Articoli

Intervista al pittore Antonio Mallus

Si è da poco conclusa presso il Monte Granatico di Isili la personale di Antonio Mallus Volcano ed altri cicli, inserita nella manifestazione Artecracy.eu: l’arte contemporanea in Sardegna.

Mallus, cagliaritano classe 1958, è pittore ma anche insegnante di liceo artistico, e si definisce “un artista maturo e iperproduttivo”. Gli abbiamo fatto qualche domanda per conoscerlo meglio.

Come e quando si è avvicinato all’arte?

Io ho sempre amato colorare, fin da bambino, quando usavo i pennarelli perché erano appena stati introdotti. Poi ho fatto il liceo artistico e in terza e quarta ho avuto degli insegnanti di riferimento molto importanti, che appartenevano alle cosiddette “neoavanguardie sarde”, quelle che hanno iniziato a rompere con la tradizione figurativa regionale e italiana di quel periodo. Uno dei miei professori era Gaetano Brundu, che mi fece conoscere le avanguardie artistiche, e soprattutto Mondrian. Vedere i cataloghi e le monografie degli artisti più importanti del Novecento per un ragazzo di 17 anni, in quei tempi in cui non c’era Internet e l’unica cosa che avevamo era l’Argan con le immagini in bianco e nero, fu una vera folgorazione. Forse è lì, in terza liceo, che ho capito che potevo fare anche altre cose oltre alla copia dal vero e al disegno accademico, perciò la scuola è stata fondamentale per me. Lo è stata ancor di più dopo, perché ho proseguito nell’istruzione artistica. Del resto venivo da una famiglia di insegnanti, quindi la scuola ce l’avevo nel DNA, era destino.

Parlando di scuola, il suo ruolo di insegnante influisce su quello di artista? In che modo?

Quando ho iniziato a insegnare nel 1980 e volevo entrare di ruolo mi sono reso conto che i titoli artistici valevano molto, e allora ho iniziato a capire che fare le mostre, esporsi, confrontarsi, era importante. Fu uno stimolo per me scalare quella graduatoria che mi sembrava irraggiungibile. Capii che un conto era la passione, un altro era comunicare, poter condividere determinate cose al di fuori del proprio giro. Perciò la scuola mi ha sempre condizionato, una cosa aiutava e motivava l’altra diciamo, soprattutto in quegli anni lì.

Cosa consiglierebbe a un giovane che vuole avvicinarsi alla carriera di artista?

Io userei un altro termine: carriera di creativo, perché ormai questo ambito si è espanso. Il Novecento ha rifondato il modo di pensare, è andato oltre la pittura, la scultura e l’architettura, per cui mi sembra riduttivo per artista intendere pittore. Oggi gli stilisti di moda, i designer, sono degli artisti. Io faccio il pittore perché ho fatto una scuola di pittura e mi sono sempre interessato di questo, ma oggi non basta più. Diciamo che è un punto di partenza, non è più un punto di arrivo. Io in un certo senso appartengo più agli anni Cinquanta che non al Duemila. Non sono un tradizionalista, un figurativo in senso stretto, ma le mie ricerche pagano pegno alle avanguardie storiche e alle neoavanguardie, dall’informale in poi sino alla transavanguardia. Penso che l’arte è un piacere, ma ci vuole anche la consapevolezza.

A questo proposito, quali sono i suoi punti di riferimento in campo pittorico? C’è qualche artista o movimento che l’ha influenzata più di altri?

Mah, ci sono tante cose. È ovvio che le avanguardie storiche sono state molto importanti, poi anche l’informale, l’arte concettuale, l’arte povera… Noi eravamo una generazione che è nata col bianco e nero, abbiamo scoperto il colore nell’arte. Avevamo un immaginario sconfinato da un certo punto di vista, ma gli strumenti erano molto poveri, soprattutto in proporzione alla generazione attuale. Non c’è paragone con oggi. Certo ci sono altri problemi, però le chance sono molte di più.

Devo molto anche ai miei professori. Negli ultimi anni sto cercando di pagare questi debiti di riconoscenza, per cui li cito nei miei cataloghi, faccio delle donazioni. C’è un fattore affettivo per l’istruzione artistica che permane. Il fattore umano per me non può essere disgiunto dal fattore artistico, le persone sono più importanti dei manufatti. Ecco cosa significa la consapevolezza.

