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Vasilij Vasil’evič Kandinskij

Vasilij Vasil’evič Kandinskij (1866 – 1944), di nascita russa, è considerato il padre dell’arte astratta.

Inizia a dipingere tardi, a 30 anni; prima completa gli studi laureandosi in giurisprudenza, per poi rinunciare a una cattedra in Diritto Romano all’Università di Dorpat, in Estonia, deciso a dedicarsi all’arte: la chiamata dello spirito.

Si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Monaco; il suo insegnante è Franz Von Stuck, alfiere dell’arte simbolista, corrente ormai in declino.

Le sue prime produzioni sono legate al paesaggio, alla fantasia, al folklore del paese natio. Siamo lontani dai dipinti astratti che sono legati indissolubilmente alla pronuncia del suo nome.

Monaco è il centro del suo nuovo percorso di vita; qui muove i primi passi, interagisce con l’ambiente artistico, partecipa  a mostre. Cerca il dialogo e l’interazione con altri intellettuali e pittori. Fonda ben tre gruppi durante il suo soggiorno in questa città: il primo è Phalanx, seguito dall’Associazione degli artisti di Monaco (NKVM) e poi, per ultimo, quello che segnerà la svolta.

E’ il 1911 infatti quando nasce a Monaco il movimento artistico chiamato Der Blaue Reiter (Il cavaliere azzurro). Tra i suoi membri c’erano Franz Marc, August Macke e Alexej Jawlensky; anche Paul Klee sarà coinvolto nel gruppo.

Il Cavaliere Azzurro non aveva un programma definito, ma si proponeva di sperimentare un’arte caratterizzata da aspirazioni spirituali; molti movimenti hanno un Manifesto di rappresentanza, quello del Cavaliere Azzurro sarà il testo che Kandiskij darà alle stampe l’anno seguente.

E’ il 1912 infatti quando Kandiskij pubblica Lo Spirituale nell’arte: non solo Der Blaue Reiter ma anche la neonata arte astratta ottengono la loro bibbia personale. Il testo diventa infatti la guida della nuova compagine pittorica europea.

Kandiskij vede l’artista come un veggente, in grado di interpretare le istanze che dal suo io profondo parlano alla sua mente, ai suoi occhi, alle sue mani, istanze sollecitate dalle emozioni o dalla particolare sensibilità che caratterizza questa categoria umana. Sarà poi suo il compito, o meglio la missione, quella di esprimerle attraverso il segno e il colore per fare in modo che raggiungano anche l’animo dello spettatore, che non ha gli stessi strumenti percettivi che lui possiede.

Per questo artista la forma non è importante quanto il contenuto che intende comunicare.

Il contenuto sarà sempre indirizzato all’interiorità dell’osservatore, e cercherà di toccarne le corde psichiche ed emotive.

Sinestesia ed armonia sono le chiavi attraverso le quali il colore si coniuga al segno, in un fluttuare di onde e moti, di vibrazioni e di suoni cromatici che dallo spirito si indirizzano ad un altro spirito. Improvvisazioni e composizioni sono i titoli spesso dati alle sue opere, che rimandano all’universo musicale, che divide il podio con quello pittorico proprio per la condivisa capacità di suscitare sentimento ed elevare l’anima dell’ascoltatore a stati più elevati, quasi trascendentali. Il colore che viene usato è associato inoltre a forme geometriche particolari: il cerchio, la retta, il triangolo, si fanno portatrici di messaggi peculiari, espressione di determinati stati d’animo.

 L’arte per lui è atemporale; non conosce passato né futuro, si muove in un presente eterno e mutevole, nel quale occorre dedicarsi alla scoperta delle infinite percezioni che il mondo ci offre.

Dal 1922 al 1923 Kandiskij insegna alla Bauhaus, sia nella sede di Weimar che in quella di Dassau. Fucina di idee originali e di pensieri d’avanguardia, il prezioso contributo della scuola sarà stroncato dall’arrivo del regime Nazista.

