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Ai Weiwei e la libertà di espressione per i diritti dell’uomo

La libertà è un diritto di ogni essere umano, significa potersi esprimere senza ritorsioni, far sentire al mondo la propria voce. Cosa c’è che non va nella frase precedente? Si tratta forse di un’utopia? Proprio così, la libertà in questi termini non esiste, ancora nel XXI secolo l’essere umano non può esprimersi senza venir colto da qualche ritorsione, la libertà è limitata, la stessa arte viene considerata “pericolosa” quando l’artista trova il coraggio di far emergere dal buio i propri pensieri per esternare il problema di fronte a un pubblico, pensieri che non sono altro che lo sfogo, la lamentela nei confronti di un diritto negato a un altro essere vivente.

Se si pensa a un artista contemporaneo a cui per anni è stata negata la libertà di poter dare libero sfogo al proprio pensiero l’attenzione viene subito focalizzata su Ai Weiwei, il quale ha sfidato il governo cinese denunciando attraverso le opere d’arte il controverso sistema del capitalismo, si pensi ad esempio all’installazione Forever (2003) che è un chiaro riferimento all’omologazione imposta dal governo, e del consumismo.

Ai Weiwei attraverso l’arte intende rendere giustizia ai diritti civili che sono stati schiacciati dalle ingiustizie, l’arte diventa strumento di denuncia e intende far concentrare l’attenzione del pubblico sui problemi che in un certo senso potrebbero essere definiti scomodi per alcune autorità. In virtù di ciò è opportuno ricordare un episodio, ovvero la scelta di rendere noti in un blog, creato dallo stesso artista, i nomi dei ragazzi morti nelle scuole crollate per via di un terremoto nel 2008, un fatto che ha suscitato un certo clamore fra le autorità cinesi in quanto Ai Weiwei ha posto in luce non solo il fatto che le strutture non rispettavano determinati sistemi di sicurezza ma anche il sottostimato conteggio delle vittime. Un governo come potrebbe agire di fronte a un affronto simile? Ovviamente l’artista è stato privato della propria libertà, gli è stato tolto il diritto di dire la verità di quanto accaduto, il blog è stato oscurato e l’artista malmenato dalla polizia. Fortunatamente la libertà è una condizione insita nell’uomo e per questo motivo l’essere umano lotterà affinché possa dar libero sfogo alla propria parola, al proprio operato, alla propria arte, ecco come nasce, sempre nel 2008, Snake Bag, un serpente che è stato realizzato con zaini scolastici, una vera e propria opera d’arte di denuncia.

Legata alle vicende di attualità è Reframe, l’installazione del 2016 che è stata presentata a Firenze, un’opera molto discussa se si considera che 22 gommoni hanno circondato le finestre di Palazzo Strozzi, storica architettura rinascimentale. Il fine dell’opera è far riflette sulla questione dei migranti, un argomento hot nella società attuale. Come può essere collegato il tema dell’immigrazione alla libertà? Sicuramente al fatto che ciascun individuo deve essere libero di cercare una situazione di benessere, la libertà è una condizione sacra all’essere umano, così importante che è disposto a sfidare situazioni avverse pur di raggiungere quell’ancora di salvezza.

Una personalità provocatoria, un artista dissidente, questo è Ai Weiwei, il più famoso artista cinese vivente, emblema della lotta per la libertà d’espressione.

 

 

Cai Guo-Qiang: la pirotecnica ricongiunzione celeste

Polvere da sparo e ritualità collettiva sono due degli elementi principali che fanno dell’operato artistico di Cai Guo-Qiang una vera e propria rivoluzione primordiale, che crea connessioni ispirate da una forte matrice orientale, luogo di provenienza dell’artista.