 

Cos’è per lei la creatività? Come nascono le sue opere?

Negli ultimi anni mi sono reso conto che lavoro in maniera compulsiva, seriale, come quando ero in terza liceo. Non ho mai cambiato la strategia, ho sempre questa esigenza compulsiva che è un po’ di curiosità un po’ di sfogo. Sono agnostico, non sono un credente, perciò ho bisogno sempre di pormi domande anziché dare risposte. Dipingere per me è un lavoro ma anche un’identità, una memoria, un insieme di cose. È anche un’esigenza, uno sfogo, una nevrosi… anziché andare dallo psicanalista io compro materiale e vado in studio, forse risparmio anche!

 

E che tecniche pittoriche utilizza?

Io lavoro esclusivamente olio su tela, da questo punto di vista sono tradizionalista. Però ho una tecnica molto impulsiva: col pennello faccio le campiture di colore, mentre il disegno lo faccio poi con le “stubettature”, cioè vado a rievidenziare la materia, il colore, il contrasto direttamente col tubetto.

Cosa ne pensa invece dell’arte contemporanea in Sardegna? Si fa abbastanza per valorizzare il settore? Cosa si potrebbe fare di più?

Fare si potrebbe fare tutto, perché il sistema dell’arte in Sardegna non esiste, ma anche nel resto dell’Italia non scherza. Siamo molto indietro a livello istituzionale, non abbiamo musei e gallerie, e in quelli che ci sono arriviamo a malapena alla transavanguardia. Spetterà alle nuove generazioni cambiare le cose, ma faticheranno molto. Io ho dei figli che sono uno architetto e un altro violoncellista, chissà cosa faranno e dove… sicuramente non rientreranno in Sardegna.

Potrebbe esserci una rivoluzione culturale nei prossimi decenni se nella scuola italiana insegnassimo di più e meglio l’arte, la musica, la nostra cultura. Allora potremo competere anche con gli artisti e musicisti stranieri. Noi siamo nati i più bravi, abbiamo inventato e insegnato a tutti il meglio, ma ce lo stiamo dimenticando. Per me la scuola è strategica, dovrebbe essere al primo posto, invece si fanno riforme che sono solo razionalizzazioni, giochiamo col futuro delle prossime generazioni e rischiamo veramente di impoverirci, sia economicamente che culturalmente. Ai miei studenti definisco l’Italia una superpotenza culturale, dobbiamo solo ricordarlo e ridiventarlo.

 

 

[Articolo collegato alla mostra “Volcano ed altri cicli” che si è svolta a Isili (Sud Sardegna) a partire dal 28 dicembre 2017 e che ha visto l’esposizione di alcuni cicli evolutivi del percorso artistico di Antonio Mallus, formatosi nel clima neoavanguardistico degli anni Settanta ed avendo come maestri spirituali Kandinsky, Mondrian ed il primo Futurismo. Evento realizzato dall’associazione Youth Caravella con il contributo dell’Assessorato al Turismo della Regione Autonoma della Sardegna e dalla partnership con il Comune di Isili, del Comune di Serri, del Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri, dall’Associazione Culturale Artecrazia e del giornale Artecracy.eu].

 

La fotografia tra ieri ed oggi

La fotografia, il mezzo per eccellenza per acquisire scatti di memorie o frammenti di realtà, è da sempre strumento predisposto a focalizzare l’attenzione su piccoli dettagli della vita. Ma non solo, l’arte della fotografia, negli anni, si è fatta portavoce dell’istantaneità e dell’immediatezza. Con l’avvento del XXI secolo persino la fotografia ha perso la sua unicità a favore di una semplicità del fare, permettendo a chiunque di immortalare attimi o addirittura manipolarli, modificarli e distribuirli attraverso le reti sociali. Che cosa distingue dunque la fotografia quotidiana, cui tutti possiamo far accesso, dalla fotografia d’arte? Che cosa è cambiato e cosa oggi determina la differenza tra una persona e un fotografo? Bisogna fare qualche passo indietro, al dopoguerra, quando le prime avanguardie, di recente nascita, avevano scardinato qualsiasi idea tradizionale di opera d’arte a favore di un totale cambiamento di rotta che avrebbe condotto alla perdita di ogni figuratività e fiducia. Allo stesso modo la fotografia aveva subito un repentino cambiamento, focalizzandosi nel racconto di reportage, foto documentarie della situazione sociale in cui versavano le popolazioni dopo i disastri della guerra.