Anche il nostro artista  sarà obbligato ad abbandonare la Germania: la sua pittura, nell’ottica dittatoriale, faceva parte della cosiddetta Arte Degenerata.

Si sposta quindi in Francia, a Neuilly-sur-Seine, dove trascorrerà il resto della sua vita.

 

[Articolo collegato alla mostra “Volcano ed altri cicli” che si è svolta a Isili (Sud Sardegna) a partire dal 28 dicembre 2017 e che ha visto l’esposizione di alcuni cicli evolutivi del percorso artistico di Antonio Mallus, formatosi nel clima neoavanguardistico degli anni Settanta ed avendo come maestri spirituali Kandinsky, Mondrian ed il primo Futurismo. Evento realizzato dall’associazione Youth Caravella con il contributo dell’Assessorato al Turismo della Regione Autonoma della Sardegna e dalla partnership con il Comune di Isili, del Comune di Serri, del Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri, dall’Associazione Culturale Artecrazia e del giornale Artecracy.eu].

 

Geometrie dell’astrattismo. Piet Mondrian, il maestro della linea

Griglie di colori e geometrie delle forme, sono gli elementi principali che attirano l’attenzione quando ci si ritrova davanti alle opere di Piet Mondrian (1872-1944), artista che ha determinato con le sue teorie ed esemplificazioni lineari un cambio di rotta nella comprensione e nella definizione stessa dell’arte del Novecento. Banalizzate ed eccessivamente commercializzate nel design, nella pubblicità, nella moda o persino nell’arte stessa, le famose “griglie” di Mondrian nascondono molto più di una semplice scacchiera colorata, sono infatti il frutto di un’intensa presa di coscienza da parte dell’artista a favore di una nuova idea di arte. Nel 1917, Mondrian inizia a pubblicare le sue teorie sulla rivista “De Stijl”, fondata con Theo van Doesburg, tramite la quale si annuncia la nascita di un nuovo movimento artistico denominato Neoplasticismo.

Le griglie di Mondrian però, rappresentano soltanto l’apice di una ricerca trentennale profondamente radicata nella pittura figurativa di paesaggio, tipicamente olandese. Ben presto, fortemente influenzato dagli avvenimenti storico-sociali intorno a sé, Mondrian inizia a semplificare le forme e a ridurre la gamma cromatica dei colori a favore di tonalità forti e primarie. Le forme iniziano ad acquisire valore simbolico, divenendo sempre più frammentate e semplici. Alla fine della Grande Guerra, l’artista olandese abbandona definitivamente l’idea della tridimensionalità della tela a favore di uno studio strettamente legato alla bidimensionalità della superficie e inscindibilmente congiunto a un’idea di un’arte nuova, non individualista e basata sulla purezza.

L’idea di “arte astratta” teorizzata da Mondrian, nasce e si sviluppa dalla consapevolezza che le cose del mondo non possono essere rappresentate così come sono poiché sono continue variabili dotate di proprietà mutevoli. È, dunque, la denaturalizzazione della materia, il processo che per Mondrian è l’unico in grado di dare vita ad una forma libera da ogni possibile oppressione e ingiustizia. Un’arte dettata da rapporti equivalenti è ciò a cui auspica l’artista, ovvero un equilibrio di forme in cui ogni aspetto definisce nuove forme di vita libere e multiformi. A questa si accomuna la ricerca della purezza attraverso l’uso della linea e del colore primario, una purezza che esiste nell’essenza di ogni cosa, emancipata da una realtà oggettiva superflua. Mondrian ridefinisce la scala cromatica e crea un ordine geometrico emergente in poche linee, dimostrando l’esistenza indipendente di una nuova concezione artistica e spirituale.

