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Tiziano. L’enigma dell’autoritratto

I due dipinti raffiguranti il Maestro cadorino fanno parte della raccolta degli Uffizi di Firenze – dove non erano esposti al pubblico – e sono stati ottenuti in prestito dalla Magnifica Comunità di Cadore per essere collocati nella quattrocentesca dimora del pittore dal 28 luglio al 29 settembre.

La mostra, intitolata Tiziano. L’enigma dell’autoritratto, proporrà ai visitatori due opere poco conosciute ma particolarmente interessanti per almeno due motivi: esse da un lato restituiscono un’immagine dell’artista classica e riconoscibile da tutti (sono filiazioni del celebre Autoritratto custodito a Berlino), dall’altro evocano una terza opera, il “ritratto cadorino”, di cui era in possesso il cugino del pittore, Tiziano Vecellio detto L’oratore, e di cui si sono perse le tracce.

Più che una mostra il progetto espositivo Tiziano. L’enigma dell’autoritratto sarà un racconto che si comporrà di contributi e linguaggi diversi, snodandosi tra il Cadore e Firenze: fulcro di questa narrazione, in cui ci si potrà immergere da domenica 28 luglio a domenica 29 settembre nella casa – museo di Tiziano Vecellio (Pieve di Cadore, 1488/1490 – Venezia, 1576) a Pieve di Cadore, Belluno, saranno due opere che la Magnifica Comunità di Cadore ha ottenuto in prestito dalle Gallerie degli Uffizi di Firenze, un autoritratto che è sempre stato al centro dalla critica – e per questo misterioso – e un ritratto della scuola nordica. Il progetto, promosso dalla Magnifica Comunità di Cadore, rientra nelle azioni di riqualificazione e valorizzazione della casa natale di Tiziano Vecellio e sostenuto dalla Fondazione Cariverona nell’ambito del progetto Itinerari in rete: per lo sviluppo di un turismo culturale in Cadore. È dedicato alla memoria di Lionello Puppi, autore di molti studi storico – artistici e, in particolare dell’Epistolario di Tiziano, e docente universitario, già componente del Consiglio scientifico della Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore, recentemente scomparso: il titolo Tiziano. L’enigma dell’autoritratto è infatti preso in prestito da un suo studio, apparso nel periodico StileArte nel 2007.

Obiettivo di Tiziano. L’enigma dell’autoritrattoè “riportare” lo spirito di Tiziano a Pieve di Cadore: egli fu espressione di un contesto storico, di un territorio, di particolari dinamiche sociali e per questo la Magnifica Comunità di Cadore intende raccontarlo a tutto tondo, mostrando attraverso i ritratti il suo aspetto così come è maggiormente riconosciuto (in età avanzata, con la tavolozza in mano; le due opere degli Uffizi sono filiazioni del celebre Autoritratto custodito al Staatliche Museum di Berlino), portando i visitatori nella casa in cui nacque, crebbe e che frequentò per tutta la vita ed esponendo documenti storici originali solitamente conservati nell’Archivio antico e nella Biblioteca Tizianesca attraverso i quali si cerca di ricostruire la storia delle due opere prestate dagli Uffizi e di un terzo autoritratto, detto “il ritratto cadorino” di cui era in possesso il cugino del pittore, Vecello, (e in seguito il figlio Tiziano Vecellio detto L’Oratore) e di cui oggi si sono perse le tracce. E’ a questa terza opera, di cui rimane solo la testimonianza storica, che il titolo del progetto fa riferimento.

La Magnifica Comunità di Cadore, – spiega Renzo Bortolot, presidente dell’ente – a partire dal 2017 ha intrapreso un percorso per realizzare una serie di focus di approfondimento delle vicende di Tiziano Vecellio e della sua bottega, direttamente connesse alla sua patria, il territorio dolomitico cadorino, oggi anche Patrimonio dell’Umanità. Anche questa nuova importante iniziativa rientra nel progetto di valorizzazione di opere meno note e strettamente legate al Maestro e al contesto cadorino, collocate nella dimora di famiglia, luogo storico, intensamente vissuto, nei secoli, dai protagonisti del celebre casato”.