Ben presto però questo interesse riservato al mezzo fotografico ha portato ad una innovazione dello stesso, permettendo alla fotografia di raggiungere e sperimentare nuove forme visive. Negli anni Settanta inizia a svilupparsi una tendenza che vede la catalogazione e l’archiviazione come punti cardine di una produzione fotografica fitta e progressiva. In particolare, nasce la necessità di una conservazione ossessiva di massa della memoria storica, scientifica, sociale. Basti citare Atlas (1962–2013) di Gerhard Richter, un immenso volume fotografico, un work in progess dagli anni Sessanta fino a oggi, o la produzione di ritratti fotografici che raccolgono e catturano esperienze umane, drammatiche del dopoguerra con Christian Boltanski. Meno drammatiche, ma più metafisiche le opere dell’atlante di Luigi Ghirri, Viaggio in Italia (1984), in cui si approfondisce un linguaggio fotografico sperimentale applicato a una poetica fatta di paesaggi sospesi e solitari.

A queste visioni si accompagnano nuovi modi di coinvolgere la macchina fotografia, che diventa il mezzo per eccellenza tramite cui creare visioni immaginarie e irreali in cui l’artista assume molteplici forme, ponendosi in relazione con il mezzo. Cindy Sherman, crea immagini irreali assumendo molteplici identità illusorie in Untitled film stills (1977–80), dando il via all’idea dell’immagine manipolata, fatta di citazione e metafore che anticipa e accompagna un’attitudine comune che attanaglia gli anni Novanta fino ad oggi, secondo cui la menzogna fotografica o l’attenzione agli avvenimenti internazionali creano racconti e narrazioni caratterizzate da una precisione totalizzante. Oliviero Toscani, invece, scatta immagini con intento disturbante, creando visioni scioccanti e legate al mondo della pubblicità; Toscani impagina, giustappone, inverte a favore di una spettacolarizzazione politica e sociale dell’attualità.

La fotografia nell’era digitale si contraddistingue per la facilità di rappresentazione ed è dettata dall’iper-dettaglio, un’estremizzazione dell’immagine senza uso di zoom, ma che mantiene la stessa capacità di centrare lo sguardo dell’osservatore su un dettaglio all’altro come avviene nelle opere di Candida Höfer con le sue riproduzioni di spazi sociali deputati a contenitori di memorie e circondati da un incredibile e appassionante silenzio. O Andreas Gursky, che predilige formati molto grandi scardinando e creando degli imponenti zoom sulle masse globalizzate. La manipolazione dell’atto fotografico e l’effetto illusorio o disturbante, definisce una nuova idea d’immagine digitale. Thomas Demand ha fatto della manipolazione uno dei processi prediletti per collocare sulla scena realtà dettagliate che mettono in crisi l’idea del mezzo fotografico come strumento di documentazione.

Oggi la fotografia si è spinta molto avanti, utilizzando tecniche nuove e sempre più precise, garantendo l’immediatezza di visione e una qualità formale eccellente. Il digitale ha favorito un avanzamento tecnologico che ha permesso agli artisti di sperimentare e trovare modi nuovi di vedere o immaginare realtà e sogni, compromettendo però la nobiltà del mezzo, riservato a una élite di amatori e professionisti portando chiunque a definirsi fotografi.

 

[Articolo collegato alla mostra “Sguardi” che si è svolta a Serri (Sud Sardegna) a partire dal 29 dicembre 2017 e che ha visto l’esposizione di alcuni “scatti” del fotografo Pier Paolo Fusciani. Evento realizzato dall’associazione Youth Caravella con il contributo dell’Assessorato al Turismo della Regione Autonoma della Sardegna e dalla partnership con il Comune di Isili, del Comune di Serri, del Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri, dall’Associazione Culturale Artecrazia e del giornale Artecracy.eu].

 

ARTECRACY.EU: L’ARTE CONTEMPORANEA IN SARDEGNA

Si tratta di una manifestazione di carattere culturale che mira, per la prima volta in Sardegna, ad essere un richiamo per turisti nazionali ed internazionali grazie all’arte contemporanea. La manifestazione, che si terrà al di là della stagione turistica classica, consta in una serie di convegni, mostre e visite guidate presso il cuore del Sarcidano.