 

[Articolo collegato alla mostra “Volcano ed altri cicli” che si è svolta a Isili (Sud Sardegna) a partire dal 28 dicembre 2017 e che ha visto l’esposizione di alcuni cicli evolutivi del percorso artistico di Antonio Mallus, formatosi nel clima neoavanguardistico degli anni Settanta ed avendo come maestri spirituali Kandinsky, Mondrian ed il primo Futurismo. Evento realizzato dall’associazione Youth Caravella con il contributo dell’Assessorato al Turismo della Regione Autonoma della Sardegna e dalla partnership con il Comune di Isili, del Comune di Serri, del Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri, dall’Associazione Culturale Artecrazia e del giornale Artecracy.eu].

Non solo Astrattismo. Piet Mondrian e l’arte figurativa

Uno degli artisti più conosciuti nel campo dell’arte contemporanea del Novecento è sicuramente l’olandese Piet Mondrian (1872 – 1944), un illustre personaggio il cui nome viene immediatamente associato all’arte astratta, non figurativa, in cui a far da padrone sono le celebri griglie di colore con le linee ben marcate, con i colori primari, blu, rosso e giallo, che si dispongono in modo asimmetrico sulla tela creando composizioni armoniche insieme alle superfici bianche e alle linee nere.

Non tutti sanno che Piet Mondrian ha cominciato la carriera artistica partendo dal figurativismo, infatti agli anni 1908 – 1909 risale un disegno a carboncino il cui soggetto raffigura un crisantemo, una rappresentazione attraverso la quale Mondrian dimostra un’acuta capacità nel riprodurre con precisione e buona tecnica il soggetto naturale, tanto da far pensare al pubblico che si tratti di un lavoro risalente al Rinascimento e non a un artista meglio noto per le composizioni ove non esistono aspetti riconducibili alla realtà.

Il dato figurativo può essere riscontrato ancora nella rappresentazione di altri due soggetti: i mulini e gli alberi. Quando si parla dei mulini vengono poste subito a confronto due opere, ovvero Mulino di sera, un olio su tela realizzato nel 1907, e Mulino al sole, del 1908. Qual è la differenza fra le due opere aventi lo stesso soggetto figurativo? Nonostante la presentazione di una tradizionale struttura olandese in entrambe le opere, la prima presenta al pubblico un’esecuzione che ancora è legata all’idea di arte che deve basarsi sull’imitazione della natura, la seconda opera invece pone in evidenza il fatto che l’artista sia entrato in contatto con altre correnti artistiche, precisamente col Divisionismo e con l’arte dei fauves, una caratteristica piuttosto evidente se si osserva l’uso violento del colore e il segno delle pennellate.

La serie degli alberi è quella attraverso la quale Mondrian passa dal figurativismo alla dissoluzione della forma. Nell’opera L’albero rosso (1908) è possibile riscontrare come l’olandese sia ancora legato all’arte figurativa nonostante inizi a venir meno il dato reale, elemento visibile dalla scelta non naturale del colore, il quale pare ispirarsi all’operato di Van Gogh. Il figurativismo non viene del tutto abbandonato nelle altre composizioni, infatti L’albero blu (1909 – 1910), L’albero orizzontale (1911), L’albero grigio (1912) e Melo in fiore (1912) sono la dimostrazione di come Mondrian non abbia mai perso di vista il dato reale, nonostante l’influenza dell’art nouveau e del Cubismo, la scomposizione della struttura dell’immagine non ha alterato la riconoscibilità della forma, dunque l’osservatore è sempre in grado di riconoscere il soggetto.

Blossoming apple tree
*oil on canvas
*78,5 x 107,5 cm
*1912

Oostzijde windmill at night
*oil on canvas
*67,5 x 117,5 cm
*signed b.l.: Piet Mondriaan
*1907-1908

Francesco Del Drago. Parlare con il colore

Fino al 26 marzo 2017 è possibile visitare gratuitamente a Roma la prima ampia retrospettiva sull’opera di Francesco Del Drago, artista e intellettuale romano scomparso nel 2011.

La mostra, a cura del giovane artista Pietro Ruffo con la consulenza scientifica di Elena Del Drago, è ospitata nelle sale del piano terra del Museo Carlo Bilotti, nella splendida cornice dell’Aranciera di Villa Borghese, e si pone l’obiettivo di illustrare i risultati di una vita dedicata allo studio e alla pittura.