Il fuoco è da sempre un elemento in bilico tra l’esoterico e lo spirituale, si presenta come luce che con la sua forza distrugge e allo stesso tempo vivifica. Quest’aspetto ibrido dell’elemento del fuoco rappresenta in toto la necessità artistica di Cai Guo-Qiang, che esprime, attraverso lo scoppiettio intermittente della polvere da sparo, la testimonianza degli anni del cambiamento maoista tra distruzione e ricostruzione. Il fuoco, infatti, nella sua apparente inconsistenza, nasconde la propria forza distruttrice che produce e trasforma, elevandosi anche a simbolo di purificazione e liberazione. I piccoli cambiamenti che si verificano a seguito del graduale incendiarsi dei pioli lasciano trame e residui che creano magie ed eventi inaspettati del reale. La cenere, ad esempio, da sempre simbolo di penitenza rappresenta nel caso specifico la rinascita, una nuova genesi dell’essere nel mondo.

Attraverso i giochi pirotecnici, tele esplosive di un’arte che muta, l’artista cinese tenta una riconnessione tra la terra e l’universo dove l’uomo può assumere il controllo della propria esistenza in un allineamento ancestrale con le proprie radici e il cielo che sovrasta alto qualsiasi continente.

I lavori di Cai Guo-Qiang non sono però legati solo a un’arte da “testa in su”, ma condividono l’inaspettato e il sorprendente. Così come accade nelle sue installazioni che invadono le sale espositive in danze virtuali che ricordano, da lontano, i disegni caotici creati dalla polvere da sparo. Mantenendo fermo uno sguardo e un’attenzione nei confronti della cultura cinese, Cai Guo-Qiang realizza opere con un unico filo conduttore che celebra la vita e riflette sulla morte. L’azzeramento temporale che l’artista crea nelle sue costruzioni tra uomo e natura, garantisce un’istantaneità quasi fotografica che permette al fruitore di immedesimarsi e compiere quel cambiamento di rotta e ritorno al primordiale a cui auspica l’artista.

Cai Guo-Qiang è senza dubbio una delle stelle dell’arte degli ultimi tempi, riconosciuto a livello mondiale da numerosi premi, la sua arte mantiene la purezza tradizionale che permette di essere partecipi di un viaggio collettivo verso il Cielo e la creazione. Le sue opere sono delle sintesi di visione e lo straniamento di cui si compongono, permette di fare esperienza diretta di ciò che sta davanti agli occhi nella vivida capacità di essere parte di un mondo congiunto nella celeste verità universale.

 

Ren Hang, quando la fotografia è libertà di espressione

Il mercato d’arte asiatico negli ultimi anni è vertiginosamente decollato, diventando un polo artistico sempre più occidentalizzato grazie anche a manifestazioni artistiche quali l’Expo a Shangai e le Olimpiadi a Pechino, che hanno decisamente contribuito a rendere una più moderna immagine del paese. Allo stesso tempo anche il mercato occidentale si è mostrato sempre più incuriosito nei confronti degli artistici asiatici, in particolar modo di quelli cinesi e koreani, perchè per certi aspetti risultano pioneri di nuovi linguaggi – spesso provocatori – per altri risultano ancora molto legati ad una cultura conservatrice. Ecco che alla 55 edizione della Biennale di Venezia, all’interno del padiglione tedesco, è stata scelta l’installazione dell’artista cinese Ai Wewey o a parigi, un’istituzione come il Palais de Tokyo, ha affiancato ad una sua esposizione la mostra Inside China.

Ren Hang è un fotografo cinese, classe 1987, che si trova in prima linea nella battaglia per la libertà creativa portata avanti quotidianamente dagli artisti cinesi. Uno dei suoi modelli di ispirazione è l’artista Ai Wewei con il quale condivide il fatto di essere particolarmente apprezzati nel resto del mondo ma essere visti come personaggi controversi in patria.

Hang non vuole essere considerato un ribelle o un’artista che usa il tabù per far parlare di se. Più semplicemente vuole essere libero di esprimersi: ecco che ritrae spesso i suoi amici, familiari e sostenitori completamente nudi, quasi sempre in contesti all’aperto, su alberi o su vertiginosi tetti di palazzi con elementi bizzarri addosso. Sebbene la carica erotica delle sue foto e l’uso enfatico di alcuni clichè, ad esempio lo smalto rosso delle modelle, richiamano fortemente la fotografia di moda, Ren invece afferma di essere ispirato prevalentemente dalla cultura tradizionale cinese quella delle grafiche di propaganda maoista, delle stampe di valore e delle grafiche prodotte su ceramica antica.

