Articoli

Palatino contemporaneo: Duchamp, Cattelan e gli altri in mostra all’interno dell’area archeologia

Gli antichi complessi architettonici romani tornano ad ospitare l’arte contemporanea, con una grandiosa esposizione allestita all’interno del Palatino. Dopo Post Classici (2013) e Par Tibi, Roma, Nihil (2016), è infatti attualmente in corso nella capitale la mostra Da Duchamp a Cattelan. Arte contemporanea sul Palatino, curata da Alberto Fiz e visitabile fino al 29 ottobre.

Non si tratta, per fortuna, della classica mostra “acchiappa pubblico” povera di reali contenuti, ma di una rassegna di valore ed estremamente densa di opere significative. Sono in mostra infatti ben 100 opere, alcune delle quali site-specific, appartenenti a ogni genere e realizzate da alcuni tra i massimi nomi dell’arte contemporanea, dai grandi maestri alle generazioni più recenti. Sono tutte opere provenienti dal museo ALT di Alzano Lombardo (Bergamo) creato dall’architetto Tullio Leggeri, uno dei massimi collezionisti e mecenati italiani. La mostra offre pertanto una straordinaria opportunità per tutti i romani di ammirare una collezione di tale valore senza dover attraversare il paese, oltre che un punto di vista insolito sulle invece solite rovine.

Le opere, che per l’occasione lasciano il loro abituale contesto di archeologia industriale (il museo ALT è infatti ospitato all’interno dell’ex opificio Italcementi) per trasferirsi in una cornice archeologica vera e propria, sono distribuite in tutto il complesso monumentale. Tre sono le sezioni principali in cui la mostra può essere suddivisa: le mani, i ritratti e le grandi installazioni. Le sezioni dedicate alle mani e ai ritratti sono concentrate in alcuni ambienti coperti del peristilio della Domus Augustana, e si configurano quasi come una sorta di indipendenti “mostre nella mostra”. Nella sala dedicata al tema delle mani sono raccolte un gran numero di opere di artisti di fama più che consolidata come Giuseppe Penone, Richard Long, Luca Maria Patella, Andres Serrano, Felix Gonzalez-Torres e Shirin Neshat, solo per citarne alcuni. Le sale riservate ai ritratti ospitano nomi altrettanto importanti, quali Giulio Paolini, Marina Abramovic, Gilbert e George, Thomas Ruff e Barbara Kruger, le cui opere ben si addicono alla tipologia di esposizione nella quale si inseriscono, in quanto appartenenti ad un genere in cui gli antichi romani sono stati indiscussi maestri. Le installazioni, infine, si trovano disseminate in tutta l’area archeologica, dal viale d’accesso alle Arcate Severiane e alle terrazze sovrastanti, fino allo Stadio e alla Domus Augustana. È in quest’ultima sezione che meglio si esprime ovviamente l’accostamento tra arte contemporanea e antichità, grazie agli effetti scenografici ottenuti dalla tipologia delle opere e dalle loro grandi dimensioni. In questa sezione troviamo opere come il Luogo di raccoglimento multiconfessionale laico di Pistoletto, i Rotoreliefs di Duchamp, lo Specchio di Cattelan, la Madonna del miracolo di Gino de Dominicis e Vettor Pisani, Il cosmo e gli elementi di Schifano, la Bear sculpture di Paul McCarthy, e così via.

Ben riuscito risulta insomma questa volta l’abbinamento tra opere contemporanee e contesto archeologico. Le opere dell’esposizione, non è una frase retorica, si sposano perfettamente con le maestose architetture imperiali del Palatino, che allo stesso tempo si prestano da perfetto scenario ma ne vengono in cambio rivitalizzate, a dimostrazione del fatto che antico e contemporaneo non solo possono condividere lo stesso spazio, ma possono addirittura trarre reciproco vantaggio da questa feconda convivenza.

 

 

Palatino contemporaneo. Da Duchamp a Cattelan. Arte contemporanea sul Palatino

Fino al 29 ottobre 2017

Palatino Via di San Gregorio, 30 – Roma

 

La Nona Ora di Cattelan, diciassette anni dopo

«Il grande nemico dell’arte è il buon gusto» disse qualche grande artista, non importa chi. L’opera di Maurizio Cattelan, La nona ora, a diciassette anni dalla sua realizzazione, ha perso il suo charme, la sua carica provocatoria, ma ancora oggi desta qualche fastidio.