Una ricca selezione di opere e di documenti mostra infatti al pubblico, per la prima volta dalla sua morte, il lavoro di un artista instancabile, che con la sua opera ha attraversato quasi tutto il XX secolo. Quadri e polittici di grandi dimensioni consentono di entrare a pieno nella pratica artistica e nel pensiero di Del Drago, e mostrano la sua passione per la forma e per il colore, insistendo sul suo ossessivo interesse per le infinite possibilità cromatiche e la sua ambizione costante di raggiungere un risultato estetico di equilibrio e bellezza oggettiva.

Realizzate attraverso la sua personale grammatica astratta, queste pitture condensano tutte le teorie sviluppate dall’artista nel corso degli anni, ed è infatti possibile individuarvi sue originali acquisizioni come l’Automatismo lento, le Trasparenze fenomeniche e il Nuovo Cerchio Cromatico.

Le opere sono poi affiancate da numerosi documenti che illustrano in maniera dettagliata i risultati dell’intensa attività interdisciplinare e le conquiste della rivoluzionaria teoria cromatica di Del Drago, arricchendo la mostra con la possibilità di confrontare i risultati estetici con le premesse teoriche della sua ricerca. In questo modo, oltre all’originale apporto dell’artista nel campo dell’arte astratta, è evidenziata dalla retrospettiva anche la sua importanza come intellettuale e le sue interessanti scoperte, che egli stesso si impegnò a diffondere con numerose conferenze in tutto il mondo, soprattutto a partire dagli anni Ottanta, e che influenzarono profondamente i suoi contemporanei.

Fino al 26 Marzo 2017

Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese

Viale Fiorello La Guardia, Roma

martedì – venerdì: 10.00 – 16.00

sabato – domenica: 10.00 – 19.00

Ingresso gratuito

www.museocarlobilotti.it

 

E-levarsi dal caos. Emanuela Fiorelli

Il filo come segno tridimensionale è il medium con cui Emanuela Fiorelli esplora lo spazio costruendo architetture che mutano allo sguardo ed indicano la flessibile dinamicità di una costruzione geometricamente definita.
Si tratta di una geometria intuitiva e sensibile attraverso la quale l’artista crea spazi effettivi e relazioni concrete che permettono di vivere i luoghi in maniera inedita e personale.

Le sue opere ed installazioni, in cui predominano evoluzioni di linee e volumi trasparenti, riaprono un dialogo con l’ambiente iniziato ancora da Tatlin e dai fratelli Pevsner proseguito poi, negli anni Cinquanta e Sessanta, con le personalità artistiche attorno ad “Azimuth” e agli Spazialisti a Milano o il gruppo “Zero” di Düsseldorf.
Propria di questi anni è ancora la proclamazione di un’arte allargata che richiede nuove modalità espressive in grado di proiettare le opere nello spazio, richiamando la partecipazione attiva e la curiosità dell’osservatore.
Da queste istanze sembra prendere avvio lo studio dell’artista romana (1970) che, più volte, ha sottolineato l’affinità della sua ricerca  con la poetica di Fontana, Bonalumi e Castellani inquanto tende a rendere visibili delle strutture nascoste del reale – di per sé caotico.

Emanuela Fiorelli, E-levarsi dal caos, 2016

E- levarsi dal caos, titolo di questa nuova mostra alla galleria Antonella Cattani, è contemporaneamente una dichiarazione degli obiettivi dell’artista.
Forte di un linguaggio che le appartiene e di una sapiente pratica artistica, elaborata in anni di ricerca, Fiorelli ha lavorato a questo progetto di mostra sul “filo” di una sottile ambiguità tra simmetria e asimmetria.
Per individuare l’ordine sotteso all’apparente disordine l’artista ha utilizzato il filo elastico o di cotone come se fosse un segno in 3D.
La concitata stesura grafica di ciascuna delle opere in esposizione è sospesa tra tensioni implosive ed esplosive che sembrano registrare un’ansia esistenziale che si allenta solo quando il segno si e-leva dal caos.
La compresenza tra ordine e caos si risolve infine nella funzionalità di una bellezza contemplativa che stimola la mente e l’occhio in una vertigine di percorsi e trame che è anche consonanza di ritmi visivi.