Le opere. Il progetto offrirà l’opportunità di ammirare le due opere Ritratto di Tiziano (olio su carta incollata su tavola e Ritratto di Tiziano (olio su tela), che non erano visibili a Firenze (una si trovava nel Corridoio Vasariano, ora chiuso per restauro, e l’altra nel deposito del museo): nonostante il dibattito critico sia aperto, la qualità di entrambe è elevata ed emerge grazie al recente restauro, avvenuto nel 2007 per l’olio su tela e nel 2016 per l’olio su carta. In particolare, riguardo all’olio su tela, la critica fino all’Ottocento aveva ritenuto il dipinto di mano tizianesca mentre in seguito, anche a causa delle pessime condizioni di conservazione, aveva sollevato molti dubbi a riguardo. Autografa o copia, l’opera che ritrae il Maestro con la tavolozza in mano resta importante per la sua comprensione immediata. L’Autoritratto di Berlino ha costituito un modello – riconoscibile da tutti e facilmente divulgabile, è “quell’immagine” che si materializza nella mente di ognuno di noi quando viene nominato Tiziano, la sua icona.
Accanto a queste due opere, presenti fisicamente nella casa – museo di Tiziano, ve ne sarà idealmente anche una terza, quel “ritratto cadorino” riscoperto da Lionello Puppi nel 2007 e avvolto nel mistero, che non sarà visibile perché se ne sono perse le tracce ma sarà evocato dagli altri due e raccontato attraverso le fonti storiche della Magnifica Comunità di Cadore. Dalla fine del Cinquecento era presente a Pieve nella casa del cugino Vecello, al quale l’artista l’aveva consegnato, per poi passare di generazione in generazione ai suoi discendenti, in primis il figlio, il celebre Tiziano Vecellio detto L’oratore, nel testamento del quale se ne ritrova traccia (“tre quadri con li ritratti dal naturale delli qq.m Signori nostro Avo, Padre et del celeberrimo Signor Tiziano Vecellio Pittore”).

La sede. La casa natale di Tiziano si trova nel cuore di Pieve di Cadore e all’epoca della costruzione, nel Quattrocento, rappresentava la dimora tipica di una famiglia locale distinta, che annoverava, tra i suoi componenti, personaggi di prestigio: notai, mercanti di legname, incaricati della gestione della cosa pubblica. L’edificio odierno è composto da due piani in muratura, dalla planimetria irregolare, con ballatoi, scala esterna in legno e tetto a due falde con copertura a scàndole. Al pianterreno l’ampio locale con pavimento in legno a tronchetti ospita una raccolta di riproduzioni della collezione di disegni tizianeschi della Galleria degli Uffizi di Firenze e documentazione relativa al Pittore. Salita la ripida scala in legno, si accede al piano superiore, nelle cinque suggestive stanze dove probabilmente Tiziano trascorse l’infanzia e, successivamente – dopo il suo trasferimento a Venezia – soggiornò ogni volta che faceva ritorno in patria. Qui aleggia ancora lo spirito dell’artista: lo si percepisce nella cucina con il grande foghér (focolare), lo si avverte nelle due camere ma, soprattutto nell’intimità della stùa, foderata di legno e con il rustico soffitto a cassettoni. L’emozione di calcare le assi del pavimento malferme dal tempo o le pietre levigate della cucina che videro nascere e crescere il Genio dell’arte pittorica del Rinascimento, è un’esperienza straordinaria.

Il dibattito storico – artistico. “È innegabile – spiega Matteo Da Deppo, responsabile Musei della Magnifica Comunità di Cadore – che la questione degli autoritratti tizianeschi, faccenda spinosa e complessa, non verrà dipanata con questa mostra, ma sicuramente essa potrà rappresentare una forte rievocazione del legame che il personaggio più importante del Cadore conservava verso la propria terra e della sua presenza che, nel corso della sua lunga esistenza, non venne mai meno. Sotto il profilo artistico, invece, la ricostruzione della storia dei due dipinti può confermare la prassi secondo la quale le derivazioni pittoriche e grafiche venivano eseguite in bottega e trattenute nello studio del Maestro quando ancora era in vita”.
Accanto a ciò, l’opportunità di esporre due ritratti attribuiti alla bottega o successivi, ma probabilmente creati attraverso la riproposizione di autoritratti del Maestro, rappresenta un’opportunità per proseguire il dibattito scientifico incentrato sull’importanza dell’autoritratto nell’arte del Cinquecento, in una sede storica come quella della casa natale che dona un’aura del tutto particolare alle opere.

 

 

Dal 28 Luglio 2019 al 29 Settembre 2019

Pieve di Cadore | Belluno

Luogo: Casa – museo di Tiziano Vecellio

Indirizzo: via Arsenale 4

Telefono per informazioni: +39 0435 32262

E-Mail info: info@magnificacomunitadocadore.it

Du oder Ich. Il disagio espresso da Maria Lassnig

Per molti artisti la pittura è lo strumento eccellente attraverso il quale si ha la possibilità di esprimere i propri sentimenti, le proprie emozioni, un mezzo che concede all’artista l’occasione per poter mostrare al mondo esterno ciò che viene celato dall’interiorità umana. L’atto di mettere a nudo la propria anima è ben evidente nella poetica artistica di Maria Lassnig (1919 – 2014), pittrice austriaca affascinata dall’Azionismo viennese, la quale ha sempre presentato al pubblico dei ritratti di se stessa nel suo contatto corpo a corpo con l’arte.