Quando ci si appresta a visitare una mostra d’arte contemporanea non si è più certi di cosa effettivamente si andrà a vedere, di quale sia l’intento dell’artista, né di quale possa essere il significato delle opere. Non si può quindi prescindere dalla conoscenza dell’evoluzione e della trasformazione che le forme dell’arte hanno subito nel secolo scorso per potersi formare un’opinione autonoma. Il nostro obiettivo è quello di attrarre un nuovo tipo di turismo, un turismo culturale formato dalla gente di tutti i giorni, da persone che non necessariamente “mastichino” arte, ma che siano semplicemente attratte dal bello e dalla tradizione della terra sarda: capace di offrire archeologia, natura selvaggia, enogastronomia e, grazie al nostro progetto, anche modernità.

Il progetto consta in una sapiente continuità tra un passato nuragico glorioso ed un futuro ancora tutto da scrivere. Si terrà una conferenza di apertura della manifestazione a Isili, che proporrà ai presenti il pacchetto turistico che offriremo nel progetto. In seguito verrà inaugurata la mostra “Volcano ed altri cicli” di Antonio Mallus . La conferenza a Serri, invece, tratterà dei “I problemi della figurazione nella fotografia”, il tutto all’interno del Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri, dove il passato preistorico possa dialogare con il presente. La mostra, invece, coinvolgerà fotografi emergenti e l’esposizione delle opere verrà posta in essere presso i locali comunali. Verranno, inoltre, vero motore della manifestazione, organizzate delle visite guidate gratuite presso diversi siti: la chiesa di San Sebastiano di Isili posta al centro del lago omonimo; presso le stesse mostre sopracitate ed i siti nuragici dei due paesi.

 

Evento realizzato con il contributo dell’Assessorato al Turismo della Regione Autonoma della Sardegna e dal partnership con il Comune di Isili, del Comune di Serri, del Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri e dall’Associazione Culturale Artecrazia.

 

Per info e contatti:

3406140256

youthcaravella@gmail.com

artecracy@gmail.com

 

Per le visite guidate:

associazione.artecrazia@gmail.com

Per i pacchetti turistici:
https://sardegnamagica.wixsite.com/artecontemporanea

 

Conferenza Artecracy.eu – Lo stato dell’Arte

Quando oggi ci si appresta a visitare una mostra d’arte contemporanea non si è più certi di cosa effettivamente si vada a vedere, né di quale sia l’intento dell’artista nella composizione dell’opera o quale sia il messaggio eventuale sotteso.

Per poterci formare un’idea autonoma circa l’arte contemporanea non possiamo però prescindere da una conoscenza basilare di come le forme dell’arte si siano evolute e trasformate nel corso dell’ultimo secolo. L’arte è un linguaggio: così come non si può pretendere di analizzare un testo in una data lingua adottando la grammatica di un’altra, non possiamo evitare di possedere un vocabolario aggiornato dell’arte per comprendere l’arte contemporanea.

Il primo e il miglior modo per conoscere consiste nel guardarsi intorno senza pregiudizi o timori, concedendosi il giusto tempo per porgersi dei quesiti e cercare di darsi una risposta o, in seconda istanza, andare a cercarla in un libro, in una rivista o sulla rete. Approcciandosi all’arte contemporanea non si dovrebbe avere l’idea che tutto ciò che vediamo debba necessariamente piacerci o emozionarci. Non è così neanche per l’arte tradizionale, quindi è normale che alcune opere ci comunichino qualcosa in più rispetto ad altre.

La vastità della produzione attuale di opere può essere scoraggiante, bombardati come siamo da immagini e spot. Nella quantità la qualità scarseggia ma allo stesso tempo i temi trattati sono così vari che è difficile non trovare delle opere che intercettino i nostri interessi. Nelle pagine che seguono si propone una selezione delle diverse pratiche che compongono l’intricato e complesso insieme di ciò che oggi è arte.

Pubblichiamo il video della conferenza “Lo stato dell’Arte” che si è tenuta alla Mediateca del Mediterraneo (MEM) di Cagliari il 2 settembre 2016, realizzata dallo staff di Artecracy.eu in collaborazione con l’associazione culturale Artecrazia e con il contributo dell’Univesità degli Studi di Cagliari e dell’Ente Regionale per il diritto allo Studio Universitario.