Il richiamo alla boutade dadaista, insita nell’opera, è palese e incontrovertibile, così come la superficialità di coloro che vedono nel componimento artistico in questione una mera blasfemia.

Ci si potrebbe piuttosto chiedere che bisogno ci fosse di riproporre una simile provocazione, in salsa religiosa, delle bombe dadaiste a ottant’anni di distanza (all’epoca, 1999) da quelle originali. 80 anni!

Oppure interrogarsi sulla reale originalità nel cercare di sparare a zero sulla Chiesa e sulla religione monoteista di Gesù di Nazareth. Stranamente sulle altre religioni si è sempre un po’ più morbidi, diremmo oggi. Chi, in pieno delirio ultra occidentale che vede la libertà d’espressione fine a se stessa come valore primario su tutti gli altri, ha provato a criticare spietatamente anche “altre” religioni ne ha pagato aspramente le conseguenze, purtroppo (vedi strage Charlie Hebdo).

Ma l’artista veneto, in realtà, non aveva come obiettivo quello di demonizzare e ridicolizzare la Chiesa: la caduta del Papa per colpa di un meteorite è la caduta di un supereroe moderno, di una icona pop del suo tempo, anche per i non credenti. Lo spunto non può che essere il nome della prima mostra in cui è stata esposta l’opera, “Apocalypse”.

Ma il significato dell’opera lo detta l’artista stesso o i critici d’arte? Nel frattempo è stato lo stesso Cattelan a spiegarci che «La Nona Ora è un’opera molto religiosa: è un lavoro che mette a nudo il papa, mostrandone il lato umano». Nel 2010, in una intervista, ha invece chiarito che il Papa, per lui, rappresentava il proprio padre, che aveva cercato di strangolare quando aveva diciassette anni. Trasmutando il significato dell’opera in un lavoro spirituale che parla di sofferenza. «Il titolo La Nona Ora allude a quella in cui Cristo, sulla croce, chiede al Padre perché l’ha abbandonato, ma il Papa cadente si aggrappa al crocifisso».

Che le dichiarazioni di Cattelan siano delle supercazzole prematurate o meno, gira e rigira, ha sempre ragione quel grande artista che dice che «più la critica è ostile, più l’artista dovrebbe essere incoraggiato».

Il pedalò a rotelle di Cattelan

Avete presente il celeberrimo trucco di magia del mago Dynamo che cammina sulle acque del Tamigi? Ecco, la performance di Zurigo per Manifesta 11 targata Cattelan ne è la copia grottesca. Avrebbe dovuto emozionare, meravigliare e forse essere irriverente nei confronti della camminata sull’acqua di Cristo, mostrando una ragazza disabile libera di navigare a pelo d’acqua con la sua sedia a rotelle. L’esito è stato invece goffo e carico di retorica buonista oltre i confini dell’universo.

Cattelan è un grande artista, niente da dire, tra i migliori del panorama contemporaneo. Caustico, spietato e mai banale, ha saputo osare oltre ogni misura regalandoci autentiche perle di genialità. Ma anche i migliori ogni tanto sbagliano i gol a porta vuota. Quando lo fanno però, è meglio alzare le mani e dire che una cosa fa schifo piuttosto che lanciarsi in panegirici da fanboys che travisano la realtà.

L’atleta paralimpica, manco fosse un gommoncino pronto per andare a pesca, viene assicurata a una fune e fatta scendere in acqua con la sua sedia attraverso dei binari, mentre ad attenderla c’è una zattera. Grande folla pronta ad assistere alla performance, con Cattelan che supervisiona il tutto. È il momento della parte comica: bisogna togliere gli ormeggi alla sedia a rotelle, sganciare la zattera e liberare in acqua la ragazza. Un uomo allora fa l’equilibrista sui binari, arriva dinnanzi alla giovane e appena sgancia la zattera finisce goffamente in acqua tra le risate della gente. Ovviamente gli ingegneri nautici che hanno progettato tutto questo macchinoso sistema per adagiare la sedia a rotelle sulla zattera, non hanno minimamente pensato a una piattaforma per il poveraccio che avrebbe dovuto agevolare la ragazza nello sbarco. E questa era la parte interessante. Il resto è un girotondo nel lago, tra cigni e anatre, della durata di tre minuti.