link: Antonella Cattani

Fino al 9 Novembre 2016
ingresso libero

Rosengartenstrasse 1a, Bolzano

Decade. Marcus Jansen a Milano

Decade è la prima mostra personale italiana di Marcus Jansen (New York, 1968), l’artista americano che ha toccato diversi livelli di produttività partendo dalla pittura in strada da giovanissimo, fino a sviluppare, attraverso il suo stile espressionista, istintivo e molto riconoscibile, tematiche via via più complesse come la guerra, l’umano e la sua società.

DECADE. Paintings from the last 10 years è un’introduzione alla pittura di Marcus Jansen, basata sull’ultima monografia pubblicata sull’autore (Marcus Jansen Decade, ed. Skira).

DECADE presenta oltre cento opere realizzate dall’artista newyorkese neoespressionista (nato nel 1969), alcune delle quali selezionate per la sua prima personale in un museo italiano, appena inaugurata alla Triennale di Milano.

Negli ultimi vent’anni, Jansen deve la sua fama a lavori dal forte impegno, incentrati su tematiche socio-politiche, ma anche a una mescolanza molto originale, che spesso si verifica nei suoi dipinti, fra paesaggi tipici dell’astrattismo espressionistico e argomenti d’attualità affrontati con occhio imparziale.

Marus Jansen

Per la sua predilezione verso alcune scelte, Jansen è stato chiamato “cartografo del conflitto”. Ciò nonostante, egli si è assolutamente interrogato anche su aspetti meno clamorosi, come quello dei rapporti tra le classi dirigenti e i governanti. Né va dimenticato che al centro del suo lavoro ci sono le preoccupazioni umane, e che spesso egli indaga l’impatto della guerra sull’ambiente urbano, affrontando anche temi scomodi come l’eccessiva sorveglianza o l’inquietante presenza dell’industria militare.

Dai suoi dipinti, oltre all’impegno, si può però cogliere una sensazione quasi magica, e stavolta tutta artistica: come se i luoghi da lui creati fossero spazi in mezzo al nulla e quasi dei “paesaggi perduti”.

Triennale

Fino al 21 Settembre 2016
Dal Martedì alla Domenica 10.30 – 20.30

Viale Alemagna 6, Milano

Settembre. Paulo Pasta

In questa sua prima mostra individuale a Roma intitolata Settembre, Paulo Pasta, artista brasiliano e nipote di italiani, presenta nella Galleria Candido Portinari di Palazzo Pamphilj, sede dell’Ambasciata del Brasile in Italia, un insieme inedito di 16 dipinti astratti, olio su tela di differenti grandezze. I più grandi, come quello che dà il titolo alla mostra, hanno più di 2 metri di larghezza, mentre i più piccoli misurano 20 x 30 cm. Così come nella sua individuale presso la Galeria Millan di San Paolo nel novembre del 2015 (Há um fora dentro da gente e fora da gente um dentro – C’è un fuori dentro di noi e fuori di noi un dentro), i lavori sono caratterizzati da una intensa e ambigua atmosfera cromatica e da raffinate strutture geometriche, elementi che giustificano il ruolo da protagonista assunto da Paulo Pasta nella pittura contemporanea brasiliana.