Per capire meglio l’arte di Maria Lassnig è opportuno prendere subito in considerazione il dipinto Du oder Ich (2005), il cui titolo tradotto significa “Tu o Io”, una definizione lecita se si osserva il gesto compiuto dal soggetto nudo ritratto, che punta con una mano una pistola verso il fruitore del dipinto e utilizza l’altro arto per indirizzare la stessa tipologia di arma sulla propria tempia. Questo autoritratto fa emergere una situazione di disagio psicologico che affligge l’artista, colei che ha dipinto quest’opera si presenta al pubblico facendogli sentire un grido interiore, che non viene esternato come fa Munch nella celebre opera L’urlo (1893), Maria Lassnig pone una sorta di barriera fra soggetto e osservatore, non vi può essere un dialogo fra le due parti indirizzato a placare il disagio interiore di colei che realizza l’opera.

Chi ammira il dipinto viene attratto dal forte impatto suscitato dalla pittura, il pubblico viene colpito dal disagio provato dall’artista, contemporaneamente cerca di mantenere le distanze dal soggetto dell’opera a causa del gesto minaccioso, che involontariamente permette, a colui che osserva l’opera, di chiedersi se a esser colpito dall’arma a fuoco sarà lo sguardo del curioso o colei che soffre. Nonostante la minaccia indirizzata al pubblico il soggetto del dipinto vuole essere ascoltato, vuole essere salvato da una condizione di disagio, appare come un controsenso ma non lo è in quanto la non lucidità mentale conduce chi chiede aiuto a esser spaventati da quell’ancora che è in grado di offrire la salvezza.

Maria Lassnig definisce con l’appellativo di drastica la propria pittura, intesa come l’incontro improvviso e non previsto fra l’emozione e l’immagine. In virtù di ciò si riportano le parole dell’artista: «L’unica intenzione è quella di sentire il modo in cui mi pongo di fronte alle tela in quel preciso momento. E poi vado nei dettagli. E ovviamente devo dargli forma perché le emozioni non hanno forma; è una disseminazione».

 

Antonio Ligabue. Elogio della diversità

Il Complesso del Vittoriano dedica, fino al 29 gennaio, una grande retrospettiva, con oltre 100 lavori, dell’opera di Antonio Ligabue, suddivisa tra dipinti, sculture e grafica, con una cospicua serie di autoritratti.

Da molto tempo, fin dalla sua scoperta da parte degli addetti ai lavori, l’operato di questo straordinario artista è stato presentato quasi in secondo piano rispetto alla sua personale parabola esistenziale, difficoltosa e sofferta sul piano psichico ed emotivo. Ma attraverso la visione di questa mostra, quello che invece spicca è un’assoluta sicurezza nei propri mezzi espressivi, una conoscenza del mondo naturale e delle sue cromie, dei suoi movimenti e dei suoi agguati, una lucida osservazione che di alienato non ha nulla, se non il modo in cui fa sentire noi, esclusi da questa totale immersione in quello che lo circonda. La natura, e in special modo i suoi abitanti più diretti, gli animali, vengono mostrati in queste sue opere con sorprendente varietà di atteggiamenti; dalla quieta presenza nei campi a furiose scene di attacco. Gli animali sono spesso esotici, lontani a livello geografico dal mondo alpino che Ligabue si trovava intorno, eppure sono resi con straordinaria familiarità. L’attacco perde la sua dimensione dell’orrore per lasciarci incantati dal turbine delle macchie nere su fondo oro di un leopardo avvolto dalle spire di smeraldo di un serpente; se la vita stessa a volte è una lotta alla sopravvivenza, diventa estremamente poetico scegliere di accettare questo assioma declinandolo nella poesia violenta ma vera di queste colluttazioni tra splendidi esemplari dai manti soffici e dagli occhi spietati.

Ma sono gli autoritratti che lasciano un’unghiata nel cuore, piuttosto che le zanne dei grandi felini predatori così spesso da lui dipinti. La precisa resa fisiognomica, i colori vivaci descrivono con nettezza il volto in primo piano: il pittore è riconoscibilissimo nei suoi tratti così peculiari, a volte sceglie di integrare qualche dettaglio, un berretto da fantino, delle mosche, uno spaventapasseri. Sono finestre dalle quali Antonio ci spia; come a dire io vi osservo dal mio mondo che giudicate strano ed imperfetto, ma ciò che vedo e rappresento è invece perfettamente sano e concreto. Autodidatta, ha la gestualità del maestro, i colori sono sempre giusti, perfetti i cieli, pieni gli incarnati, morbidi i piumaggi degli uccelli che rappresenta, vigili gli occhi dei disegni a matita. E’ un mondo completo quello che vediamo nelle sue opere; vive di regole sue, spesso prospetticamente incerte ma proprio per questo universali. Ma è il colore che lascia impressionati, pieno, assordante, non sfumato ma sempre reso nella sua pienezza, che sia il verde di una giungla lontana o il giallo dei campi del nord Italia riempie gli occhi, lascia un gusto in bocca, sa di pieno e di corposo. La sua sensibilità non è quella di un diverso, ma di qualcuno che è nel giusto; ma se proprio si vuole continuare a catalogarlo in questo modo, allora bisogna elogiarla questa diversità, così generosa di stimoli creativi.

