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La fotografia nelle Avanguardie europee del primo Novecento

La fotografia, fin dal momento della sua nascita, risalente alla seconda metà del XIX secolo, suscitò negli animi degli addetti ai lavori reazioni contrastanti.

In linea di massima il giudizio comune era di valutarla come una pericolosa avversaria della pittura o della scultura, in quanto in grado di dimezzare il tempo di esecuzione necessario a catturare un’immagine presa dal reale.

Altri invece, come ad esempio i membri del gruppo degli Impressionisti, ne videro le grandi potenzialità, e la usarono proprio per catturare velocemente dei momenti di vita vissuta che volevano poi riprodurre in pittura.

La fotografia entrò a far parte della sfera delle arti riconosciute grazie alle Avanguardie del primo Novecento.

Tra i primi passi in questa direzione va sicuramente ricordata la Fotodinamica di Anton Giulio Bragaglia, che si sviluppò per mano sua e dei suoi due fratelli Carlo Lodovico e Arturo intorno al 1910.

Bragaglia si muoveva nell’ambito del Futurismo italiano, ma non fu mai ben accolto dai membri dello stesso, che vedevano le sue sperimentazioni come mere riproduzioni meccaniche del reale, assolutamente prive di intenti conoscitivi.

I suoi esperimenti fotografici si focalizzavano sulla resa dei tempi del movimento, mostrando immagini sottoposte a lunghe esposizioni di persone colte in gesti, passi, moti.

Questi studi verranno poi presentati al pubblico nel volume fotografico intitolato Fotodinamismo futurista.

Quello che Bragaglia cercava di approfondire era proprio la genesi del movimento di un corpo nello spazio, ricerca affine a quella che veniva portata avanti in quello stesso periodo dai Futuristi stessi, malgrado le loro remore nei suoi confronti.

Ecco quindi che lo strumento fotografico aiuta nell’indagine obiettiva della sequenzialità dell’azione, che in alcune sue parti può essere persa dall’occhio umano mentre è assorto nella sua contemplazione.

Spostandoci oltralpe, nell’ ambito dell’avanguardia Dadaista berlinese, va sicuramente ricordato il contributo di Hannah Höch.

Il Dadaismo, movimento che nacque a Zurigo intorno agli anni ’20, celebrava un arte illogica, umoristica, volta a deridere più che a compiacere. La Hoch, esponente di questo gruppo artistico, scelse di cimentarsi attraverso il mezzo del collage fotografico , in netto anticipo sui tempi moderni, sperimentando a livello tecnico attraverso l’uso di immagini tratte da foto, ritagli di giornale, pubblicità. L’intenzione era quella di creare un mondo sarcastico e denso di significati di denuncia, un’iconografia graffiante che più che sorprendere lo spettatore intendeva fargli aprire gli occhi. Fotografia come mezzo di comunicazione sociale.

La Baushaus, la celebre scuola di architettura ed arti applicate che nacque e si sviluppò negli anni ’20 in tre diverse città della Germania, fu una fucina di sperimentazioni e di innovazioni.

Tra le discipline studiate al suo interno c’era anche la fotografia, e il suo rappresentante di spicco fu senza dubbio l’ungherese Laszlo Moholy-Nagy.

La sua ricerca era incentrata sulla resa di un’immagine finale che fosse un connubio tra il dato effettivo, frutto della registrazione da parte del nostro nervo ottico e il dato mentale, emotivo, ossia quelle associazioni che, dalla nostra interiorità vanno ad interferire con l’aspetto razionale e analitico della visione. Il tutto trasfigurato dalla luce, elemento indagato con grande interesse da Moholy-Nagy attraverso le tecniche della sovraimpressione e della sovraesposizione.

Fotografia quindi come studio del prodotto derivante dalla fusione di soggettivo ed oggettivo.

Man Ray fu inizialmente un artista Dada, per poi entrare a pieno titolo a far parte della compagine Surrealista. Questa avanguardia intendeva spostare l’attenzione dal dato reale a quello inconscio, onirico, giocando con associazioni fuorvianti , mirando al raggiungimento dei registri più profondi dell’interpretazione delle cose.

Ray fu un grande sperimentatore; si deve a lui l’invenzione della rayografia e della solarizzazione negli anni ’20, tecniche che scoprì casualmente mentre lavorava in camera oscura.

Le rayografie sono immagini che si ottengono poggiando degli oggetti di uso comune direttamente sulla superficie della carta sensibile ancora immersa nell’emulsione, illuminata dalla luce.

L’effetto straniante creato da questo procedimento è fortemente associabile alla poetica surrealista sopracitata; le componenti della realtà quotidiana assumono fattezze diverse, curiose, quasi paradossali. Cambia il registro di valutazione delle stesse, che diventano segni di un alfabeto semi sconosciuto che l’artista ha il compito di decifrare. La solarizzazione invece diventa un connubio tra disegno e fotografia: lo sviluppo della foto è disturbato sul finale da un colpo di luce che produce un effetto finale sorprendente. Il tratto, il controno tipico del disegno si inserisce nella foto, come è visibile nel suo Self-portrait. Fotografia come indagine degli strati altri della conoscenza e come sovvertimento del reale.