Chi volesse, invece, ricevere gratuitamente l’ebook “LO STATO DELL’ARTE. COS’È ARTE OGGI” è pregato di contattarci tramite il format CONTACTS specificando di volere il libro digitale in questione tramite email.

Marzio La Condanna

La Nona Ora di Cattelan, diciassette anni dopo

«Il grande nemico dell’arte è il buon gusto» disse qualche grande artista, non importa chi. L’opera di Maurizio Cattelan, La nona ora, a diciassette anni dalla sua realizzazione, ha perso il suo charme, la sua carica provocatoria, ma ancora oggi desta qualche fastidio.

Il richiamo alla boutade dadaista, insita nell’opera, è palese e incontrovertibile, così come la superficialità di coloro che vedono nel componimento artistico in questione una mera blasfemia.

Ci si potrebbe piuttosto chiedere che bisogno ci fosse di riproporre una simile provocazione, in salsa religiosa, delle bombe dadaiste a ottant’anni di distanza (all’epoca, 1999) da quelle originali. 80 anni!

Oppure interrogarsi sulla reale originalità nel cercare di sparare a zero sulla Chiesa e sulla religione monoteista di Gesù di Nazareth. Stranamente sulle altre religioni si è sempre un po’ più morbidi, diremmo oggi. Chi, in pieno delirio ultra occidentale che vede la libertà d’espressione fine a se stessa come valore primario su tutti gli altri, ha provato a criticare spietatamente anche “altre” religioni ne ha pagato aspramente le conseguenze, purtroppo (vedi strage Charlie Hebdo).

Ma l’artista veneto, in realtà, non aveva come obiettivo quello di demonizzare e ridicolizzare la Chiesa: la caduta del Papa per colpa di un meteorite è la caduta di un supereroe moderno, di una icona pop del suo tempo, anche per i non credenti. Lo spunto non può che essere il nome della prima mostra in cui è stata esposta l’opera, “Apocalypse”.

Ma il significato dell’opera lo detta l’artista stesso o i critici d’arte? Nel frattempo è stato lo stesso Cattelan a spiegarci che «La Nona Ora è un’opera molto religiosa: è un lavoro che mette a nudo il papa, mostrandone il lato umano». Nel 2010, in una intervista, ha invece chiarito che il Papa, per lui, rappresentava il proprio padre, che aveva cercato di strangolare quando aveva diciassette anni. Trasmutando il significato dell’opera in un lavoro spirituale che parla di sofferenza. «Il titolo La Nona Ora allude a quella in cui Cristo, sulla croce, chiede al Padre perché l’ha abbandonato, ma il Papa cadente si aggrappa al crocifisso».

Che le dichiarazioni di Cattelan siano delle supercazzole prematurate o meno, gira e rigira, ha sempre ragione quel grande artista che dice che «più la critica è ostile, più l’artista dovrebbe essere incoraggiato».

Triumphs and Laments: una galleria a cielo aperto

Cercando il senso della storia a partire dai suoi frammenti, troviamo un trionfo in una sconfitta e una sconfitta in un trionfo.” Così si esprime William Kentridge, l’artista americano di origine sudafricana che, dopo mesi di impegno, finalmente ha inaugurato a Roma il suo capolavoro dal titolo “Triumphs and Laments”. Settanta figure alte quasi dieci metri animano le sponde del Tevere celebrando come un corteo la storia di Roma dalle sue origini sino ai giorni nostri. Attratto dal fascino della capitale, Kentridge non ha esitato a creare, in pieno centro a Roma, tra Ponte Sisto e Ponte Mazzini, una vera e propria galleria d’arte, ottenuta con l’uso degli stencil, dopo un’accurata operazione di rimozione della patina biologica dal travertino dei muraglioni.

La peculiarità della grande opera d’arte sta proprio nella suggestiva scelta dei temi: l’artista non si è limitato alle gesta dell’impero romano, bensì ha voluto raccontare le vittorie e le sconfitte che hanno segnato tutta la storia di Roma capitale. Un’opera che riporta in modo eccellente il passaggio dalle glorie della Roma antica a quella più moderna in tutte le sue sfaccettature, mescolando epoche e personaggi, senza alcun rispetto per la sequenza cronologica: da Marco Aurelio a Giordano Bruno, dalla morte di Remo a quella di Pasolini, dai trionfi di Cesare alle esecuzioni dei partigiani, un cofano aperto di una Renault che ricorda l’assassinio di Aldo Moro o ancora una barca colma di persone che rimanda ai migranti di Lampedusa. Ma non solo: l’artista inserisce anche il noto bagno nella fontana di Trevi di Marcello Mastroianni e Anita Ekberg, protagonisti de La dolce vita di Fellini, la morte di Anna Magnani di Roma città aperta, o ancora, la coreografica scultura del Bernini Apollo e Dafne che sembra trasportare su due ruote il volto di Cicerone.