Quello che forse voleva essere un messaggio positivo a favore dell’uguaglianza sociale tra disabili e normodotati, si è invece trasformato nell’ennesima manifestazione ipocrita di pietà. Praticamente un buco nell’acqua.

TOILET PAPER. UNA FACTORY TRA PROVOCAZIONE E KITCH

Metti insieme un fotografo d’alta moda ad uno dei più conclamati e criticati artisti contemporanei uniti da una passione/ossessione comune nei confronti delle immagini: ecco a voi Pierpaolo Ferrari e Maurizio Cattelan. Nel 2010 decidono di fondare una rivista d’arte e chiamarla Toilet Paper, si esattamente così, un progetto di comunicazione  visiva di nuova generazione che combina fotografia commerciale, forme narrative di carattere estremo legate ad un immaginario surreale che creano e ri-creano quadri ambigui di grande empatia.
Un vero e proprio prodotto editoriale tirato in oltre diecimila copie, una vera scommessa da parte di Cattelan che continua inesorabilmente a sfidare le regole dell’arte contemporanea, di cui lui stesso fa parte, andando a puntare il dito nei confronti delle riviste glamour e patinate e ad una critica d’arte sempre più seriosa e poco attenta al mondo attuale. Toilet Paper mette in scena attraverso gli scatti di Pierpaolo Ferrari una serie di immagini che rappresentano e rendono reali le idee, le perversioni, gli stati d’animo di Maurizio Cattelan. Nessun testo scritto ma solo pure immagini rivisitate che formano una sorta di mostra collettiva su carta sotto forma di un magazine stampato, distribuite nelle librerie specializzate o nei punti vendita di musei e gallerie internazionali. Altro che semplice carta igienica! Qui siamo davanti ad un prodotto vincente, provocatorio, simbolo della vittoria dell’immaginario sulla banalità del quotidiano.
“Volevamo che Toiletpaper diventasse un’etichetta per cose molto diverse: quando abbiamo iniziato ci dicevamo che un giorno tutti avrebbero avuto un vestito Toiletpaper, una casa Toiletpaper, persino una ragazza Toiletpaper. Abbiamo lavorato perché tutto questo succedesse”.
Toilet paper è un volto interamente ricoperto di mortadella, una saponetta morsicata di netto con i segni evidenti dei denti ma anche una terribile testa di maiale mozzata con gli occhi truccati e carichi di ombretto. Non basta un semplice scatto per creare tutto questo: siamo davanti ad un vero e proprio set cinematografico. Ci sono produttori, costumisti, addetti al trucco e alle luci, scenografi e art director tutti impegnati a costruire immagini che provocano reazioni cerebrali ed emotive.
Toilet Paper è lo specchio della società oggi, rispecchia la vera contemporaneità dei giorni nostri portando in scena un mondo deformato dalle nostre stesse mani.
Toilet Paper è diventato un marchio: una collezione di merchandising di tazze, piatti, tovagliette americane, oggetti cool  caratterizzati dalle tipiche immagini Toilet style tra ironia e gusto vintage in vendita anche al Moma di New York, due campagne di moda per Kenzo, un allestimento per il Palais de Tokyo a Parigi, una vera e propria Factory con la sede principale su Skype.
Perché le loro immagini non sono riservate a quella che spesso viene definita come l’elite dell’arte contemporanea ma sono viste come un mezzo espressivo, di comunicazione  democratica che vuole arrivare a tutti attraverso un linguaggio semplice, diretto, estremamente sintetico caricato dall’intervento artistico.
In tanti penseranno: e questa può essere definita Arte?  E’ giusto giustificare sadismo e violenza ridotti al limite del kitch solo è unicamente perché considerati un pseudo linguaggio artistico? Penso che questi punti di domanda hanno delle grandissime verità; comprando Toilet Paper mi sono resa conto che siamo davanti ad un’operazione commerciale e artistica mediocre dal punto di vista spirituale ma che al tempo stesso riesce a rendere il vero spaccato della società d’oggi. L’arte serve anche a questo, deve smuovere l’uomo, esplorare le coscienze, aiutarci a sopravvivere.

link: Toilet Paper Magazine