Paulo Pasta, Setembro, 2016

Nelle tele astratte esibite presso l’Ambasciata del Brasile è possibile percepire una maggiore libertà rispetto ai lavori precedenti. Il contrasto cromatico è più intenso, i colori sono più luminosi e intraprendenti. Paulo Pasta non è un artista astratto nel senso puro del termine. Le sue forme sorgono necessariamente dal mondo, sono ispirate da piccoli dettagli, immagini catturate qua e là e poi rielaborate. Croci, ogive o pezzi di azulejo – la tipica piastrella di ceramica smaltata della tradizione iberica – sono temi ricorrenti nella sua produzione.
Tra le sue ricerche più recenti (la mostra riunisce solo opere del 2016) emerge, ad esempio, il tema ricorrente dell’Annunciazione. Valendosi delle diverse rappresentazioni dell’annunciazione dell’angelo alla Vergine Maria, nelle quali i due personaggi sono sempre separati da una colonna, Pasta ricrea uno spazio sintetico, benché scenico e con un leggero carattere tridimensionale a causa dell’uso inedito della linea diagonale nelle sue opere. Come una sorta di “preghiera”, la tela infonde pace a colui che la osserva con la necessaria attenzione.
Allo stesso modo, la tela Setembro (Settembre) richiama i colori emblematici della capitale italiana, tanto ricordata per i suoi templi dalle colonne marmoree e per gli edifici dai colori terrei. Un’altra forte influenza nella traiettoria di Pasta è quella dell’italiano Giorgio Morandi (1890-1964). Così come Paulo Pasta, suo “discepolo”, anche Morandi apprezzava le strutture geometriche e non usava colori primari, preferendo toni pastosi e con vari strati di tinta sovrapposta, fino a raggiungere i colori desiderati, ibridi e complessi.

Fino al 4 Ottobre 2016
dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 17
Ingresso libero

Ambasciata del Brasile a Roma (Palazzo Pamphilj)
Galleria Candido Portinari, Piazza Navona 10, Roma

Piet Mondrian e l’astrazione

Dalla nascita del De Stijl e del suo esponente di spicco, Piet Mondrian, padre del neoplasticismo, divenuto con il tempo figura mitica e ispiratore di molti altri artisti, il movimento olandese “Lo Stile”, oltre ad aver giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’astrattismo in Europa e non solo, costituisce una chiave di lettura indispensabile per comprendere molte altre correnti artistiche del Novecento.

L’artista più rappresentativo di questo movimento, come detto, è Mondrian, pioniere della pittura astratta e principale teorico del movimento. Egli fu intenzionato ad inventare la “modernità”, per diffondere al mondo una nuova visione dell’arte. Così, all’indomani della Prima guerra mondiale, l’artista diede vita al movimento, che fin da subito si distinse dalle altre forme astratte. Questa ricerca tende a cancellare i soggetti e la prospettiva per favorire una ricerca di ritmo assoluto e un linguaggio universale. Protagonisti delle tele sono le linee orizzontali e verticali e i colori, soprattutto primari. La combinazione di questi elementi ha per i suoi autori il potere di rendere visibile l’essenza del mondo. Le opere di Mondrian, fondate su una ridefinizione profonda della pittura e l’ambizione di una astrazione che sorpassa i limiti della tela, hanno caratterizzato l’arte del XX secolo. Alla iniziale pittura naturalista, che abbandona velocemente, si dedica allo studio delle strutture espressive della natura che riporta nelle sue opere: linee regolari degli alberi, griglie ortogonali, segni cruciformi. Una geometria che egli trae direttamente dalla natura, prediligendo il colore al soggetto, preferendo le linee e l’irradiazione della luce.

Ian Davenport a Milano

Sin dalla fine degli anni Ottanta, Davenport ha abbandonato una prima figurazione libera e gestuale per dedicarsi a una sperimentazione che ha la pittura stessa come mezzo e come oggetto della rappresentazione. Muovendosi tra diverse fasi stilistiche, ha messo a punto un modo di dipingere inconfondibile che gioca con la materia stessa.
Nei suoi quadri la vernice, le colature e il movimento del colore sono protagonisti assoluti, e si compongono in un ritmo visivo che alterna momenti di enorme libertà – con la materia gocciolata, lanciata, colata, versata sulla tela o su pannelli metallici – ad azioni di controllo estremo del disegno, attraverso l’utilizzo di siringhe e strumenti non convenzionali.