Tutti pezzi più o meno importanti di storia che Kentridge rielabora in chiave moderna, con l’intenzione di suscitare un’emozione a tutti coloro che, passeggiando lungo il Tevere, riconoscano nelle illustrazioni una parte di vita della città. Lo scopo dell’artista è proprio quello di catturare l’attenzione del passante tramite il mezzo più coinvolgente: la memoria storica.

L’inaugurazione, non a caso avvenuta il 21 Aprile giorno della fondazione di Roma, è stata particolarmente affascinante data l’incantevole performance di musicisti e vocalisti che hanno accompagnato i due cortei partiti dalle due estremità opposte del lungotevere, uno a rappresentare i Trionfi l’altro i Lamenti. Un suggestivo gioco di luci e di ombre, di urla e di suoni, dalla kora africana fino alla zampogna italiana, su musiche originali del compositore Philip Miller. Ideato dallo stesso Kentridge, e promosso dall’associazione Teveterno, lo spettacolo ha radunato centinaia di persone tra Trastevere e Campo dei Fiori a partire dalle 20:30.

Madre Russa: tra letteratura ed arte

La pittura russa diventa, come in letteratura, una delle espressioni ideali della cultura del Paese.

Gli ambienti naturali e non più i paesaggi classici idealizzati caratterizzano l’opera di molti pittori quali Kandinskij o Levitan. Questo si spiega con l’urbanizzazione del paesaggio e il fascino della vita contadina che esercitava sugli stessi artisti.

L’uomo, infatti, non è più assente dal paesaggio russo di quest’epoca, ma ha uno stretto legame con la sua terra. Le opere dei noti pittori rivelano l’intimità con la natura e il folklore contadino.

Gli artisti russi furono in particolar modo soggetti all’influsso della letteratura: affrontando in questo modo la realtà sociale e politica della Russia del loro tempo. Una scena della vita privata, ad esempio, poteva diventare una rappresentazione del popolo russo.

La ricerca di un’arte propriamente russa si traduce con un ritorno alle origini artistiche, ma anche popolari.

CHRONICLES / Log No.1: un laboratorio per la speranza

Does this floor have a memory? Can it convey to us, what those passing here before me were thinking? Will this floor convey to others what us here now are doing?”

Con queste parole Jaša (Mrevlje-Pollak) presenta il proprio progetto Utter. The violent necessity for the embodied presence of hope, in mostra all UGM Maribor Art Gallery e precedentemente proposto per tutta la durata della 56a Biennale di Venezia.

Durante la manifestazione veneziana il padiglione sloveno aveva assunto il formato di un laboratorio in continuo movimento, in cui l’arte era soggetta a continua trasformazione, con l’obiettivo di produrre una moltitudine di relazioni tra le creazioni, gli artisti e il pubblico. Il risultato, riproposto alla Maribor Art Gallery con la collaborazione della Fondazione Marignoli di Montecorona e di WE.ARE, è stato quello di riunire in un perfetto connubio diverse performance artistiche come la letteratura, la musica, la scultura, le installazioni luminose, la pittura e la fotografia, creando, quindi, un’orchestrazione dinamica di tutti gli elementi.

Attraverso una serie di opere di diversa natura, la mostra indaga il senso della centralità delle idee e il processo di formulazione del lavoro di Jaša: il risultato è un quadro generale del progetto.

Partendo dal titolo si potrebbe comprendere che la violenza è necessaria per incarnare la speranza, ma è lo stesso autore, in una intervista ad Artribune di un anno fa, a spiegare che: «Utter richiama qualcosa di assoluto, mentre il verbo to utter significa proclamare, pronunciare, promulgare, dichiarare. Il sottotitolo, invece, si connette direttamente alle linee guida del progetto: viviamo infatti in un tempo di grande ansietà, nel quale un atto d’urgenza pare sempre necessario».

