provincia: RM
Regione: Lazio
Telefono: 063210181 –
Fax: 063211867
E-mail: info@fondazionemaxxi.it
Sito web: http://www.fondazionemaxxi.it

Un raggio di buon gusto nella generazione del Kitsch: Jacopo Scassellati

Tra i giovani che si stanno facendo un nome nel panorama artistico contemporaneo, uno dei maggiori talenti è sicuramente Jacopo Scassellati. Si tratta di un artista sardo, classe 1989, che nonostante la giovanissima età può vantare diverse mostre personali sia in Italia che all’estero. Partito da Sassari, in breve tempo è riuscito a riscuotere successi lungo la penisola italiana, arrivando a toccare anche Francia e Stati Uniti. Stiamo parlando di una carriera ancora agli inizi, ma che ha già mostrato un enorme potenziale.

Come sempre, qui si cerca di dare un input ai lettori, si propone una nostra visione personale (profana e senza pretese) che possa stimolare la curiosità di approfondire autonomamente il discorso. Scassellati merita attenzione, perché per talento ed età, potrebbe essere uno degli artisti più rappresentativi di questa generazione. La sua caratteristica è quella di essere “old school” nel suo approccio all’arte, con delle basi forse più vicine a un Rinascimentale che non a un Contemporaneo, ma assolutamente moderno nel rielaborare i fondamentali.

Oggi è molto facile imbattersi in presunti creativi trasformati in artisti dalla critica, ma Scassellati no. Davanti a quelle sue figure composte da frammenti, si rimane stupiti e affascinati. Sembrano tratte da un ricordo, che si sta ricomponendo mentre lo richiamiamo alla mente o che si sta scomponendo per l’inesorabile trascorrere del tempo. Sono cocci che appartengono al passato, nel quale i vuoti possono essere pezzi che abbiamo perso o pezzi che dobbiamo ancora ritrovare. Tutto sembra in divenire, ma niente sembra indicarci se si stia andando verso il deterioramento o verso la ricomposizione. Sono eventi sospesi nel tempo, in bilico su una linea che divide la fantasia dal ricordo. Il mito torna ad essere un monito per la realtà.

Una tale raffinatezza sia di linguaggio che di contenuti, è difficile da trovare negli artisti contemporanei, sempre più attenti alla provocazione e sempre meno interessati ad una poetica elegante e di buon gusto. Se volessimo tradurlo in campo musicale, Jacopo Scassellati è come un giovane cantautore in un mercato discografico dominato da MC e DJ. È uno che segue la tradizione di De Andrè e Dalla, mentre gli altri si adeguano alle proposte dei Talent. Un bel raggio di sole nella fredda pianura di una generazione che ha fatto del kitsch la propria bandiera.

www.jacoposcassellati.com

Jenny Holzer: quando la parola diventa status

Con l’arte di Jenny Holzer il linguaggio diventa un’espressione artistica che si mette totalmente a nudo attraverso un enunciato, un contenuto di tipo culturale, un’idea, mostrandosi in modo totalmente trasparente e senza alcun filtro. Alla fine degli anni ’60 dipingere paesaggi bucolici non rappresenta più la realtà che oramai è di tipo urbano, caratterizzata da muri di cemento, insegne e slogan pubblicitari.

Il filone dell’arte concettuale sosteneva proprio l’idea di concentrarsi su un’arte che non recitasse più, un’ arte reale che mostrasse la trasparenza dei contenuti. Questo è quello che fa l’americana Jenny Holzer dando vita ad una serie di lavori basati sulla scrittura, i Truism che letteralmente significa “verità ovvie”, una lunga sequenza di sentenze ordinate alfabeticamente, presentate singolarmente o a gruppi utilizzando i supporti più vari.

Per questo tipo di aforismi la Holzer sceglie un linguaggio semplice, immediato e diretto alle volte ripetendo singole parole o intere frasi in tono rafforzativo. Ed ecco che siamo davanti ad una vera e propria fusione semantica di due retoriche contrapposte: la prima dettata dall’impulso istintivo e irrazionale tipico dei manifesti, l’altra dalla razionalità fredda e più esplicativa della didascalia. Gli enunciati a volte banali, a volte filosofici, promuovono una reazione da parte dei destinatari. Molte di queste sentenze sembrano frasi colte dalla strada, idee o pregiudizi ascoltati in metropolitana, ci restituiscono una versione del mondo quando la nostra cesura interiore smette di funzionare. La stessa Holzer definisce i suoi Truism come “mock cliches”, la prova della cui validità viene rimessa alla decisione della gente. I passanti cancellano o modificano alcuni slogan e, talvolta, aggiungono commenti e valutazioni. Sceglie volutamente di affiggere i suoi lavori in luoghi pubblici e solo in seconda battuta all’interno di musei o gallerie d’arte, proprio perché convinta che al di fuori dell’ambiente protetto e schermato dell’arte i suoi messaggi risultano molto più impattanti e funzionali. Non esiste un soggetto, l’autore della frasi spesso non viene proprio percepito: il lettore così è forzato a porsi delle domande, a prendere una posizione in merito a ciò che legge e vede.

La sua genialità sta nel fatto che ha saputo evolvere la sua arte inserendosi con estrema creatività ed efficacia nei meccanismi della comunicazione pubblica. Le sue frasi sono state affisse sui cartelloni pubblicitari di Times Square, sono comparse su riviste, distintivi, magliette, caschi.

Siamo davanti al primo esempio di street art prettamente testuale che anticipa di decenni ciò che oggi invade la nostra quotidianità: l’idea dello “status” dei social network, l’utilizzo ridondante di aforismi nelle t-shirt e negli hashtag urbani, brevi frasi che nonostante tutto ci fanno comunicare e connettere con il mondo. Una vera e propria eroina della guerrilla marketing, che apre il dialogo tra arte e mass media, un incontro tra linguaggi che si integrano alla perfezione così semplici da comprendere ma così difficili da accettare. Quando siamo messi davanti alla pura e semplice verità ci troviamo ad essere fragili. Questa è la vera magia dell’arte di Jenny Holzer: cambiare la società, una parola alla volta.