Il suo modello artistico per eccellenza è il fotografo giapponese Shuji Terayama, molto attivo negli anni 70 in Occidente, conosciuto principalmente per il suo cinema e allievo di Nobuyoshi Araky – fotografo del bondage e del sesso.

A guardarle bene le fotografie di Hang risultano affascinanti e particolari. I suoi nudi non sono volgari ne tantomeno sensuali, al contrario evocano un erotismo pudico e velato soprattutto nelle espressioni. Riesce a fotografare i suoi modelli come se fossero dei burattini inserendoli in scenari surreali e affiancando alle loro figure elementi estranei come animali, braccia, fiori. Foto di grande impatto, tutte realizzate su pellicola, in grado di trasmettere sentimenti ed emozioni contrastanti come allegria, senso di libertà, angoscia e tanta avanguardia.

Hang è interessato al corpo come semplice mezzo di relazione tra l’uomo e la natura, attraverso i suoi scatti si riesce ad esplorare l’intimo e profondo rapporto che l’essere umano intrattiene con chi lo circonda.

I suoi lavori sono stati spesso oggetto di cesura da parte della Cina, additati come osceni ed impresentabili, ma tutto ciò ha reso sempre più grande la forza di Hang nel voler contribuire in modo attivo a dare una scossa ai tabù di un paese ancora troppo conservatore.

Ren Hang è stato protagonista di oltre 20 esposizioni personali e 70 collettive internazionali in solo cinque anni di carriera, oltre a numerose pubblicazioni su media nazionali ed internazionali.

«I’m restricted here, but the more I’m limited by my country, the more I want my country to take me in and accept me for who I am and what I do». R.H.

 

L’inadeguatezza del linguaggio. Xiaoyi Chen

La galleria Matèria è lieta di annunciare la prima personale in Italia di Xiaoyi Chen, giovane artista cinese, vincitrice nel 2014 del LCC / Photofusion Prize e nel 2015 del più prestigioso premio di fotografia in Cina: Three Shadows Photography Award.
La mostra, dal titolo The Inadequacy of Language, sarà inaugurata il prossimo 5 maggio, alle ore 19.00, e presenterà al pubblico la serie fotografica ‘Koan’, edita nel libro omonimo da PJB Editions, affiancata da una selezione di immagini tratte dal suo lavoro più recente ‘An Infinitesimal Wink’.

Nelle immagini di Chen, fortemente influenzate dalla filosofia e dall’estetica orientale, così come dai processi di astrazione pittorica occidentale, la fotografia è lo strumento utilizzato per esplorare un’estetica priva di connotati specifici, tutta orientata all’introspezione, all’intuizione e alla consapevolezza spirituale.

Koan è un’esplorazione fotografica dell’universo pre-verbale, che attraverso la semplificazione e l’astrazione cerca di raggiungere le forme più basiche di esistenza nell’universo, come insegnano le filosofie Orientali Tao e Zen. Nel buddismo Zen, infatti, Koan è una storia o un enigma, uno strumento della pratica meditativa, utilizzato per raggiungere uno stato di riflessione spontanea, libera dalla pianificazione e dal pensiero analitico, capace di risvegliare una profonda consapevolezza. Il Koan enfatizza l’inadeguatezza delle parole e il primato dell’intuizione sulla ragione e la logica.

Sempre sul filo conduttore della relazione estetica con l’immaginario dell’universo, si colloca ‘An Infinitesimal Wink’, una raccolta di immagini in cui la percezione realistica viene sovvertita e i concetti di micro e macro perdono il loro rapporto ordinario con la dimensione oggettiva di ciò che osserviamo. In un singolo granello di polvere si può racchiudere un universo illimitato.