La mostra della Maribor Art Gallery, CHRONICLES / Log No.1, presenta una serie di disegni preparatori e note create dall’artista nel corso del progetto, come un diario di “conoscenza accumulata”, mostrato per la prima volta a Maribor per gentile concessione della Collezione Marignoli di Montecorona, Fondazione contemporanea, che aveva sostenuto il progetto durante la Biennale. Tali testimonianze, insieme ad una scultura e ad un dipinto di grandi dimensioni, vorrebbero dimostrare che tutto è stato offerto in nome di un bene superiore e che una ipotetica divinità superiore abbia guidato la produzione artistica per tutta la durata della Biennale di Venezia.

Il pubblico è accompagnato da composizioni melodiche lungo tutto lo spazio della galleria, sulla falsariga del progetto veneziano, ed il fine non è quello di interazione con la mostra ma quello di percepire dei singoli, originali, mai eguali, modi di intendere e cogliere il tutto.

Ma l’essenza della mostra si coglie proprio nel sottotitolo del progetto artistico, dove campeggia il termine SPERANZA, ed è lo stesso Jaša a dirci che: «bisogna ristabilire un sistema valoriale che a sua volta ri-stabilizzi la presenza della speranza».

http://www.ugm.si/en/exhibition/exhibition/n/chronicles-log-no1-2967/

http://www.jasha.org/

William Kentridge. Triumphs and Laments: a project for Rome

La mostra “Triumphs and Laments: a project for Rome” di William Kentridge, promossa da Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in collaborazione con la Galleria Lia Rumma, rappresenta il culmine di una serie di iniziative artistiche e culturali che hanno legato la città di Roma al famosissimo artista d’origine sudafricana e che avranno anche come punto di arrivo il monumentale intervento sulla storia di Roma, da sempre fortemente voluto dall’Amministrazione Capitolina, che Kentridge ha iniziato a realizzare lo scorso 9 marzo, nel tratto fluviale compreso fra Ponte Sisto e Ponte Mazzini, e che è stato inaugurato il 21 e 22 aprile, in occasione del Natale di Roma.

L’esposizione, già annunciata da Kentridge stesso al MACRO nel mese di marzo 2015, è curata da Federica Pirani e Claudio Crescentini, sino al 2 ottobre 2016 e occuperà interamente le due Project Room del museo, esponendo oltre 80 opere con un allestimento ideato appositamente da Kentridge per il MACRO.

Saranno in mostra i bozzetti a carboncino delle figure ideate dall’artista per i muraglioni del Tevere, dove ricorre penetrante l’iconografia dell’arte antica romana così come immagini e storie dedotte dalla storia della Chiesa, fra le quali una struggente Santa Teresa d’Avila, fino al nostro contemporaneo rappresentato dalla grande e toccante installazione dedicata alla morte di Pier Paolo Pasolini, uno dei poeti e intellettuali più amati da Kentridge.
Oltre a queste opere, già in parte presentate alla Biennale di Venezia del 2015, verranno esposti una serie di disegni a inchiostro e a pastello inediti, realizzati appositamente per l’occasione dall’artista, e un grande fregio su carta, anche questo inedito, lungo oltre sei metri che riproduce proprio la totalità della sequenza delle monumentali figure realizzate dall’artista sull’argine del Tevere.
Saranno anche esposti alcuni ritagli di figure e oggetti, sempre inediti, che in seguito verranno adoperati come stendardi dai performer in occasione dell’evento musicale e teatrale, concepito da Kentridge in collaborazione con Philip Miller, che sarà rappresentato nel corso dei due giorni di inaugurazione e di cui le prove saranno realizzate direttamente presso gli spazi di MACRO Testaccio, gentilmente concessi dalla Sovrintendenza Capitolina per tale straordinaria occasione. Questi “cut out”, come li definisce l’artista, esposti al MACRO, saranno poi portati in processione durante la performance, entrando e uscendo dal museo per tale occasione.

Saranno inoltre trasmessi dei video preparatori del grande processo creativo messo in atto, ormai da anni dall’artista, basilari per capire l’evoluzione del progetto totale “Triumphs and Laments”.
Questo del resto è il modo scelto da Kentridge di confrontarsi con Roma, in maniera multidisciplinare e multimediale, dove l’arte e la cultura di uno dei più grandi artisti contemporanei dialoga e si confronta appunto con la grande storia millenaria dell’Urbe, le sue iconografie, i protagonisti, l’ambiente rivissuto e riletto con grande forza creativa e intellettuale.