In questa mostra milanese si parte da lavori della serie “Poured Lines” degli anni 2005-2008, tra cui due studi su carta raramente esposti al pubblico che sono serviti per l’enorme murale commissionato all’artista per il passaggio che si trova sotto al Southwark Bridge di Londra.

Ian Davenport

Si prosegue con opere del 2010-2011 del ciclo “Staggered Lines” in cui la pittura è, secondo Davenport ,“più frammentata”, e la composizione più libera: il colore invece di colare dall’alto pare risalire dal basso, e le strisce caratteristiche di tutto il suo lavoro si fanno più ampie.
A questi lavori si aggiungono dipinti recenti del 2013-2015, e alcuni inediti appena usciti dal suo studio: sono i “d’après” che Davenport dipinge “estraendo” le tavolozze di specifici dipinti di maestri dell’arte classica e moderna.
Per i più nuovi dei suoi “Puddle Paintings” (la serie di grande successo iniziata nel 2008) Davenport osserva e rielabora i colori usati da artisti come Carpaccio o Van Gogh, dominandoli in righe precise nella parte alta del dipinto, e lasciandoli invece fluire in pozzanghere mutevoli nella parte inferiore del pannello, dove la forza di gravità diventa strumento della sua pittura.

In occasione della mostra viene pubblicato un catalogo con un testo critico di Sarah Shalgosky e una conversazione tra Ian Davenport e Pia Capelli.

Fino al 23 Luglio 2014

link: Galleria Tega

dal Lunedì al Sabato 10-13/15-19
ingresso libero

Via Senato 20, Milano

 

Il guerriero Hans Hartung

Hans Hartung era una di quelle persone che in un modo o nell’altro ce la faceva sempre. Ogni ostacolo che la vita gli metteva davanti, lui lo superava. Dalle persecuzioni naziste contro l’arte degenerata, alla depressione dopo il primo divorzio, fino alla guerra combattuta tra le fila della Legione Straniera Francese. Hartung si rialzava sempre. E proprio sotto le armi diede l’esempio più lampante del suo spirito di guerriero, quando il salvataggio di un commilitone ferito gli valse la Croix de Guerre, ma gli costò anche la perdita di una gamba. Una forza d’animo straordinaria che gli aveva permesso non solo di continuare a godersi la vita sino alla fine, ma anche di raggiungere vette di assoluta eccellenza nel campo dell’arte.
L’eredità lasciataci dalle sue opere, rappresenta una continua ricerca di nuove sperimentazioni e una voglia continua di superare se stesso. Impossibile inserirlo con troppa leggerezza in un solo movimento avanguardista. Al massimo lo si potrebbe definire un astrattista in senso lato, visto che svariò in tutti i campi della pittura astratta. Il suo modo di intervenire sulla tela era sempre svincolato da un’ideologia con pretese universali. Ciò che contava di più per lui era il “segno”, con audaci accostamenti cromatici fatti di spruzzi e graffi, colori luminosi o cupi, linee ora morbide ora rigide.
La forza della sua personalità si rispecchia perfettamente nelle immagini da lui prodotte, che sono esplosioni di interiorità espressa sotto forma di fendenti colorati, mai casuali. Le linee e i colpi di colore, sono scelti per stare in un determinato spazio; le forme sono selezionate e i gesti calibrati. La disabilità di Hartung, che ha condizionato la sua vita dal dopo guerra, è servita a tirar fuori una bestia. La creatività è il mezzo con cui essa si è scatenata, graffiando e azzannando la tela. Ciò che si impara da questo artista va al di là della storia dell’arte, è una vera e propria lezione di vita.
Ognuno di noi ha una forza interiore nascosta, ma soltanto quando siamo veramente in difficoltà ci accorgiamo di averla. Hans Hartung questa forza è riuscito anche a controllarla, indirizzandola tutta nella sua arte. Le sue opere sono l’immagine di questa energia interiore.