Anche l’aspetto tecnico del lavoro di Chen è frutto di una ricercata combinazione che affianca la stampa fotografica a metodologie sperimentali. Le delicate fotoincisioni e le stampe monocromatiche su raffinate carte giapponesi sono lo strumento di semplificazione e astrazione dell’immagine, che conferisce a questo lavoro il suo tono poetico e visionario.

Fino al 7 Giugno 2016

link: Materia Gallery

dal martedì al sabato: 11.00 – 19.00
ingresso libero

via Tiburtina 149, Roma

Migrazioni. Liu Xiaodong

Liu Xiaodong è celebre per uno stile pittorico molto personale in bilico tra pittura di storia e cronaca del mondo contemporaneo. Momenti apparentemente banali o eventi quotidiani assumono nella sua arte un’epica monumentalità con le grandi tele che diventano fotogrammi di luoghi del mondo segnati da conflitti o tensioni sociali e umane. Attraverso una pittura sintetica ed estremamente controllata, ma allo stesso tempo emotiva e carica di materia pittorica, i quadri di Xiaodong riproducono immagini di vita vissuta, quasi sempre scene all’aperto, abitate da uomini e donne che popolano campagne o città in cui il pittore ha scelto di trascorrere un periodo di tempo. Fondamentale nel suo processo creativo è l’utilizzo della fotografia, utilizzata come strumento di osservazione e modello per la pittura, ma anche come oggetto artistico da esporre insieme ai dipinti e agli schizzi preparatori, testimoniando un’urgenza di interconnessione tra tecniche artistiche e realtà culturali diverse.

“La migrazione è sempre stata e sempre sarà un fenomeno ineludibile del genere umano – dice l’artista – dal passato più remoto sino al futuro. Il desiderio di trovare un posto migliore, una vita più perfetta, è intrinseco nell’uomo. Le migrazioni sono colme di speranze ed energie e gravate da ansie e perdite. “

All’origine del progetto per Palazzo Strozzi c’è il particolare interesse dell’artista per la comunità cinese di Prato, la più popolosa d’Italia e una delle più importanti di Europa, ormai arrivata quasi alla terza generazione. Infine, oltre ad altri luoghi intorno a Firenze dove la popolazione cinese è più diffusa, come San Donnino e Osmannoro, l’artista si è confrontato con il paesaggio classico toscano, dalle colline del Chianti fiorentino e senese. Ispirandosi a questi luoghi ha deciso di realizzare alcune pitture di paesaggio rappresentanti la Toscana “sognata” e “da cartolina” della Val d’Orcia e delle crete senesi. La mostra a Palazzo Strozzi diviene inoltre l’occasione per una riflessione sulla migrazione dei popoli e il loro rapporto con nuovi territori e ambienti fisici, geografici e culturali, in riferimento anche ai fatti recenti di crisi ai confini dell’Europa, che lo stesso Xiaodong ha visitato a Bodrum in Turchia e a Kos in Grecia.

“Credo che il problema e l’angoscia che affliggono l’Europa siano legati alla necessità di trovare un modo per preservare le tradizioni della sua società e insieme gestire le difficoltà scaturite dalla convivenza nel continente di una moltitudine di persone delle culture più disparate. – prosegue Xiaodong – È qualcosa di analogo alla mia curiosità e apprensione verso il cambiamento, quando so che potrebbe essere un bene ma al contempo ho paura che minaccerà il mio vecchio stile di vita.
I miei genitori invecchiano e muoiono, mia figlia cresce e affronterà problemi e pericoli di ogni sorta. Sono molto angosciato. Non posso fare altro che dipingerli. Dipingere ciò che vedo. Ma in una società in mutamento non vi è un’unica soluzione, un’unica risposta per placare quest’angoscia. L’Europa ed io siamo entrambi legati alle nostre angosce.”

Fino al 19 Giugno 2016

link: Palazzo Strozzi

Tutti i giorni inclusi i festivi 10.00-20.00
Giovedì 10.00-23.00

intero €6
ridotto €5

Piazza Strozzi, Firenze