Informazioni evento:
Data Fine: 02 ottobre 2016
Luogo: Roma, MACRO Museo d’Arte Contemporanea Roma
Orario: da martedì alla domenica ore 10.30-19.30, chiuso il lunedì
Telefono: 06 82077371
E-mail: stampa.macro@comune.roma.it
Sito web: http://www.museomacro.org

Dove:
MACRO Museo d’Arte Contemporanea Roma
Proprietà: Comune
Città: Roma
Indirizzo: Via Nizza, 138
CAP: 00100
Provincia: RM
Regione: Lazio
Telefono: 06671070400
Fax: 068554090
E-mail: macro@comune.roma.it
Sito web: http://www.macro.roma.museum

Fonte: www.beniculturali.it

Fonte: www.beniculturali.it

Gilbert&George: il corpo, specchio e riflesso della società e dell’individuo

Gilbert&George, il duo londinese; due persone per un’unica entità artistica che, come ogni contemporaneo che si rispetti, si muove sulla scia dell’anticonvenzionale, dell’immorale, dell’antiestetica. E, allora, cosa c’è di bello, di affascinante, di ammirevole in un pannello che ti sbatte in faccia escrementi di dimensioni gigantesche, espliciti atti sessuali, crocifissioni blasfeme? Niente. Assolutamente niente. La loro arte strizza l’occhio, stride, taglia, ma colpisce; positivamente o negativamente, colpisce. Indagano la realtà che ci circonda, la mettono a nudo, la estremizzano, portano fuori ciò che ciascuno di noi, come individuo e come società, vuole nascondere. E loro, Gilbert&George, gli artisti, non assumono una posizione privilegiata, la posizione del lottiamo ma non ci immischiamo; no, tutt’altro. Si mischiano eccome, osservando direttamente il mondo, la società, coincidendo perfettamente con le loro opere. Sin dal loro esordio negli anni Settanta, infatti, compaiono in prima persona, ci sono fisicamente in Bloody Life (1975) e nei Dusty Corners (1975), all’interno di stanze vuote, tra angoli polverosi e ambienti scarni, nella neutralità di pannelli in bianco e nero.

Lungo l’intera produzione, si mostrano talvolta vestiti, talvolta nudi; il loro corpo partecipa al quadro, diviene parte di ogni singolo racconto, si manifestano per unificarsi allo spettatore, all’individuo; sono dentro la società, fatta di sessualità, religione, politica, modi di agire, guerra. Scavano l’umanità in Hunger e Thirst (1982), gruppo figurativo in cui privilegiano colori forti e decisi, quali rosso, giallo e nero, inquadrando atti sessuali, istinti primordiali e pulsioni con una stilizzazione grafica del corpo, inteso come oggetto. E se la sessualità appartiene a ognuno di noi, indistintamente, così, per Gilbert&George, escrementi, fluidi corporei fanno parte di quel processo meccanico che ci rende tutti uguali, dove si annientano le classi, i moralismi, i perbenismi; così racconta il gruppo The Naked Shit Pictures (1994), in un mosaico articolato in più pannelli, dove il cromatismo si accentua, la provocazione si fa più forte. Procedono metodicamente con la fotografia, fotografano letteralmente la realtà e la riproducono; riproducono il loro punto di vista, la vita e la società viste dall’East Est di Londra, dai bassifondi della capitale inglese.

E, dagli esordi, Londra torna ad essere prepotentemente punto focale in Six Bomb Pictures (2008), in seguito agli attentati del 2005. Immagini di una Londra desolata, deserta, cromaticamente rossa di terrore, bianca di paura in cui Gilbert&George si ritrovano distrutti, stravolti, interrotti. E’ l’inizio del racconto della guerra contemporanea, che si accompagna alla diffusione dell’estremismo islamico e della sua radicalizzazione, a Londra e nel mondo. Parlano le bombe in Scapegoating Pictures (2013), tutta la grigia realtà è una bomba, i due artisti sono fatti di bombe, Londra è dentro la bomba dell’Islam più estremo, che attraverso le donne col burka aziona i detonatori e spegne il mondo. E, allora, cosa c’è di bello in Gilbert&George? Forse, c’è di bello l’arte di rappresentare la realtà.

Elisa Medda