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Da Vito Acconci a Milo Moirè: com’è cambiata la percezione della Body Art ai tempi di Two girls one cup

La Body Art è certamente la forma d’arte più controversa del panorama moderno. L’utilizzo diretto del proprio corpo per fini artistici si traduce molto spesso in performance oltraggiose che superano il limite della decenza. Chi frequenta i social network ricorderà sicuramente lo scalpore che fece nel giugno 2016 l’artista svizzera Milo Moirè, arrestata a Londra per essersi fatta palpare e masturbare in piazza dai passanti durante una performance artistica. La notizia ebbe parecchia risonanza mediatica e finì in breve tempo su tutte le testate, la Moirè fu denigrata e l’esibizione fu derisa. La recente scomparsa del newyorkese Vito Acconci, un pioniere della Body Art mondiale e autore di performance che hanno fatto la storia, un gigante che ha saputo spaziare anche nella poesia e nell’architettura, ci riporta a quella notizia virale di un anno fa.

Si perché nei vari coccodrilli usciti su Acconci l’esibizione più citata è la famosa Seedbed del 1972 alla Galleria Sonnabend di Parigi, consistente in una piattaforma sopraelevata sotto la quale l’artista si cimentava in atti masturbatori ripetuti a sfinimento davanti a un microfono e una telecamera. Il visitatore che camminava sopra la pedana ne udiva i gemiti dagli amplificatori e poteva scegliere se interagire con voyeurismo o andarsene via. Potrà sembrare una cosa da depravato e forse lo è, ma non c’è dubbio che Seedbed sia una pietra miliare della Body Art e a modo suo costituisca un pezzo di storia dell’arte.

In questo tipo di performance la volontà dell’artista è quella di shockare il pubblico e metterlo faccia a faccia con i limiti imposti dalle convenzioni sociali. La sessualità esce dai tabù dell’educazione, le inibizioni si azzerano e la persona diventa padrona assoluta del proprio corpo. L’artista diventa così espressione di libertà totale, mentre il pubblico, partecipe della sua libertà, si libera a propria volta di tutta l’impalcatura di regole imposte dal vivere civile. La Moirè è una continuatrice delle idee di Acconci, di Marina Abramovich e di tanti altri che in passato hanno usato, più o meno efficacemente, il proprio corpo come strumento di lotta culturale.

Detto questo, la domanda è: oggi questi atti performatori hanno ancora senso di esistere? È utile nella nostra società occidentale, moderna e multiculturale, comunicare con questi mezzi? Abbiamo attraversato un ventennio televisivo fatto di vallette e subrette che definire disinibite è un eufemismo (in Italia, tanto per citare un altro recentemente scomparso, siamo arrivati a vedere sculettare pure le minorenni per merito di Gianni Buoncompagni) e oggigiorno abbiamo pure la rete veloce che ci consente di vedere i pornazzi in alta definizione sul cellulare o girarli direttamente noi in POV. Dunque siamo sicuri di essere ancora ricettivi verso queste performance o dopo Two girls one cup ormai ci fa ridere tutto? La sensazione è che certi estremismi oggi abbiano perso d’impeto rispetto ai tempi in cui si esibiva Acconci, la società è cambiata e quello che ha funzionato in passato oggi comunica solo esibizionismo. Il problema è che di questi tempi l’esibizionismo fa parlare parecchio, il rischio di screditare la genialità della Body Art e di conseguenza decretarne la morte è alto.

 

Violare il corpo. La Body Art di Vito Acconci e Gina Pane

Pensare all’arte nel XXI secolo significa non rimanere vincolati alla classica suddivisione scolastica in pittura, scultura e architettura, pensare all’arte oggi significa immergere la mente umana in un universo culturale invitante alla riflessione su una vasta gamma di tematiche. A partire dal XX secolo qualsiasi elemento può essere utilizzato dall’uomo per esprimere il proprio pensiero, per far riflettere il pubblico su determinati temi, uno di questi è il corpo vero e proprio, che già dalla seconda metà del Novecento, con Piero Manzoni, fece la sua comparsa nell’universo artistico.

Il tema trattato in questa sede è la violazione del corpo, un tema caro a diversi artisti, fra questi Vito Acconci, classe 1940, architetto, fotografo ed esponente della Body Art, che con Marchi (1970), ovvero dei morsi effettuati dallo stesso artista sulla propria carne, conduce la mente dell’essere umano a interpretare il gesto autolesionistico come un atto di autopossesso, come se si trattasse di un prodotto commerciale, ove il corpo viene contraddistinto dalla presenza di un’etichetta, in questo caso un’impronta temporanea. Il corpo viene violato, un gesto sadomasochista che è la prova di come l’essere vivente tenda a far proprio qualcosa che già di per sé gli appartiene, rivendica, come affermato proprio dall’Acconci, ciò che è suo, evidenziando come un soggetto attivo possa diventare un oggetto passivo disposto a farsi violare. Se violare significa compiere delle azioni irrispettose allora non può passare inosservata un’altra performance artistica di Vito Acconci, Conversioni (1971), in cui l’artista brucia i propri peli pubici e nasconde il pene fra le cosce. Qual è lo scopo? Certamente ridurre al minimo le differenze sessuali fra uomo e donna, una scelta influenzata senza dubbio dagli sviluppi dei movimenti femministi negli anni ’70.

Violazione significa far del male, in questo caso al proprio corpo, dei gesti ritenuti violenti e irrazionali entrano a far parte delle performance degli artisti della Body Art. Celebri sono Sang / lait chaud (1972) e la performance Azione sentimentale (1973), con le spine di rose conficcate nel braccio, dell’artista francese Gina Pane (1939 – 1990), esibizioni legate alla dimensione dolorosa del corpo, ove ancora una volta quest’ultimo è sottoposto al tormento fisico, un richiamo al mondo della religione, in particolare alle torture subite dai martiri cristiani, una violenza fisica che in questo caso è stata posta in opera dalla stessa artista.

I gesti di automutilazione vengono trattati dai due artisti analizzati in questa sede in modo differente, le ragioni che conducono Vito Acconci e Gina Pane alla violazione del proprio corpo sono diverse, entrambi però sfidano il dolore, cercano di superare i limiti fisici a cui il corpo è sottoposto. L’atto violento non provoca solo un forte impatto sull’emotività del pubblico, che può essere disgustato o impaurito di fronte alla performance, la violenza obbliga la mente dello spettatore a riflettere su quello che l’artista vuole gridare a chi lo osserva.