Questo sommario storico dedicato alla fotografia mostra come questa sia passata da essere considerata un semplice procedimento meccanico, ausiliario delle tecniche tradizionali ad arte a tutti gli effetti, con risvolti interessanti e di grande effetto comunicativo.

 

Il ‘900 guarda Piero della Francesca

Da Borra a De Chirico, da Morandi a Carrà, da De Pisis a Severini e Sironi, per citarne alcuni. Inaugura sabato 12 marzo, negli spazi del Padiglione delle Feste di Castrocaro Terme (FC) la mostra dal titolo “Il ‘900 guarda Piero della Francesca. disegno e colore nell’opera di grandi maestri”. Aperta fino al 17 luglio, la mostra s’inserisce nell’ambito delle collaterali alla grande esposizione su Piero della Francesca a Forlì.
Nella prestigiosa sede del Padiglione delle Feste delle Terme di Castrocaro, già di per sé un ricco esempio di Art Decò sulle colline di Forlì, inaugura sabato 12 marzo 2016 alle ore 17, una grande mostra che si propone di indagare la profonda suggestione esercitata dalla pittura di Piero della Francesca sull’arte italiana del Novecento.
La mostra, curata da Paola Babini, e promossa da Beatrice Sansavini, responsabile delle attività culturali del Padiglione delle Feste, rimane aperta fino al 17 luglio ed è realizzata da Longlife Formula del Grand Hotel Terme di Castrocaro in collaborazione con la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì con il patrocinio del Ministero dei Beni Culturali.
La mostra esplora, attraverso 53 opere, l’impronta pierfrancescana, indelebile, sottile e intrigante, che ha nutrito le poetiche dei grandi artisti esposti, quali Borra, Carrà, Casorati, Crivelli, De Chirico, De Pisis, Funi, Garbari, Guidi, Morandi, Morelli, Rosai, Savinio, Severini e Sironi.
L’influenza di Piero della Francesca sull’arte italiana degli anni Venti e Trenta passò attraverso il filtro critico di Roberto Longhi, che nel 1927 dedicò una monografia al maestro aretino e che ancor prima – nel 1914 – scrisse un lungo articolo sul periodico “La Voce” interpretando l’importanza storica di Piero e i suoi aspetti formali. “Sintesi prospettica di forma e colore”.
Come rifrangendosi in un prisma che ne scompone la solare unità individuandone molteplici e perfino divergenti valenze, la grande lezione prospettica e formale di Piero della Francesca è recepita dalla cultura novecentesca, assetata di un “ritorno all’ordine”, in maniera non univoca, tanto da originare, o comunque stimolare, esperienze artistiche anche molto distanti tra loro, dall’astratto rigore formale e la norma geometrica, all’incanto di una pittura rarefatta e sospesa.
Disegni e pitture dei grandi protagonisti della cultura figurativa italiana del XX secolo filtrano l’universo pierfrancescano in una mostra che indaga colore, luce, spazio e geometria, presentando in un’unica sezione copie, studi, omaggi.
Il percorso della mostra inizia dall’opera Composizioni, di Pompeo Borra. Artista di grande consapevolezza, influenzato dal dibattito della rivista Valori Plastici, dove venivano affrontate questioni di forma e di eredità della stabilità eterna dell’arte, Borra si pone soprattutto fra De Chirico e Carrà, assumendo l’ironia del primo e la plasticità del chiaroscuro del secondo, e arrivando a scrivere un libro su Piero della Francesca, sua stella polare. L’esposizione prosegue con Giorgio De Chirico, il grande metafisico con nostalgia di classicità; con Gino Severini, avanguardista “pentito”; e poi ancora con Giorgio Morandi, del quale abbiamo un disegno del 1934, una Natura Morta d’ispirazione algidamente pierfrancescana. La Ragazza col mandolino (1923) di Felice Casorati ci introduce nelle atmosfere del Realismo magico, che trovò in Piero più che in ogni altro quattrocentista l’enigma di una pittura capace di congelare la realtà. In mostra anche alcuni paesaggi di Ottone Rosai, nei quali la sensazione fisica della luce si pone tra oggettività descrittiva e astrazione formale. Le atmosfere straniate di Virgilio Guidi sono dipinte con un colore soffuso che si stempera nella luce, un po’ Doganiere un po’ della Francesca. Un’evidente matrice futurista ed un fantastico equilibrio di ritmi spicca poi nell’opera Il cavallo, disegno a carboncino del 1914 di Mario Sironi. Si può parlare di una poesia malinconica e di uno spazio compositivo terribilmente ordinato per l’originale figura del meno noto Tullio Garbari, così come per i disegni del toscano d’adozione Renzo Crivelli. Infine, un’indagine comparativa del tessuto artistico locale porta in mostra opere e disegni di Enzo Morelli, pittore colto, nato a Bagnacavallo, in provincia di Ravenna, e cresciuto tra Milano e l’Umbria, il quale si è costruito cercando e ammirando la natura con gli occhi di Piero.
Il Grand Hotel delle Terme di Castrocaro offre, infatti, speciali week end con pacchetti dedicati al wellness e alla visita delle mostre dei Musei di San Domenico di Forlì e del Padiglione delle Feste.

Fino al 17 Luglio 2016

Padiglione delle Feste delle terme di Castrocaro

Castrocaro Terme e Terra del Sole
Via Marconi, 32