Antonio Ligabue_Tigre-reale-www.staticpanorama.it Antonio Ligabue Autoritratto con spaventapasseri_www.dueminutidiarte.files Antonio Ligabue Scoiattolo 1959-60_www.teknemedia.net

Fino al 29 gennaio 2017

Complesso del Vittoriano

Dal lunedì al giovedì 9.30 – 19.30

Venerdì e sabato 9.30 – 22.00

Domenica 9.30 – 20.30

(La biglietteria chiude un’ora prima)

Via di San Pietro in Carcere, 
00186 Roma

T +39 06 678 0664

Per info e prenotazioni + 39 06 87 15 111

Roberto Cuoghi e l’arte della metamorfosi

Da poco nominato uno dei rappresentanti dell’Italia alla prossima Biennale di Venezia, Roberto Cuoghi è un artista camaleontico che ha saputo spaziare negli anni tra le più diverse forme espressive, costruendo un linguaggio originale intriso di riferimenti alla cultura dei mass media, alla storia e alla religione, e giocando a mutare continuamente la sua identità. A partire da quando all’età di 25 anni fece scalpore per la sua scelta di trasformarsi in tutto e per tutto in un uomo anziano, Cuoghi non ha mai smesso di indagare il tema dell’identità e della metamorfosi, di riflettere sulla differenza tra realtà e finzione, tra essere e apparire, senza mai rinunciare ad un tocco di ironia mista ad amarezza.

Queste idee di fondo sono ben evidenti nei numerosissimi autoritratti, in cui l’artista rappresenta se stesso nelle più svariate versioni e con le più svariate espressioni, nelle vesti di innumerevoli personaggi (come il testimonial di una marca di sigari, una divinità indiana o un signore dagli occhiali scuri circondato da mostri ibridi composti dalla fusione di diversi cartoni animati), o con le tecniche più curiose (come indossando degli occhiali con lenti a prisma in grado di invertire totalmente la vista, durante l’operazione artistica Il Coccodeista del 1997). Un unico volto insomma, ma infinite possibili identità corrispondenti.

Il tema della metamorfosi si estende nell’opera di Cuoghi anche al di là delle sue grottesche autoanalisi e autocelebrazioni. Lo stesso trattamento è toccato infatti ad altri personaggi, tra cui ad esempio ad Andy Warhol nei bizzarri ritratti riuniti in Friendly Neighbourhood (2001). Famose sono poi le opere sonore in cui il tema della trasformazione e della simulazione è nuovamente declinato in maniera estremamente originale. In Mbube (2005) e Mei Gui (2006), ad esempio, Cuoghi trasforma due canzoni oggetto nella loro storia di profonde ingiustizie in provocatorie caricature di se stesse, mentre in Šuillakku (2008) crea una lamentazione agli dei calandosi nei panni degli antichi Assiri al momento della fine della loro civiltà, in un mix di ricostruzione filologica e invenzione. Al percorso di immedesimazione con gli antichi Assiri e le loro credenze si rifà anche Pazuzu (2008), in cui l’artista, riflettendo sul concetto di immanenza, traspone fedelmente un piccolo amuleto di bronzo conservato al Louvre in una statua monumentale.

L’idea della trasformazione viene però applicata da Cuoghi non solo alla reinvenzione di sé e dei protagonisti della cultura pop e della storia, ma anche alla materia. Le sue potenzialità vengono messe alla prova ad esempio in numerose sculture dal peso indefinibile e dalle forme apparentemente instabili, o nel recente progetto Putiferio (2016), in cui la trasformazione della materia è stata oggetto di una evocativa e quasi mistica performance.

L’insofferenza verso regole e definizioni vela le operazioni di Cuoghi di ironia e le spinge sempre in bilico verso la parodia e la caricatura, il cui primo bersaglio sembra essere proprio l’artista stesso e la sua opera. Il suo stile, però, risulta incredibilmente coerente pur non essendo (è proprio il caso di dirlo) mai uguale a se stesso. Se è vero che, come diceva Buddha, «Non c’è niente di costante tranne il cambiamento», non ci resta che attendere il di scoprire quale nuova mutazione l’artista abbia in serbo per noi.